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Intervista a ENTANGLED OTHERS STUDIO di Ennio Bianco 

Al MAXXI di Roma è in corso Re:Humanism 2 la grande mostra, tra Arte Contemporanea e Intelligenza Artificiale.
Ideato e realizzato dall’associazione culturale Re:Humanism​, a cura di ​Daniela Cotimbo, il progetto  si sviluppa in due momenti: una ​call for artists internazionale e la mostra, appunto, degli undici artisti finalisti della call. Ennio Bianco ha raggiunto i vincitori della seconda edizione del Prize, il duo Berlino based Entangled Others Studio, composto da Feileacan McCormick e Sofia Crespo.
Arduo il compito di sintetizzare la loro ricerca incentrata su ecologia, natura e arti generative, con un focus sulla produzione di nuove forme “more-than-humans”1, di presenza e vita nello spazio digitale.
Feileacan McCormick è un artista generativo, ricercatore ed ex architetto, fortemente influenzato dallo sviluppo di nuove tecnologie del deep learning e che ha iniziato a rimodellare queste meditazioni sulla natura focalizzandosi sulla biodiversità che arricchisce il nostro Pianeta.
Sofia Crespo è un’artista che lavora con un enorme interesse per le tecnologie bio-ispirate. Una delle sue ricerche principali riguarda il modo in cui la vita organica utilizza meccanismi artificiali per simulare sé stessa ed evolvere. Questo implica l’idea che le tecnologie siano parte del prodotto stesso della vita organica che le ha create e non un oggetto completamente separato. Crespo esamina le similitudini tra le tecniche di formazione dell’immagine dell’IA e il modo in cui gli esseri umani si esprimono creativamente e cognitivamente riconoscendo il loro mondo. Il suo lavoro mette in discussione il potenziale dell’IA nella pratica artistica e la sua capacità di rimodellare la nostra comprensione della creatività…

Il termine “Entangled”, con cui lavorate come coppia, assume di per sé un valore paradigmatico. Non si tratta, infatti, solo di riconoscere che ora siamo immersi in un mondo interconnesso, un mondo che non è più uno spazio oscuro che produce ansia (“Dark Fractures Studio” era il nome che il vostro duo aveva preso all’inizio della collaborazione), ma un mondo in cui le interconnessioni tra umano e non-umano (da leggere come “Natura”) si sviluppano nel contesto di un rapporto vantaggioso.
Assolutamente. Essere “entangled” significa abbracciare, essere irrevocabilmente presenti nel mondo, intrecciati e avvinghiati con gli altri, sia umani che “more-than-human”. La pandemia in corso ha sottolineato per noi l’importanza della narrazione e della responsabilizzazione. Non possiamo sperare di fare la differenza o aspettarci un’azione dagli altri se non incoraggiamo, ispiriamo e alimentiamo l’esperienza dell’agire. Se non riusciamo a provare un senso di azione e di responsabilizzazione, è francamente impossibile aspettarsi qualsiasi cambiamento.
“Entanglement” è un riconoscimento della realtà del nostro mondo, ma è anche un qualcosa di profondamente personale, che riguarda ciò che tu e noi siamo. Non importa come lo viviamo in questo momento, noi siamo profondamente “entangled” nel mondo, con altre persone, con insetti, foglie, alberi e barriere coralline. Sperimentare questa interconnessione è anche un esercizio per vedere non solo gli altri, ma anche noi stessi come parte di un ecosistema ricco e complesso. Far parte di un ecosistema non è un ruolo passivo. Indipendentemente dalla nostra particolare esperienza, siamo in dialogo attivo con il resto del sistema e lo influenziamo e, a nostra volta, ne siamo influenzati. È diventare consapevoli che la nostra voce è una parte del tutto.

