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Intervista a MASSIMO FERRANDO di Francesca Di Giorgio*

Designer, scrittore e fotografo, dal suo buen retiro di Sassello, vicino al confine tra Liguria e Piemonte, nell’Appennino ligure, nel Parco Naturale Regionale del Beigua, Massimo Ferrando porta avanti da anni progetti di ricerca nei campi dell’arte, dell’architettura e del design in collaborazione con Alessandra Giacardi, architetto e sua compagna di vita. Dati “geo-biografici” fondamentali per comprendere e localizzare quella che per Ferrando è una scelta di campo che, a sua volta, ne fa scaturire delle altre e che implica una presa di posizione talmente limpida da far trasparire ogni singolo “contenuto di pensiero” come parte del “tutto”…

Massimo Ferrando, Il principio fecondo, rame, ottone, alluminio, ferro, pannello cm 50×40

Iniziamo dalla tua presa di coscienza, dal tuo dono, dal tuo essere artista, intellettuale eclettico sempre sul confine di “discipline” differenti: poesia, arte, artigianato, design…
Utilizzo malvolentieri il termine “intellettuale”, soprattutto se in riferimento alla mia persona, ma in effetti è l’unico che mi consente, più o meno precisamente, di descrivere la mia vocazione al ragionamento “intuitivo” (e sottolineo intuitivo) intorno a questioni che riguardano l’uomo. È pur vero che se per intellettuale intendiamo un individuo che si dedica agli studi, che ha spiccati interessi culturali, che esercita un’attività intellettuale o artistica, allora non ho problemi a definirmi tale, perché in effetti è quello che faccio. Ma credo anche, allo stesso tempo, di non aver quasi nulla in comune con l’intellettuale propriamente inteso. È una questione di metodo, innanzitutto. Il mio esercizio mentale non si limita all’uso limitante del ragionamento. Non sono cioè un razionalista, e il mio è un atteggiamento di “apertura totale” (con tutti i sensi, soprattutto il sesto) nei confronti della realtà che, beninteso, non è solo quella visibile. In sostanza, se prestiamo fede ai termini, mi sento un metafisico, cioè un individuo capace di accettare l’idea che esista una realtà oltre la materia, e di questa realtà ne fa esperienza concreta. Ciò è in totale controtendenza. Ahimè l’uomo (occidentale) moderno non è più capace (salvo eccezioni) di fare questo, il suo pensare è totalmente assorbito nell’analisi dell’azione e del mutamento, mai a ciò che è immobile, al principio di tutte le cose, al “motore immobile” di aristotelica memoria. In effetti il carattere più visibile dell’epoca moderna è il bisogno di un’agitazione e un mutamento incessanti e continui, di una velocità sempre in crescita e di conseguenza di una attenzione posta nei confronti dell’azione anziché della contemplazione. Questo è il risultato di un mondo concepito in senso esclusivamente materiale. L’intellettuale occidentale di oggi analizza il costante mutamento del mondo, dimenticando di soffermarsi sul principio unico e universale di tutte le cose. Detto altrimenti, l’uomo moderno ha dimenticato cos’è la conoscenza (la vera conoscenza, che non è beninteso quella filosofica, prodotto di un pensare già moderno), la quale si può trovare o recuperare solo attraverso un atteggiamento contemplativo e non attraverso il pensiero razionale di stampo positivista. Ecco, in questo consiste il mio metodo, anche progettuale e artistico: nell’avvicinarmi al principio delle cose attraverso l’intuizione o il pensiero intuitivo, che non esclude, ma la comprende, la ragione, una ragione superiore. Concetti difficili, ma questi sono la base del mio lavoro. Un tentativo, mi affretto ad aggiungere, niente più.

Massimo Ferrando + Alessandra Giacardi, L’arte e la guerra: La soglia e La sottile linea rossa, 2013-2017, Karkemish, nuovo parco archeologico, Turchia (confine turco-siriano)

Spesso il confine teorico/immateriale dei tuoi pensieri si è materializzato nel tuo lavoro. Il caso più emblematico e recente ti ha portato, tra Turchia e Siria, a progettare, assieme all’architetto Alessandra Giacardi, il Parco Archeologico di Karkemish… Su quali temi, elementi e materiali avete costruito il progetto?
Il mio lavoro di ricerca, come in parte ho chiarito poco sopra, trova in effetti quasi sempre un riscontro concreto nei miei progetti artistici, una sorta di materializzazione di certe idee intorno a questioni di sostanza, archetipiche, che riguardano l’uomo, la sua origine, il suo cammino nella storia, non in senso storicistico, ma mitologico. Mi interrogo sul dolore dell’uomo, ad esempio (della donna nel momento del parto o dell’artista nel momento della creazione artistica), sull’origine del linguaggio, sulla Natura a cui l’uomo appartiene (anche se troppo spesso ce ne dimentichiamo). Nel progetto di Karkemish mi sono interrogato (ma dovrei dire ci siamo, io ed Alessandra Giacardi, mia compagna di avventure e di vita) innanzitutto sull’origine dell’architettura, ovvero sui primi gesti dell’uomo arcaico nei confronti del paesaggio. L’architettura, attività propriamente umana, è nata nel momento in cui l’uomo ha cominciato a modificare la natura dei luoghi in cui viveva attraverso azioni semplici, ma significative e simboliche. Camminare è un gesto naturale, e camminare ripetutamente lungo una stessa linea per connettere luoghi lontani produce un percorso, un tracciato, prima modificazione sensibile del paesaggio. Poi erigere pietre nei crocicchi a indicare cambi di direzione, o definire confini, o segnalare un luogo sacro, o per dialogare con le divinità attraverso ierofanie (manifestazioni del sacro) è un’altra modificazione “architettonica” dello spazio. Ecco, il progetto di Karkemish è nato recuperando questi antichi gesti, e con essi i significati simbolici che si portavano dietro, riattivandoli. Così sono nati il portale monumentale in pietra (La soglia) di accesso al sito archeologico, la linea di listarelle rosse (La sottile linea rossa) che guida i turisti nella visita al parco lungo gli antichi percorsi, le sedute e i tavoli in pietra basaltica locale che dialogano con i monoliti degli antichi monumenti ivi presenti, e via discorrendo. Poi non potevamo non parlare di confini e di guerre, visto la realtà in cui ci siamo trovati a lavorare. Border nasce dall’esigenza di porre il visitatore faccia a faccia non tanto, e non solo, con il tema della guerra che accompagna l’umanità dai primordi, quanto con la barbarie delle mine antiuomo (antibambino potremmo dire, visto che spesso hanno forma di giocattolo per aumentarne il “coefficiente di efficacia”). Ecco, i trenta steli rossi (in sostituzione delle mine sepolte) che ondeggiano al vento e si illuminano di notte sono stati il nostro tentativo di porre il visitatore di fronte a se stesso. Perché a costruire e seppellire quelle mine è stato proprio lui, l’uomo, chi altri?

