Veduta del Padiglione Egitto, Armen Agop, Between the Tangible and the Intangible, Biennale di Venezia 2026. Ph. Matteo Losurdo

RITROVARE LE RADICI: RISCOPRIRSI, RICORDARE E DARSI TEMPO. Egitto, Messico, Australia e Perù a Venezia

VENEZIA | GIARDINI E ARSENALE DELLA BIENNALE | Fino al 22 novembre 2026

di ISABELLA FALBO 

Venezia, città Patrimonio dell’Umanità, ti fa muovere in un tempo denso; con la complessità del “rito di passaggio” la 61. Esposizione Internazionale d’Arte si è aperta, come la vita, senza ubbidire alla ragione, stratificando i punti di vista e perfettamente consapevole del momento storico presente.
Rilevante lo sforzo dimostrato dal Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, nel ribadire il ruolo della Biennale storicamente fondata sul principio della rappresentanza internazionale attraverso i padiglioni nazionali mentre − trovandosi al centro di un confronto che ha intrecciato diplomazia culturale, libertà artistica, politica estera e utilizzo delle risorse comunitarie − veniva trasformata in specchio della geopolitica mondiale.
Questo excursus fra i Padiglioni dell’Egitto, Messico, Australia e Perù evidenzia la necessità di ritrovare le radici, alla ricerca di un’umanità perduta: riscoprendosi, ricordando e dandosi tempo.

Veduta del Padiglione Egitto, Armen Agop, Between the Tangible and the Intangible, Biennale di Venezia 2026. Ph. Matteo Losurdo

“Il silenzio apre la strada alla vostra voce interiore” scrive Armen Agop, artista e curatore del Padiglione Egitto. Agop presenta Silence Pavilion: Between the Tangible and the Intangible, con sculture e dipinti contemplativi, frutto dell’esplorazione di antiche tradizioni spirituali.
Il percorso espositivo richiede il nostro silenzio, è un invito alla lentezza e all’ascolto, a sintonizzarsi con l’impercettibile. Prima di entrare siamo chiamati a fare una pausa, a spegnere il telefono, a lasciare andare le parole e ad iniziare la visita con la massima attenzione. Ad accoglierci Intangible II, 2026, un grande dipinto ad olio su tela che vuole catturare la luce. Per Agop l’arte visiva, riguarda soprattutto l’invisibile e invitandoci alla presenza e alla consapevolezza ci propone di sperimentarlo dentro di noi, prendendo contatto con la nostra interiorità.

Veduta del Padiglione Egitto, Armen Agop, Between the Tangible and the Intangible, Biennale di Venezia 2026. Ph. Matteo Losurdo

Il percorso prosegue con Touch I, 2026, una grande lastra di granito nero che ci ricorda che “ciò che tocchiamo, ci tocca”. Proseguendo, una fragranza a base di essenza di loto – fiore simbolo di purezza, rinascita e resilienza – diviene, attraverso l’olfatto, ponte tra il mondo terreno e quello divino. L’invisibile mistico si unisce all’udito e l’inaudito, così la scultura rotonda di granito nero Silence I, 2026 e il dipinto meditativo Silence II, 2026, divengono un mezzo per unirsi al cosmo attraverso un processo meditativo, sia del visitatore – che è invitato a sedersi di fronte ad esse ed ascoltare il proprio battito del cuore e il respiro – sia dell’artista che ha tracciato i segni, ripetutamente, sulla tela per mezzo della punta più sottile di un pennino, attraverso un vero e proprio “mantra gestuale”.