Re:Humanism | Re:define the boundaries, 2021, exhibition view. Photo by
Sebastiano Luciano; courtesy Re:Humanism

L’oggetto della vostra ricerca artistica sembra andare verso la creazione di una nuova “Natura Digitale”, non come fine a sé stessa, ma appunto come esplorazione del mondo naturale nel tentativo di comprenderlo meglio e di rapportarsi ad esso in modo eticamente diverso rispetto a quello proposto fin qui dal catastrofico antropocentrismo.
Scopriamo che spesso il digitale è in qualche modo uno spazio che sperimentiamo come un regno platonico. I nostri feed nei social media, e-mail, ecc… esistono come un qualcosa che sta “sopra” il fisico. La nostra ricerca ci ha portato a vedere come il digitale e il fisico siano completamente interdipendenti l’uno con l’altro. Gli attori digitali e fisici si influenzano, consumano e interagiscono reciprocamente. Le centrali elettriche consumano materie prime, producendo energia in una forma consumabile da una miriade di dispositivi digitali ed entità software. A loro volta i campi nei quali sono installati i pannelli solari diventano ottimi pascoli per pecore e conigli poiché, simili alle piante, convertono la luce solare in energia consumabile. Non esiste un vero confine tra fisico e digitale, la “Natura” è uguale per entrambi. 
Detto questo, la nostra visione del mondo è quella della “segregazione”, di noi contro loro, dell’artificiale contro il naturale. La visione antropocentrica del mondo è “esclusiva”, piuttosto che inclusiva. Quindi, la nostra ricerca sulla vita artificiale è per noi importante poiché inizia con il nostro impegno in cui la visione del mondo pone l’inclusività come punto di partenza. Il digitale fa parte dell’intreccio globale di ecosistemi grandi e piccoli. La vita artificiale ci offre un mezzo per sperimentare cicli, con feedback, che esplorano nuove storie per il digitale. Possiamo sperimentare innumerevoli vie diverse per creare esperienze e interazioni, ma anche creare forme di vita digitali che sono esse stesse attori autonomi che interagiscono con il loro contesto digitale, come noi interagiamo con il fisico.
Nel virtuale, il principio di uguaglianza di capacità e di forza può essere facilmente applicato, creando opportunità per diverse esperienze “dell’Altro”, uguali o addirittura migliori. Possiamo esplorare potenzialmente innumerevoli narrazioni alternative che, a loro volta, potrebbero aiutarci a vedere il nostro mondo fisico sotto una luce leggermente diversa.

Entangled Others and Sofia Crespo, Beneath the Neural Waves 2.0, 2021,
exhibition view. Photo by Sebastiano Luciano; courtesy Re:Humanism – www.beneaththeneuralwaves.com

Le vostre riflessioni sulla necessità di un cambiamento nella percezione del mondo Non-Umano (Natura), in particolare sulla necessità della sua inclusione in un unico percorso di equilibrio evolutivo, portano a riflessioni speculari anche sul mondo Umano, che oggi è influenzato da questioni razziali, religiose, di genere, politiche e sessuali, ecc…?
Abbastanza. Le questioni che affrontiamo nel cambiamento climatico sono irrevocabilmente interconnesse con questioni di razzismo, disuguaglianza, sessismo e altro ancora. Finché non maturiamo nel vedere tutti gli esseri umani come uguali, degni di compassione, rispetto e cura, che speranza hanno un insetto o un albero? Potrebbe sembrare un po’ impertinente, ma poi crediamo fermamente che praticare l’empatia nei confronti degli altri esseri umani sia un passo importante per poi essere in grado di riconoscere il non-umano, o meglio, il “more-than-human”, come un pari che è altrettanto importante come te o come noi. Trovare modi per un mondo più sostenibile si incardina sulla nostra capacità di vedere il mondo da una angolazione differente, che può alimentare ciò che è “diverso”, umano e non, in egual misura.