Massimo Ferrando, Lunare tellurico, serie Archetipo femminile, 2016, fotografia digitale e analogica

Confrontarsi con le grandi domande dell’uomo significa alimentare quella dimensione introspettiva che riconsidera gli archetipi in rapporto ai luoghi del vivere quotidiano (Cascina Granbego è casa tua ma anche luogo di accoglienza) e straordinario (penso ai tanti viaggi in terre lontane presenti nei tuo scatti)…
La Natura è tutto, dopo Dio. Ma il mio dio è il sentimento/ricordo dell’Origine, che è un concetto metafisico, nel senso che ci riporta al Principio di ogni cosa. Di fronte a ogni questione, sofferenza, dubbio, tema, argomento, progetto, relazione, idea, cerco sempre dentro di me quel “motore immobile” che dà forma al mondo. Mi domando perché?, e so che la risposta è già contenuta nella domanda, perché se ti domandi il perché delle cose ti metti in cammino, fai ricerca, e prima o poi trovi. Cercare è trovare, e ciò in senso anti filosofico, perché la filosofia è la ricerca fine a se stessa, la ricerca metafisica ha invece come scopo un risultato: la conoscenza (una conoscenza, beninteso, che travalica l’ambito puramente razionale). Domandare per me è interrogare gli archetipi, le forme simbolo di ogni cosa, ciò che sta all’origine. Gli archetipi non sono immagini morte, ma simboli vivi che orientano il nostro agire nel mondo, da sempre. L’archetipo è l’immagine originaria posta in illo tempore, e per ciò, disancorata dal tempo storico, ci riporta all’idea di eternità. L’uomo è eterno ma lo ha dimenticato, preferendo il tempo storico e la morte.
Cascina Granbego è un luogo della mia quotidianità (e quella dei miei familiari e amici) organizzato intorno a un focolare e nel quale si può provare a fare esperienza (con semplicità e in base alle capacità di ognuno) di questo eterno, innanzitutto attraverso la condivisione, lontano dai clamori del mondo e in stretto contatto con la natura, coi suoi ritmi che ci riportano a quella condizione contemplativa necessaria per recuperare i valori dimenticati. Cascina Granbego, che è la mia casa e anche un “presidio” poetico, è inserita in un territorio, e per tale motivo il dialogo con la realtà circostante è sempre una tentazione, ma mai dimenticando l’orizzonte metafisico che convalida i nostri obbiettivi. Riguardo ai miei viaggi in terre lontane nascono da un desiderio: abbracciare l’umanità in tutta la sua interezza, da fratello a fratello, da territorio a territorio.

A cosa stai lavorando ora?
Ho due progetti che ritengo importanti per la mia ricerca in questo momento: il primo è un libro, un saggio, una incursione storica (non storicistica) e metafisica dentro il mio territorio di appartenenza, il comprensorio del Monte Beigua, l’antico santuario delle genti liguri e non solo, come proverò a dimostrare nel libro, punto di approdo di popoli lontani che qui si davano convegno per motivi “misteriosi”. Anche questo è un lavoro sulle origini, sulle antiche conoscenze dimenticate, su quella forma mentis degli antichi abitanti di queste terre che permetteva ancora di ancorare l’uomo e il suo destino alla Natura e al Cosmo. L’altro progetto, come da copione, è una sorta di materializzazione/condensazione di ciò che ho scoperto e vado via via scoprendo durante la scrittura del saggio, una specie di narrazione simbolica attraverso oggetti inutili, sculture soprammobili in cemento armato e pietra attraverso i quali tenterò di ricodificare artisticamente e a mio modo antichi miti e certi processi di trasmutazione della materia, invertendo la logica delle leggi fisiche per innalzare e conferire leggerezza a ciò che è pesante, cioè la materia, le pietre, offrendo loro un’anima. Non potrò non affrontare il tema delle forze naturali telluriche e ctonie (sotterranee), ma anche del valore simbolico del Sole e della Luna. Recupererò anche alcuni miti, come quello di Ercole, la cui forza e storia mitica (le sue fatiche) sono i simboli della trasmutazione della materia per via di spinte di ordine spirituale. Un’avventura entusiasmante, insomma. Piena di ostacoli e fatiche. Anch’io mi sento come Ercole, talvolta. Ed è questo, in conclusione, che mi sento di dover fare: lottare, cercare…e da vincitore ritrovare la nostra Originaria Terra dimenticata.

*Intervista tratta da Espoarte #102.

Info: www.massimoferrando.it
www.granbego.com

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