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INERVISTA AD ANDRAS CALAMANDREI DI MARTA CASATI

Immagini che in principio sembrano appartenerci quasi di facile lettura: niente di più errato. L’universo di Andras Calamandrei, viaggiatore instancabile e indagatore del quotidiano, è un andare oltre la scorza dall’apparire da sempre nutrito da una pungente e sottile denuncia politica e sociale, un esercizio continuo alimentato da memorie, scatti, scritti emergenti dal suo universo, complesso e profondo. Calamandrei lavora con la fotografia perché fotografo preofessionista, non per questo non esige di mettersi alla prova nei suoi dipinti ricamati, in sculture e installazioni. Lo intervisto in occasione della sua ultima personale per scoprire che…

Marta Casati:La tua ultima personale ospitata da Magazzino 1B di Prato si intitola Sometimes I wish I could swallow up all the existent words
Andras Calamandrei:
È una frase che mi sono ripetuto spesso in forme diverse da quando ho cominciato a scattare in maniera ossessiva per il progetto Hermes. Era per me un nominare il mondo, appropriarmene e tentare di porre una “giusta” distanza tra me e il reale. È per il mio interesse per le lingue; madrelingua tedesca, “padrelingua” italiano, emigrato in Argentina e quindi spagnolo, dover usare l’inglese. Un mix cacofonico di suoni, significati, usati spesso insieme in singole frasi. Da questo, a volte un’estrema stanchezza mentale e desiderio opposto di riuscire a trovare un solo Nome, una sola Parola per definire il tutto; nella vita come nell’arte.

La tua raccolta fotografica chiamata Hermes è coltivata dal 1999, di cui si nutre anche la mostra di Prato. Come la descriveresti?
È un diario prodotto con una pocket camera analogica sempre in tasca. È la mia visione estetica, etica e politica del mondo e del reale. Per quattro anni ho scattato e conservato i negativi e i provini in una scatola quasi senza guardarli. Dal 2002 ho cominciato a considerarlo un progetto fotografico, e solo da lì – continuando a scattare ovunque fossi – ho cominciato a rielaborare l’archivio. Dal 2009 uso anche una pocket digitale con cui produco video con la stessa processualità ed estetica. È un archivio potenzialmente infinito al quale vengono continuamente aggiunte nuove immagini venendo così indotti ad un interminabile processo di rivisitazione dell’intero corpus.

Quali sono state le maggiori difficoltà nel realizzare questo progetto? Come le hai superate?
La quantità delle immagini selezionate (circa 600) e la decisione di non catalogarle cronologicamente. Ho a che fare con un magma informe di negativi (immagini) e di molte decine di Giga (video) che in parte hanno una vita loro. Un archivio di odori, tempi, spazi che si è stratificato e trasformato innumerevoli volte. Questa caoticità riesce comunque a mantenere sempre un legame estetico e contenutistico; produce delle visioni contrastanti e atemporali ma narrativamente coerenti. Le difficoltà le ho superate grazie alla sensibilità, l’occhio esterno e i “limiti” posti dalla curatrice della mostra, Daria Filardo. Oltre a delle stampe, Hermes è presente con una videoproiezione composta da circa 420 immagini prese dall’archivio, video e un soundtrack prodotto da Tuia Cherici.

Tu nasci come fotografo ma i tuoi lavori non si limitano alla fotografia. Cosa ti permettono di esplorare gli altri media che invece, la tua adorata fotografia, non ti concede?
Non so di preciso; come dici, ho un background molto fotografico e una modalità di produzione che attinge dalla lentezza e utilizza strategie di stratificazione che ho imparato dalla scuola di fotografia. Ho comunque sempre desiderato manipolare e trasformare altri tipi di materiali. In questi ultimi sette anni a Buenos Aires, oltre ad incontrare numerose persone stimolanti e generose, a vivere situazioni intense di una metropoli sudamericana con le sue infinite sfaccettature idiosincratiche, ho avuto un lavoro interessante con un carico ridotto di ore. Questo surplus di tempo, energie e risorse, insieme alle innumerevoli “occasioni“ esperite in questa città in cui non avevo radici di appartenenza, mi ha dato il coraggio e la possibilità di sviluppare progetti con altri media.

L’altra parte integrante della tua ricerca è l’oggetto ricamato. Quando e perché nasce questa tua attitudine, nell’immaginario comune erroneamente collegato alla sfera femminile?
Dieci anni fa cercai di sviluppare un progetto su identità, osmosi e l’estrema difficoltà di veicolare le profonde sensazioni che viviamo nella vita. Erano stampe su differenti carte da parati. A Buenos Aires, tra arte e moda ho conosciuto il ricamo. L’intramare, l’antichità di questa tecnica e l’aspetto tecnologico (sono prodotti o con macchine manuali da ricamo o da macchine elettroniche) mi ha affascinato tantissimo. Ho cominciato così quattro anni fa con un progetto sull’“Estetica del terrore” e un altro sulla memoria; trasformare frammenti di reale in ricami è per me una sintesi contundente tra forma e contenuto.

Prossimi progetti espositivi? Di vita, anche quello di tornare a Buenos Aires dove ormai vivi da anni?
A Novembre, a New York, per Producing Censorchip del Premio Celeste, espongo un ricamo. Una tela di un altro lavoro il cui tema sono le paure sociali, l’incentivazione di queste attraverso i media, le forme di potere e segregazione nelle città (che siano Favelas o Gated Communities). A gennaio raggiungo di nuovo la mia compagna a Buenos Aires, e lì continuerò a ricamare tessuti.

ANDRAS CALAMANDREI è nato nel 1975 a Zofingen (Svizzera), vive e lavora a Buenos Aires (Argentina).

Sometimes I wish I could swallow up all the existent words
Testo critico di Daria Filardo
Magazzino 1B
Via Genova 1B, Prato

Info: www.spaziorazmataz.it
Fino al 26 novembre 2011

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