Ora parliamo del vostro processo creativo. Non c’è dubbio che gran parte del crescente successo di AI Art è dovuto allo sviluppo degli algoritmi GAN (Generative Adversarial Network). Uso il plurale perché non c’è un solo GAN, ce ne sono molti e tutti sono stati creati per estendere le capacità di questo algoritmo come motore generativo di immagini, linguaggio e musica. Oltre a mettere a punto il GAN, gli artisti hanno un altro problema e cioè trovare un numero significativo di immagini appositamente preparate e dimensionate per addestrare l’algoritmo o, in alternativa, utilizzare set di dati standard. Come avete affrontato questi due problemi?
Come dici tu sono due sfide abbastanza diverse, la prima è prendere questi algoritmi e sperimentare nuovi modi di espandere ciò di cui sono capaci. Dato che siamo prima di tutto artisti, abbiamo trovato altamente produttivo collaborare con ingegneri e tecnologi per sviluppare il potenziale artistico dei GAN. Questo consente un dialogo tra l’artista e il tecnico in modo tale che più punti di vista si sovrappongano, spesso portando a scoperte fortuite. Quando permettiamo all’intento artistico di agire come attrito generativo all’interno del processo di sviluppo, è possibile trovare modi potenti di intrecciare discipline e risultati per un arricchimento reciproco.
La seconda sfida è abbastanza diversa in quanto tocca due aspetti differenti della pratica, il primo è che quando creiamo un dataset di immagini, dobbiamo decidere ciò che riteniamo rilevante o irrilevante. Il processo curatoriale diventa una meditazione prolungata sul tema, ad esempio, degli ecosistemi acquatici. In quanto tale assomiglia al processo classico di raccolta degli input e di elaborazione come parte del processo creativo; entrambe sono meditazioni che alla fine portano a un momento realizzativo.
In secondo luogo, i dati a nostra disposizione su un determinato argomento sono un nostro specchio. Riflettono ciò che è importante per noi, ciò che garantisce il risultato della fascinazione e documentazione. In quanto tale la mancanza di dati, in particolare del mondo naturale, quanto è inserita nel contesto del machine learning, ci porta a doverci confrontare con una mancanza di diversità nell’ambiente che abbiamo generato. Questo ci permette di prendere atto dei limiti della nostra visione del mondo, ma al contempo diventa una motivazione per generare nuovi dataset di immagini capaci di attraversare i confini di un territorio “sconosciuto”. Il mettere in atto una meditazione diventa per noi un momento di introspezione, una forza per esaminare noi stessi, le nostre prospettive e la necessità di crescere. I dataset sono quindi una parte preziosa di tutto questo.

Entangled Others Studio, Beneath the Neural Waves, 2021
3D GAN, 3D style-transfer – www.beneaththeneuralwaves.com

In alcune ricerche di frontiera, la generazione di immagini è legata alla generazione di testi che descrivono l’immagine stessa. Queste narrazioni stimolanti sono possibili grazie ai trasformatori GPT-2 e ultimamente GPT-3 (Generative Pre-trained Transformer 3) dell’organizzazione OpenAI. Ho notato che avete incluso anche questa componente narrativa come elemento importante nei vostri processi creativi.
Come accennato riguardo ai dataset, stiamo costantemente esplorando i confini del nostro mondo percepito. Ora, tenendo conto che la ricerca scientifica ha offerto la più grande rappresentazione della diversità della vita naturale, è stato per noi importante tentare di includere nelle nostre opere, principalmente visive, interazioni che stanno ai “margini” della nostra attuale visione del mondo. Esplorando ciò che emerge dal consentire alle reti neurali di sintetizzare nuove descrizioni, tratte da corpi di letteratura scientifica, abbiamo scoperto piccole aree, dentro mondi neurali e paralleli, che presentano la realtà del mondo in una luce diversa.

