VENEZIA | FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA | FINO AL 22 novembre 2026
di ANTONELLO TOLVE
Ciò che resta di un mondo non coincide mai con ciò che di quel mondo siamo ancora in grado di vedere. Tra la persistenza delle forme e la loro inevitabile dissoluzione si apre infatti uno spazio instabile, un intervallo nel quale la memoria smette di essere un archivio e diventa una materia sensibile, capace di generare nuove immagini, nuove connessioni, nuove possibilità di esistenza, nuove resistenze. Lungo quest’ampia contrada riflessiva, dove la rappresentazione si misura inevitabilmente con l’opacità del reale, prende corpo, mi pare, Bad Habits, la personale di Nigel Cooke organizzata alla Fondazione Querini Stampalia e curata da Evelyn C. Hankins in occasione della ormai tanto chiacchierata 61ª Biennale di Venezia. «Nella primavera di quest’anno, Nigel Cooke», il testo che sto trascrivendo apre il prezioso leporello che accompagna l’esposizione, «ha lavorato come primo artista in residenza nella storia dell’istituzione. La residenza è stata concepita dal museo come un periodo di immersione a Venezia, nella sua realtà lagunare, tra i canali su cui si affaccia la Fondazione e le singolarissime condizioni di luce e di colore. Durante il suo soggiorno, Cooke ha lavorato nel Portego della Biblioteca – trasformato in studio d’artista – per sviluppare i dipinti ora esposti, che hanno preso vita tanto dal patrimonio storico e culturale del palazzo quanto dalla trama viva della città».

Nato a Manchester nel 1973, Cooke attraversa da tempo le contraddizioni della pittura contemporanea, interrogando il confine tra figurazione e astrazione, tra riconoscibilità e dispersione, tra la persistenza dell’immagine e la sua costitutiva instabilità. La sua ricerca, alimentata da interessi che spaziano dalla paleontologia alle neuroscienze, dalla zoologia alla mitologia classica, sembra muovere da una domanda radicale, ovvero da che cosa significhi rappresentare quando il mondo non si lascia più organizzare secondo una gerarchia stabile di forme, di corpi, di significati: e a ben guardare il suo lavoro la risposta non risiede tanto nella costruzione di un nuovo ordine visivo, quanto piuttosto nella possibilità di accogliere la proliferazione del vivente, lasciando che l’immagine si costituisca, in sé, come un sistema di relazioni, come una fittissima trama di segni nella quale le categorie consuete perdono progressivamente la propria evidenza e consistenza.

La pittura di Cooke non descrive, dunque, un paesaggio, ne mette alla prova le condizioni di apparizione: le forme organiche, i frammenti animali, le configurazioni quasi geologiche e le strutture che evocano circuiti cerebrali si contaminano in una medesima continuità cromatica producendo via via un campo percettivo nel quale il corpo e l’ambiente, la mente e la materia, l’umano e il non-umano cessano di essere termini reciprocamente estranei per coappartenersi in un organismo che sembra cangiante (in continua trasformazione) e che si offre come un locus di passaggio in cui si ha come l’impressione di perdere, almeno provvisoriamente, la sicurezza del già conosciuto.

Sotto questo aspetto non è casuale che la sua nuova produzione veneziana trovi una delle proprie matrici nella riflessione sul θραῦσμα (thraûsma, frammento, rovina) dell’antichità, maturata dall’artista anche durante un soggiorno ad Atene dove si è nutrito di schegge, di ferite, di traumi materici. La rovina, lo ha insegnato anche Aldo Rossi, non è soltanto ciò che sopravvive alla catastrofe del tempo, ma la forma attraverso cui il tempo stesso si rende visibile in quanto patina o screpolatura, depositando sulle superfici le tracce di una storia mai definitivamente conclusa. Venezia, ora, con il suo impareggiabile patrimonio stratificato, con le sue acque e la sua luce mutevole, diventa per Nigel Cooke qualcosa di più di un riferimento iconografico: e certo, i riferimenti ci sono se pensiamo in particolare a Tintoretto, ma la città, oltre alla storia dell’arte e degli artisti che l’anno assimilata, diventa, per l’artista, una condizione esperienziale, un terreno pulsante attraverso cui il passato ritorna senza mai coincidere con la propria immagine originaria.

Proprio in questo elemento cardinale, quello appunto dell’esperienza vissuta in prima persona nel tessuto cittadino, la residenza di Cooke alla Querini Stampalia assume un significato profondo, offrendo anche una indicazione imprescindibile. L’artista ha lavorato nel Portego della Biblioteca, quello che affaccia sul rio di Santa Maria Formosa, trasformando il tempo dell’immersione nella città in una componente generativa del dipingere. Le opere, presentate nello stesso ambiente in cui sono state realizzate, mantengono così una relazione schietta e concreta con il luogo, senza tuttavia ridursi alla sua trascrizione, ma anzi amplificando il senso di un viaggio alla scoperta di cose e luoghi e colori e forme, dove la città agisce, credo, come un deposito di impressioni, come un insieme di memorie e sollecitazioni che l’artista rielabora con la sua pittura fino a renderle irriconoscibili e, proprio per questo, nuovamente disponibili mediante potenti evocatività.
Nelle tonalità profonde e notturne dei dipinti (qui a mio parere l’assimilazione di Tintoretto e di Tiziano o il richiamo costante al suo vaporoso William Turner), le figure emergono come presenze intermittenti, apparizioni sottratte alla certezza di una lettura univoca, dove la luce – velata, cruda eppur leggera quella di Cabin Fever (2026), di Night Ruins (2026) o di The Hour of the Monkey (2026) – non chiarisce semplicemente l’oscurità, ma ne rivela la densità, rendendo tra l’altro percepibile quella zona di incertezza in cui il visibile conserva qualcosa di irriducibilmente altro. Anche il titolo dell’esposizione (Bad Habits) può essere letto dentro quest’arteria magistrale e preferenziale, come richiamo alle abitudini che governano lo sguardo e come possibilità di incrinare gli automatismi attraverso cui organizziamo l’esperienza, riconosciamo le forme e attribuiamo loro un significato.

In un presente attraversato da crisi ecologiche, conflitti e profonde trasformazioni delle relazioni tra esseri umani e ambiente, la pittura di Nigel Cooke non propone consolazioni né formule risolutive, suggerisce, piuttosto, che l’incertezza non costituisce necessariamente una mancanza da colmare, ma può diventare la condizione di una conoscenza più aperta, capace di riconoscere le continuità là dove il pensiero ha costruito separazioni. La sua, insomma, e almeno quella che ci avvolge quando entriamo negli spazi della Querini Stampalia, è una pittura che non pretende di ricomporre le fratture del mondo, ma le attraversa, lasciando affiorare, nella notte dell’immagine, la possibilità ancora fragile (il mondo di Bad Habits è quello di una materia maravigliosamente, uso l’avverbio così come usato da Jacopo da Lentini, incompiuta) di una trasformazione.

Liberata dall’obbligo di restituire un’immagine definitiva delle cose, la pittura torna con questo artista straordinario, per molti una delle voci più significative dell’area britannica contemporanea, a essere un esercizio di attenzione: una pratica attraverso cui il presente può guardare le proprie rovine senza confonderle con la fine (anzi togliendo la parola fine al finale), riconoscendo nel frammento non soltanto ciò che è perduto, ma anche ciò che deve ancora venire.
Nigel Cooke: Bad Habits
a cura di Evelyn C. Hankins
5 maggio – 22 novembre 2026
Fondazione Querini Stampalia
Santa Maria Formosa Castello 5252, Venezia



