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di ELENA MAZZI

Negli ultimi mesi si è dibattuto tanto di come la pandemia in atto potrebbe avere il giusto potenziale per un cambiamento netto, radicale della società. Vivere più a contatto con la natura, guardare alla crisi come cambiamento positivo, agire con lentezza. Da molti anni tratto questi temi nel mio lavoro, e più che mai li sento vicini. Ma sento la mancanza di un dibattito sul come stia effettivamente riprendendo la vita “normale”.

Come ci relazioniamo ai piccoli gesti quotidiani? Come ci stiamo riavvicinando ad attività prima considerate di routine, lavoro incluso? Mi piacerebbe qui condividere alcune esperienze artistiche svolte in questa estate atipica, dove chi ha avuto l’opportunità di andare in vacanza si è rifugiato in un’isola quasi deserta, sorta di desiderio sempre avuto ma mai veramente realizzato. Dove chi poteva evitava di prendere il treno; dove non si sapeva come gestire le strette di mano e, al contempo, si aveva voglia di lasciarsi alle spalle la serie infinita di zoom e webinar della stagione precedente.

Elena Mazzi Spicule, 2020 ph Nuvola Ravera

In questa estate atipica, ho insegnato a distanza allo IUAV di Venezia, ma ad un certo momento ho sentito l’esigenza di incontrare i miei studenti, almeno quelli ancora rimasti in città. E così abbiamo organizzato un giro in barca in esplorazione della Laguna e anche una serie di camminate condivise con altri studenti che seguivano un programma di ricerca presso l’Ocean Space.

Insegnare arte è qualcosa di molto personale. Ci si mette a nudo, si condivide un metodo. Ho sempre sostenuto che l’arte si possa imparare solo vivendola, quindi amo la condivisione della parte laboratoriale, sempre piena di imprevisti.

Dal laboratorio presso lo IUAV, che si focalizzava su temi di mobilità contemporanea, sono passata ad un altro laboratorio intitolato Vagabondi Efficaci, organizzato dal Centro Pecci per l’Arte Contemporanea insieme a Oxfam Italia e dedicato, nel mio caso, a ragazzi tra i 12 e i 14 anni. Anche qui si è parlato di spazialità, di architettura e paesaggio. Anche qui si è provato a esplorare i contorni urbani della complessa realtà pratese, attraversando luoghi, culture, linee e orizzonti. La parte più difficile è stata lavorare al chiuso, mettere le mani in pasta insieme. Confrontarsi con i limiti imposti, cercando di superarli, se non fisicamente, almeno mentalmente. E così ci siamo uniti nell’azione, nella parola, condividendo strumenti in maniera totalmente inaspettata e diversa. È stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto sul come vivere le opere, la materia, il confronto.

Elena Mazzi, Vagabondi Efficaci. © Margherita Villani

L’ultimo giorno di laboratorio ho noleggiato un’auto, proprio a qualche metro di distanza dal museo. Mi sono messa in cammino verso la Liguria, dove mi aspettavano per un sopralluogo a Cervo, borgo coinvolto nel progetto Una boccata d’arte, promosso da Fondazione Elpis e galleria Continua.
In un’estate in cui non sarei riuscita ad andare in vacanza, aspettavo quei giorni sul mare ligure con impazienza. Mi domandavo che opera avrei potuto realizzare, in un luogo sconosciuto e in cui non sarei potuta rimanere per molto tempo come solitamente faccio.
Continuavo a pensare a quei giorni di laboratorio, bellissimi, complessi e stratificati. A quei giorni in cui, mio malgrado, la plastica aveva dominato i nostri gesti. A come avrei voluto usare un materiale naturale per il mio prossimo lavoro.

E così, una volta arrivata a Cervo, ho deciso di lavorare sul legame tra terra e mare.

Cervo è un paese quasi verticale che, visto dalla spiaggia, sembra quasi che si tuffi in acqua. I primi giorni mi è stato raccontato dei delfini che a volte si riescono ad avvistare dal paese, delfini che di solito vivono in maniera stanziale in quello che viene definito Triangolo Pelagos, un’area protetta tra Toscana, Liguria e Corsica dove cetacei di varia tipologia hanno trovato un ambiente favorevole alle loro necessità.

Elena Mazzi, Spicule, 2020. ph Susanna Manuele

Attratta da questa realtà, ho contattato, come spesso faccio in fase di ricerca, un’esperta locale, la biologa marina Monica Previati. È stata lei a farmi notare quanta varietà sia presente nelle coste liguri, e quanto questa sia sconosciuta e spesso non considerata. Così ho deciso di avvicinarmi a specie marine meno spettacolari, a due passi dall’abitato urbano. Le coste di Cervo sono tra i mari più limpidi che abbiamo in Italia; è sufficiente nuotare con la maschera per osservare attentamente piante e animali marini.