Nell’ammirare le vostre opere, lo spettatore ha la netta sensazione che ci sia una vera ricerca del “bello”, attraverso un percorso che parte dai sogni, allucinazioni e trasfigurazioni, per arrivare all’opera d’arte. Le vostre opere creano l’illusione che l’Intelligenza Artificiale abbia un proprio senso estetico. Tuttavia, poiché è ormai risaputo che l’Intelligenza Artificiale (sarebbe più corretto chiamarla Machine Learning o Deep Learning) elabora statisticamente e matematicamente stringhe di numeri, credo sia interessante capire come si ottengono questi affascinanti risultati.
C’è stato molto clamore ed eccitazione intorno all’idea che il deep learning sia in qualche modo più autocosciente e autonomo di quanto in realtà lo sia (in realtà non è consapevole “o” autonomo!). La nostra regola empirica è “ciò che dai è ciò che ottieni” quando si tratta di comprendere i limiti delle attuali reti neurali. Esse tendono in conclusione per proporre “l’essenza” distillata di qualsivoglia dato con il quale siano state alimentate. Ora, questo è davvero eccitante, perché quando parliamo di bellezza, ci chiediamo come entra nell’immagine? È il dataset? È il complesso processo di addestramento di una rete neurale, ispirato dal funzionamento dei neuroni della nostra mente? O sono “solo” gli output finali della rete neurale?
C’è assolutamente un’estetica nell’arte generata neuralmente, ma per noi è il risultato di tutte le parti del processo sopra menzionate: la cura del dataset, la formazione e, infine, l’esame degli output generati dalla rete neurale dopo che il processo di apprendimento è terminato.
Quindi, se prendiamo, ad esempio, delle immagini di meduse, e creiamo un dataset, già lì abbiamo un pregiudizio implicito nelle immagini che abbiamo scelto di mantenere o ignorare. Le meduse “brutte” vanno tagliate? Cos’è una medusa brutta o bella? Già qui siamo in un dialogo personale con il risultato futuro.
Stiamo esplorando un argomento, ma allo stesso tempo anche noi stessi. Man mano che la rete neurale apprende dal dataset essa, grazie alla particolare configurazione degli algoritmi, deduce alcune qualità essenziali particolari a quel dataset e può utilizzare tale conoscenza per generare nuovi differenti esemplari di meduse. Ci viene quindi data la possibilità di generare migliaia di meduse, che sono tutte uno specchio del dataset e del nostro ruolo nel processo. È molto importante per noi rimanere consapevoli che le reti neurali hanno gli stessi nostri pregiudizi, e come tali sono molto personali, piuttosto che oggettive. Le allucinazioni della macchina sono più vicine all’essere un barlume dei nostri sogni che la rappresentazione oggettiva del nostro mondo. Il che è fantastico, perché ci consente, come singoli artisti, di esplorare una vasta gamma di soggetti attraverso noi stessi e le nostre opere che nascono da un dialogo con il nostro mondo, le nostre sensibilità e intenzioni personali. Gli stessi strumenti ci ricordano costantemente che dobbiamo lavorare attivamente per la diversità visiva e concettuale nel nostro mondo. Per noi poi è particolarmente importante dato che lavoriamo con la “Natura” come soggetto principale: lavoriamo con noi stessi per essere in grado di raggiungere differenti visioni del mondo. Tutto questo può aiutarci a esplorare nuovi approcci di interazione con il mondo, nella speranza che questi risultino più sostenibili.

This jellyfish does not exist, GAN generated specimens of jellyfish, a project made with Sofia Crespo as part of the ETOPIA_ 2020 residency program – www.thisjellyfishdoesnotexist.com ©Entangled Others Studio