Veduta del Padiglione Egitto, Armen Agop, Between the Tangible and the Intangible, Biennale di Venezia 2026. Ph. Matteo Losurdo

Armen Agop è noto per le sue sculture e i suoi dipinti contemplativi, frutto dell’esplorazione di antiche tradizioni spirituali. Traendo ispirazione dalla vastità del deserto, Agop condensa l’essenziale in forme pure e universali che trascendono qualsiasi barriera geopolitica, ma si situano appieno entro i confini dell’inconscio. Le sue opere non sono astrazioni, bensì una meditazione sulla semplicità stessa. Spogliate di narrazioni, messaggi o somiglianze, non si limitano al proprio volume, ma occupano l’intero spazio circostante. Le opere di Agop sono registrazioni meditative del tempo e della coscienza, echi di un processo spirituale piuttosto che rappresentazioni di forme. Agop, riducendo la dipendenza dal linguaggio convenzionale espone uno spazio per la contemplazione, la meditazione e la riflessione.

Veduta del Padiglione Messico, RojoNegro, Actos invisibles para sostener el universo. Ph. Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia

Con il suo padiglione situato nel complesso dell’Arsenale, il Messico vanta la partecipazione all’Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia sin dagli anni Cinquanta. In questa edizione il Paese ha partecipato presentando Actos invisibles para sostener el universo (Atti invisibili per sostenere l’universo), del collettivo RojoNegro composto da María Sosa e Noé Martínez, a cura di Jessica Berlanga.
Il progetto si configura come uno spazio rituale, un’invocazione spirituale, dove installazione, performance e suono attraverso l’uso del corpo e del respiro, di materiali come sale e argilla e dell’ambiente naturale sotto forma della pianta del tabacco, si intrecciano generando uno spazio di pausa e ascolto. La memoria ancestrale è evocata dalla installazione di sale a forma di vírgula, simbolo mesoamericano associato alla parola e al dialogo; dai vasi modellati a forma di uccello, ricchi di significato simbolico: nella cultura messicana e mesoamericana, gli uccelli sono messaggeri divini, simboleggiano la libertà e la connessione spirituale tra cielo e terra; dalla pianta sacra del tabacco, il cui uso sciamanico arriva fino ad oggi. Il suono del respiro – il legame diretto tra l’essere umano e l’universo – è diffuso nello spazio da un dispositivo audiovisivo che, come una tecnologia rituale contemporanea, 
stabilisce il ritmo dell’esperienza.

Veduta del Padiglione Messico, RojoNegro, Actos invisibles para sostener el universo. Ph. Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia

Il Padiglione Australia è rappresentato da Khaled Sabsabi con l’installazione immersiva e multisensoriale Conference of one’s self, a cura di Michael Dagostino. In parallelo, all’interno della mostra in Arsenale In Minor Keys, curata da Koyo Kouoh, l’Artista presenta Khalil, una seconda grande installazione site-specific, creando un ambiente meditativo multimediale.
In entrambe le opere è centrale la cornice filosofica ispirata al pensiero tasawwuf (sufi), in cui la trasformazione spirituale si sviluppa attraverso la riflessione e l’esperienza collettiva, invitando il pubblico a riflettere sull’interconnessione tra dimensione interiore ed esteriore del sé.
In dialogo fra loro, entrambe le opere Conference of one’s self e Khalil proseguono l’indagine poetica di Sabsabi sui percorsi quotidiani e spirituali definiti dalla comunanza e dalla diversità.

Veduta del Padiglione Australia, Khaled Sabsabi Conference of one’s self, Ph. Luca Zambelli Bais, courtesy La Biennale di Venezia

Sabsabi, nato in Libano e giunto da bambino in Australia dopo essere sfuggito alla guerra civile, si confronta frequentemente nei suoi lavori con storie di migrazione e con le complessità legate all’appartenenza. Conference of one’s self si compone di otto dipinti su tela di grande formato, allestiti seguendo uno schema ottagonale. Sulle superfici proiezioni d’immagini in movimento accompagnate da un paesaggio sonoro composto da suoni della quotidianità creano un dialogo visivo in continua trasformazione. Conference of one’s self è ispirata al poema allegorico tasawwuf (sufi) del XII secolo The Conference of the Birds (La conferenza degli uccelli o Il verbo degli uccelli) di Farid ud-Din Attar, ed esplora l’idea di viaggio spirituale collettivo. La numerologia occupa un ruolo centrale nell’opera: la struttura ottagonale richiama le valli descritte nel poema di Attar, che rappresentano gli stadi di trasformazione del pensiero tasawwuf. Le prime sette valli simboleggiano le fasi del percorso spirituale, mentre l’ottava, immaginata da Sabsabi, suggerisce un senso di compiutezza e di illuminazione. In varie culture, il numero otto evoca inoltre equilibrio, ordine cosmico e armonia, mettendo in relazione astronomia, fede e misticismo.