Qui ho approfondito lo studio delle spugne, animali marini molto comuni nei mari di tutto il mondo eppure poco conosciuti, i cui scheletri nella maggior parte dei casi sono composti da strutture calcaree o silicee dette spicole. Affascinata da queste forme particolarissime, dalla complessità e dal fondamentale ruolo ecologico delle spugne nell’ambiente costiero, ho deciso di usare lo stesso materiale – la pietra – di cui si compongono le affascinanti forme degli scheletri dei poriferi, rimarcando la relazione tra gli organismi e l’ambiente in cui essi vivono.

Elena Mazzi, Spicule, 2020. ph Susanna Manuele

Ho quindi realizzato con l’aiuto di Regula Zwicky, scultrice con cui ho avuto il piacere di collaborare lo scorso anno per il progetto Lo Spazio del Cielo sulla via Francigena, quattro sculture in basalto, peperino e pietra dorata, che ho collocato sul fondo del mare, a 5 metri di profondità, in area balneabile. Le sculture nascono non solo come opera artistica, ma anche come medium per svolgere attività didattiche e scientifiche, interagendo con gli organismi marini, e con i nuotatori e bagnanti del luogo.

L’opera, intitolata Spicule (nome latino per spicole), è visibile nuotando in mare, ma è anche localizzabile a distanza attraverso una boa in vetro di primo Novecento, trovata in un negozio d’antiquariato. Questa tipologia di boa veniva frequentemente usata dai pescatori un centinaio di anni fa, quando ancora la plastica non esisteva, per segnalare le reti da pesca nel mare. La boa, di grandi dimensioni, è facilmente identificabile sia dai natanti che dagli abitanti e dai turisti in visita a Cervo: un cannocchiale nautico posto sul Bastione di Mezzodì ne permette la facile identificazione, rimarcando la relazione tra terra e mare.

Elena Mazzi, Spicule, 2020. ph Susanna Manuele

All’interno del bastione invece la mostra prosegue con altre opere scultoree realizzate tra il 2018 e il 2020, questa volta in vetro di Murano e argento. Intitolata Becoming with and unbecoming with, questa serie di sculture è stata prodotta a partire dal calco di alcune vertebre di cetacei trovate sulle spiagge d’Islanda, dove mi ero recata nel 2018 dopo un incidente in mare che mi aveva costretta ad un periodo di sedentarietà.
L’opera verte sull’incontro tra forma e materia: le vertebre originarie sono state riprodotte in metallo a ricordare le protesi chirurgiche che stabilizzano le strutture ossee. Queste dialogano con il vetro, un materiale in origine liquido come l’acqua, che nella sua trasparenza e durezza mantiene anche la propria fragilità.

Elena Mazzi, Becoming with and unbecoming with, 2020, ph Nuvola Ravera

Mi piaceva l’idea di spargere parti ossee di organismi versatili tra la parte terrestre e marina del paese. Il cannocchiale unisce gli sguardi, e la boa intesse una relazione tra i diversi materiali. È stata per me un’esperienza incredibile e profonda quella di poter allestire nuotando, a gesti, senza parole. Mentre nuotavo, imparavo il linguaggio del mare, dove il pollice alzato non è segno di approvazione ma di direzione geografica. E dove è il mare che dirige e comanda su tutto.

Elena Mazzi (Reggio Emilia, 1984) dopo gli studi presso l’Università di Siena e lo IUAV di Venezia, ha trascorso un periodo di formazione al Royal Institute of Art (Konsthögskolan) di Stoccolma.
Partendo dall’esame di territori specifici, nelle sue opere rilegge il patrimonio culturale e naturale dei luoghi intrecciando storie, fatti e fantasie trasmesse dalle comunità locali, nell’intento di suggerire possibili risoluzioni del conflitto uomo-natura-cultura. La sua metodologia di lavoro, vicina all’antropologia, privilegia un approccio olistico volto a ricucire fratture in atto nella società, che parte dall’osservazione e procede combinando saperi diversi. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive, tra cui: Whitechapel Gallery di Londra, BOZAR a Bruxelles, Museo del Novecento di Firenze, MAGA di Gallarate, GAMeC a Bergamo, MAMbo a Bologna, AlbumArte a Roma, Sonje Art Center a Seoul, Palazzo Ducale a Urbino, Palazzo Fortuny a Venezia, Fondazione Golinelli a Bologna, Centro Pecci per l’arte contemporanea a Prato, 16° Quadriennale di Roma, GAM di Torino, 14° Biennale di Istanbul, 17° BJCEM Biennale del Mediterraneo, Fittja Pavilion durante la 14° Biennale d’Architettura di Venezia, COP17 a Durban, Istituto Italiano di Cultura a New York, Bruxelles, Stoccolma, Johannesburg e Cape Town, Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.
Ha partecipato a diversi programmi di residenza in Italia e all’estero. È vincitrice, tra gli altri, della 7° edizione dell’Italian Council promosso dal Ministero dei Beni Culturali, del XVII Premio Ermanno Casoli, Premio STEP Beyond, Premio OnBoard, VISIO Young Talent Acquisition prize, premio Eneganart, borsa Illy per Unidee, Fondazione Pistoletto, nctm e l’arte, premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, premio Lerici Foundation, Movin’up. http://elenamazzi.com/

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