Il panorama dell’Arte Digitale presenta alcuni punti di riferimento internazionali, la Kate Vass Gallery di Zurigo, che vi rappresenta, è uno di questi. Le mostre su Generative Art e Blockchain Art, curate da critici come Georg Bak e Jason Bailey, sono ormai capitoli fondamentali nel campo dell’arte contemporanea e questo permette ai collezionisti di avere dei punti di riferimento precisi rispetto ad una produzione che è caotica e quasi sempre priva di lettura critica.
Di per sé una mancanza di lettura critica non è una brutta cosa, ciò che contraddistingue l’arte digitale è una felice mancanza di requisiti formali e di formato. Questo ha consentito una produzione esplosiva di opere che si collocano in una miriade di piccole “bolle” di contesto, siano esse legate alla memetica, al soggetto, agli sviluppi tecnologici o ad altro. Questo caos si è dimostrato molto fruttuoso in quanto non ha confini definiti e come tale cresce e si espande, risponde e si modifica continuamente, consentendo ai movimenti e alle sottoculture “cosiddette oscure” di trovare terreni emergenti.
Questo crea un contesto entusiasmante per il lavoro che Kate Vass Gallery ha svolto nell’evidenziare alcune parti di queste categorie dell’arte in continua crescita e cambiamento. Aprendo finestre curatoriali ha potuto facilitare una comprensione del loro contesto e della loro importanza, offrendo punti di riferimento chiari. Detto questo, è importante considerare la categoria dell’arte digitale come un ecosistema vivente, che continuerà a crescere e prosperare.

Entangled Others Studio, hybrid ecosystems: totemic dusk, hahnemühle photo rag fine art print, image 30×30 cm on 40x40cm paper. Unique 1/1 + 1AP. From the series ‘Hybrid Ecosystems’. Courtesy Kate Vass Galerie

In questo ultimo periodo si parla molto dell’utilizzo della tecnologia di certificazione basata sulla blockchain “Ethernum”, in particolare del collegamento di opere d’arte digitali con NFT (Non-Fungible Tokens). Tutto questo per offrire maggiori garanzie agli investimenti dei collezionisti, prevenendo falsificazioni e fornendo la provenienza storica. Voi stessi avete abbracciato l’iniziativa “SuperRare”.
Siamo stati introdotti a “SuperRare” dalla Kate Vass Gallery quando l’arte NFT era un campo ancora molto nuovo. Il tempismo è stato piuttosto interessante se visto in retrospettiva, poiché una volta che la pandemia si è diffusa i nostri mezzi tradizionali, in quanto artisti, hanno dovuto affrontare le gravi sfide del periodo di lockdown. Le NFT sono ancora piuttosto controverse, sia per ragioni ecologiche, che vengono ora affrontate lentamente, sia per la questione, piuttosto rilevante, se queste piattaforme effettivamente aiutino a creare un ecosistema migliore per artisti e collezionisti, oppure no. Il fatto è che sono già diventate importanti per molti artisti digitali come mezzi di sopravvivenza e crescita.
Questo per noi evidenzia l’importanza di prendere sul serio queste iniziative di “crypto-art”, non per affermare che qualsiasi piattaforma attualmente esistente sia la soluzione, ma in quanto esiste un grande potenziale per creare migliori ecosistemi per artisti e collezionisti, in grado di alimentare e accogliere una più ampia diversità di artisti capaci di emergere e prosperare. Crediamo fermamente nell’approccio al cambiamento attraverso “a thousand paper-cuts”, dove ogni singolo artista o voce ha un’influenza limitata, ma se una nuvola di voci abbastanza diversificate, porta la propria prospettiva unica sul tavolo, e può trovare lo spazio e i mezzi per svilupparlo e nutrirlo, possiamo ritrovarci con un potente motore di cambiamento.
Gli NFT non sono di per sé un proiettile d’argento nel nulla; esse hanno il potenziale per offrire un tassello importante di un puzzle a condizione che vengano sviluppate tenendo conto di una attività di curatela e condivisione critica da parte di artisti e collezionisti.

1 La mostra AI: More than Human, curata dal Barbican International Enterprises in collaborazione con il Groninger Forum, è stata organizzata dal Barbican nel 2019 per tentare di comprendere il significato e la vita degli esseri umani in un mondo in cui ormai la tecnologia controlla e definisce ogni aspetto delle nostre esistenze.

https://entangledothers.studio/
www.katevassgalerie.com

Re:Humanism – Redefine the Boundaries
Mostra dei finalisti di Re:Humanism Art Prize 2
a cura di Daniela Cotimbo

MAXXI – Spazio Corner

Fino al 30 maggio 2021

www.re-humanism.com

 

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