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INTERVISTA AD ANDREA SALA DI DANIELA TRINCIA

23 settembre – 12 novembre 2011

Tre display allestiti in altrettanti ambienti della Galleria Federica Schiavo, costruiscono la seconda personale di Andrea Sala (Como, 1976; lavora tra Milano e Montreal). Appositamente realizzati per l’occasione, sono la tangibile traduzione della riflessione che l’artista ha condotto su alcune specifiche incisioni di Giovan Battista Piranesi. Ammirate in una mostra nella Fondazione Cini (Le Arti di Piranesi, Venezia, 28 agosto 2010 – 9 gennaio 2011), in cui è stata evidenziata la poliedricità di Piranesi, in grado di indossare allo stesso tempo le vesti dell’architetto, dell’incisore, dell’antiquario, del vedutista e del designer. È quest’ultimo aspetto che maggiormente ha suggestionato Andrea Sala. È nelle tavole delle
Diverse maniere d’adornare i Cammini (1769) che Sala si è smarrito. Un elemento, accessorio come il camino, diventato per Piranesi centrale di uno specifico filone di studio e di ricerca, ha affascinato l’artista. Ma ciò che ha maggiormente attirato la sua attenzione sono state le singole caratterizzazioni di ciascun camino, attraverso il fumo scaturito dalla combustione della legna all’interno del camino stesso. Anziché presentarsi come un oggetto statico e vuoto, quale può essere in un progetto, in questo modo ogni camino sembra attraversato da un lampo vitale; e ogni fumo non è un’asettica riproposizione di nuvole standard, che si differenziano e si conformano a quello specifico camino, diventando parte integrante dell’oggetto stesso. Sono state, perciò, le curve, le linee di queste nuvole di fumo, mai uguali e sempre diversificate, capaci di esprimerne la densità e la consistenza, a innescare in Andrea Sala, uno approfondimento. Il risultato sono i lavori esposti nella galleria romana, raccontati dallo stesso artista.

Daniela Trincia: Nell’illustrare il tuo lavoro, ricorri spesso all’utilizzo del termine display, cosa intendi con questa parola?
Andrea Sala:
Per me display sta ad indicare lo spazio nel suo insieme che concorre alla presentazione del lavoro, come una sorta di scenografia in cui ogni elemento occupa la sua specifica collocazione; è la somma dello spazio e dei diversi elementi con i quali esprimo il lavoro nel suo insieme.

Solitamente, nelle tue opere, prendi le mosse dall’analisi di alcuni elementi di design che rielabori e stravolgi fino ad annullare completamente l’oggetto da cui sei partito. In questo caso però parti non da un oggetto ma da un elemento completamente immateriale come il fumo, guardando con particolare attenzione alla figura di Piranesi come designer, come mai?
Per me il design è parte del mio DNA. Nato in una zona, la Brianza, in cui c’è la più grande concentrazione di produzione di elementi di arredamento, sin da bambino mi sono relazionato ad esso. Quello che però ha sempre attirato la mia attenzione non è tanto il processo progettuale e industriale che conduce alla realizzazione di un oggetto, quanto i diversi elementi, le linee e le forme, che lo esprimono. Nel caso di Piranesi e dei fumi dei suoi camini, sono stato affascinato dall’intensità delle linee d’incisione capaci di esprimere, attraverso spessori diversi, l’intensità del fumo stesso, conferendo così una certa vitalità al camino.

Quindi, qual è il tuo approccio al design?
Ciò che mi interessa è il processo, il modo in cui il progetto si è sviluppato, analizzandolo per immaginare altre possibilità, riformulando così un nuovo immaginario, attraverso l’accumulo di immagini. Mantenendo sempre l’attenzione sulle forme pure, sui colori primari e sui materiali, nonché lo stretto dialogo con lo spazio, anch’esso fondamentale perché ingloba e relaziona gli oggetti che, rielaborati, cambiano l’originaria funzionalità.

Guardando a Piranesi, sei andato molto più indietro in rapporto agli artisti solitamente studiati …
Sì, solitamente ho guardato lavori molto più vicini a me, spaziando però da Sottsass a Le Corbusier, da Alvar Aalto a Mies van der Rohe. In questo caso, l’attenzione per Piranesi è per il ruolo che ha ricoperto nella modernità, avendo anticipato il ruolo dell’architetto e del designer contemporanei.

Rispetto al tuo cammino artistico, come collochi questi ultimi lavori?
In confronto ai precedenti lavori ci sono delle piccole ma importantissime novità. Principalmente, anziché far realizzare le singole parti da specifici artigiani (fabbro e falegname), alcuni elementi, cioè i gessi, li ho voluti realizzare personalmente. Questa scoperta della dimensione artigianale, oltre ad aver rappresentato una piacevole sorpresa, è stata fonte di piccole soddisfazioni seguite ad alcune sconfitte riportate quando i gessi, nel corso dei primi esperimenti, non prendevano le forme che io desideravo. Dopo numerose prove, ho raggiunto, in termini di forme, spessore e cromia, quanto mi ero prefigurato, e di questo sono molto soddisfatto. L’altra novità è l’inserimento di alcune basi scultoree, da utilizzare come sedute. Seppure posizionati in uno specifico punto, col quale intendo offrire il mio punto di vista, su queste basi il visitatore può appunto sedersi ed entrare così in diretto contatto con i lavori, immergendosi in essi, osservandoli anche da un punto di vista diverso dato da una visione non esclusivamente eretta e non distante.

Mettendosi seduti, colpisce il freddo intenso…
È proprio questa la sensazione che volevo sollecitare, nel tentativo di stimolare anche altri sensi.

Parliamo quindi del primo display che apre la mostra, che da subito presenta tutti gli elementi proposti negli altri due, con differenti declinazioni…
Da subito, presento tutti gli elementi che costruiscono la composizione. La base scultorea con la quale invito il visitatore ad entrare nel display; i gessi, con differenti e particolari sfumature ottenute con l’aggiunta di pigmenti capaci di raggiungere quella specifica tonalità cromatica; la griglia, in acciaio lucido, ad indicare quella rete solitamente posizionata nei camini per contenere i zampilli di fuoco. E da essa fuoriesce il fumo, che prende corpo nelle diverse forme geometriche del cerchio e del triangolo, le linee e le forme desunte dai camini di Piranesi. Ci sono poi delle piccole sorprese: avevo previsto che la griglia avrebbe riflesso la luce, ma solo al termine dell’allestimento ho potuto ammirare la reale consistenza e bellezza del riverbero.

Hai preferito utilizzare solo i tre ambienti e non il corridoio …
Sì, sin dall’inizio ho pensato solo allo spazio dei tre ambienti distinti, perché volevo che ognuno fosse conchiuso.

L’Ultima Sigaretta sta a indicare l’ultima che intendi fumare?
In effetti fumavo, ma ho smesso da oltre sette anni. Il titolo vuole indicare quel piacere che si può provare quando si fuma, appunto, l’ultima sigaretta della giornata. È quindi quell’invito alla sosta, alla pausa, per assaporarsi appieno il gusto dato da quella sigaretta.

Andrea Sala. L’Ultima Sigaretta
Federica Schiavo Gallery
piazza Montevecchio 16, Roma
Info: +39 06 45432028
info@federicaschiavo.com
www.federicaschiavo.com
23 settembre – 12 novembre 2011

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