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Il terzo e non ultimo atto di palazzo Riso

di LAURA FRANCESCA DI TRAPANI

Il 16 gennaio il portone di Palazzo Riso a Palermo veniva chiuso in faccia a tutti coloro accorsi per partecipare all’assemblea civica per dimostrare la propria idea circa l’importanza di mantenere in vita un polo museale di arte contemporanea per la città. Da quella data ad oggi cosa abbiamo registrato? Perché un drappo di silenzio è calato sopra l’intera faccenda? Lo stupore purtroppo è presente fino ad un certo punto nelle coscienze di chi conosce questi luoghi, e le teste che in che questi luoghi “ragionano”. In fondo quasi uno stupore di un silenzio quasi scontato e prevedibile.

Da quella data di inizio anno ad oggi, alcuni giorni addietro, il silente sipario è stato calato. Una conferenza stampa indetta da Sebastiano Missineo – Assessore regionale dei beni culturali – insieme a Gesualdo Campo – Dirigente Generale del Dipartimento dei beni culturali – annunciano la notizia di riapertura del Palazzo per il 17 maggio, ribadendo ancora una volta che circa la continuità del palazzo in quanto museo si è solo perso tempo in sterili discussioni, poiché come sottolinea lo stesso Missineo, la sua sopravvivenza non è mai stata in discussione”, anzi uno stanziamento di cento milioni di euro sarà investito per la valorizzazione dell’arte contemporanea. Il terzo protagonista Sergio Alessandro – ufficialmente ormai ex direttore– si è rivolto alla Procura della Repubblica per approfondire le motivazioni di un commissariamento forzato del museo. La domanda è prevedibile e lo stupore assolutamente mesto. Questo fatidico 17 maggio cosa sarà fruibile? Una mostra, ab origine destinata ad un allestimento nell’isola di Lampedusa, dal titolo Più a sud a cura di Paola Nicita, narrativo del dramma dell’immigrazione e degli sbarchi clandestini. E l’allestimento permanente della collezione del museo, al momento custodita nei depositi e numericamente modesta, alla stregua di una collezione privata. Si aggiunge a questa comunicazione la nomina, di una commissione composta da Anna Mattirolo – Direttrice Arti visive del Maxxi – Paolo Falcone – direttore della Fondazione Sambuca di Palermo – Bartolomeo Pietromarchi – neodirettore del Macro – Francesca Corrao – presidente della Fondazione Orestiadi di Gibellina – Michele Cacciofera – artista siracusano – e Manlio Mele – Presidente della Fondazione Plaza (ente regionale della Sicilia). L’incarico rivestito dai sopra citati, a titolo gratuito, interesserà la supervisione e le scelte circa le attività che il palazzo si troverà ad affrontare, comprese (dicitur) anche quelle inerenti l’aspetto di investimento economico. Il Museo Riso tornerà presto alla “vita” culturale -artistica regionale. Si evince altresì il superamento dell’ostacolo – che fino a poco tempo fa era considerato primario – dei lavori di restauro filologico, incompatibili con l’attività museale.

Avvincente e quasi anomalo – per una realtà italiana e nella fattispecie isolana – vedere arginare con tale rapidità ostacoli che sembravano essere insormontabili in nome della cultura e dell’arte. Dubbio che si ingigantisce sempre più, e che probabilmente se si possiede anche solo un pizzico di lungimiranza si può sciogliere in breve tempo, riguarda la reale veste che Riso indosserà tra non molto. Non può certamente – allo stato del panorama attuale europeo e non – essere considerato come mero contenitore deputato alla conservazione, ma come spazio “aperto” dentro il cui perimetro la società possa sentirsi rappresentata con la propria storia e la propria cultura, in una politica di conservazione e valorizzazione. Vivere un luogo dove la fenomenologia dello scambio tra linguaggi differenti – in un sentimento di riconoscimento del valore del contributo dell’altro nella creazione di un’identità – dovrebbe rappresentare strumento di valorizzazione di un territorio e di scambio culturale.

In un momento storico in cui il museo contemporaneo si trova a discutere sulle soluzioni più adatte, trovandosi a sperimentare nuovi modelli d’azione e protocolli di intervento, riguardo la faccenda Riso è come se ci trovassimo di fronte l’iniziativa di riaprirlo, nel senso letterale di riaprire il portone ed allestire inseguendo solo un concetto di riempimento di uno spazio fisicamente vuoto. E non con la consapevolezza di far produrre arte, di essere veicolo di scambi culturali tra diverse realtà che arricchirebbero soltanto il territorio e lo priverebbero finalmente di quella provincialità che rispetto al resto della nazione purtroppo è spesso riscontrato. Perché non guardare invece oltre un palmo dal proprio naso per vedere cosa significa museo per la produzione e promozione dell’arte contemporanea, che poi altro non è che la fase storica che ci vede protagonisti in cui tutti abbiamo una responsabilità, e osservare le realtà senz’altro più civili che funzionano nel veicolare cultura, e non nell’immaginario di chi scrive.

L’attività del Riso non viveva certamente prima di perfezione, molte noncuranze e ripetizioni potevano esserci risparmiate, ma immaginare una trasformazione in qualcosa di ibrido, dove una collezione permanente eccessivamente minimal e non al momento destinata a crescere venga affiancata da allestimenti non ben inseriti o addirittura non legati alla contemporaneità penso sia troppo. Un miracolo o un presa di coscienza da parte di chi siederà su una poltrona certamente calda è quello a cui possiamo affidare le nostre ultime preghiere: sempre che esista una giustizia divina!

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