Veduta del Padiglione Australia, Khaled Sabsabi Conference of one’s self, Ph. Luca Zambelli Bais, courtesy La Biennale di Venezia

Se Conference of one’s self rappresenta la dimensione esteriore del sé, Khalil esplora quella interiore. Khalil, in arabo significa ‘amico’, l’opera si sviluppa su tre capitoli − Khanaydiyak, la soglia; El khalil, l’amico; Khalwa, solitudine − ed è composta da una struttura sospesa, simile a una lampada, con 40 metri di tela dipinta su cui vengono proiettate le opere pittoriche di Sabsabi. Installazione multisensoriale non solo visiva ma anche uditiva e olfattiva si compone inoltre  di un paesaggio sonoro e dalla presenza della fragranza di black oud (oro nero). Entrando nell’installazione, il pubblico attraversa l’opera in senso antiorario, evocando il movimento dei dervisci rotanti e, forse, ricordandosi che nella vita tutto è in perenne movimento.

Con From Other Worlds la partecipazione di Sara Flores come artista rappresentante il Perù appare come un atto di giustizia poetica: per la prima volta nella storia del Padiglione Peruviano, presso Sale d’Armi Nord, Arsenale, un artista indigeno viene selezionato per rappresentare il Paese a Venezia. Come ha dichiarato l’artista, questa inclusione molto gradita non cancella il peso delle esclusioni precedenti; ciò che appare significativo è che questa inclusione esprime un nuovo senso di identità nazionale che apre ad una prospettiva pluriculturale.
La mostra, ideata dall’artista insieme ai curatori Issela Ccoyllo e Matteo Norzi riunisce opere che fungono da portali verso la conoscenza ancestrale del popolo Shipibo-Konibo, comunità della regione dell’Ucayali, nell’Amazzonia Peruviana, a cui l’artista appartiene, e da percorsi verso un futuro indigeno.

Veduta del Padiglione Perù, Sara Flores. From Other Worlds. Ph. Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia

From Other Worlds offre un’esperienza immersiva, che invita lo spettatore non solo a guardare ma anche a entrare in uno stato di calma, presenza e radicamento. Si compone di una nuova serie di dipinti di grandi dimensioni − tra cui il dipinto più grande che l’artista abbia mai realizzato e per il quale ha lavorato quattro mesi giorno e notte, riposandosi solo il sabato −, di sculture dipinte e un’opera video concepita appositamente per il Padiglione. La pratica artistica di Flores affonda le radici nel kené, un sistema di disegno estremamente complesso, un linguaggio visivo ancestrale e vivo che proviene dalla foresta, dai fiumi, dalle piante medicinali e dai canti tramandati di generazione in generazione dalle donne, e che giunge a Flores attraverso visioni, sogni e dalle piante maestre.

Veduta del Padiglione Perù, Sara Flores. From Other Worlds. Ph. Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia

Il tema “In Minor Keys”, risuona con il mondo da cui nasce il lavoro di Flores: come il concetto della mostra parla di «passare a una marcia più lenta» e delle «armonie di chi ripara ferite e mondi», il kené è − come spiega l’artista − proprio questo: una pratica di riparazione, una medicina visiva trasmessa dalle donne, un modo per ristabilire l’equilibrio tra corpo, spirito, comunità e foresta. Un portale tra i regni visibili e quelli invisibili. Sara Flores, attraverso le sue opere dalla bellezza ipnotica articola un messaggio di ecodipendenza semplice e profondamente urgente per il mondo intero: siamo tutti interconnessi.

Info: https://www.labiennale.org/it

Condividi su...