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Intervista a IVANO TROISI di Francesca Di Giorgio*

Spesso pensiamo al rapporto artista/natura in termini di prelievo anche perché la storia ci ha abituati al concetto di riutilizzo e, nell’arte moderna e contemporanea, la finalità etica ed estetica si è andata delineando con più forza, dai primi decenni del Novecento fino ad oggi. Ma l’arte è fatta di storie particolari che appartengono a tutti ma che non lasciano spazio alla generalizzazione. È per questo che il lavoro di Ivano Troisi, che così tanto attinge dalla sua esperienza personale, riesce, grazie alla connessione stabilita con ciò che lo circonda, a concepire un’opera come uno scambio ideale tra spazio privato (il ricordo) e spazio pubblico (la condivisione). Anche se il suo contatto romantico con la natura è prerogativa del suo modo di fare arte, nella sua pratica non c’è mimesis ma una ricerca quasi scientifica: «La vera rivoluzione per me sta in un’osservazione del creato che non si ferma alla contemplazione bensì diventa scelta, selezione e raccolta di informazioni e dati. In un secondo momento combino i diversi elementi per realizzare delle sintesi, dei composti, quello che nell’antica scienza dell’alchimia viene definito uno scambio equivalente»…

Ivano Troisi, Prima, 2018, veduta dell’installazione, Galleria Nicola Pedana, Caserta – ph. Vincenzo Pagliuca

Come definiresti, quindi, il tuo approccio artistico e cosa senti di condividere con gli artisti della tua generazione?
Il rapporto artista/natura è un dare avere, un prendere e modificare, plasmare, rendere unico, arte appunto. Il mio approccio artistico è un connubio uomo natura, una ricerca spietata e viscerale di ciò che determina un modo diverso di guardare il mondo, che si identifichi in pieno in ciò che chiamiamo arte. Con gli artisti della mia generazione c’è molto da condividere, soprattutto l’essenza, intesa come visione, emozione, ricordo, unita a quella sensibilità tipica dell’artista.
Il recupero degli elementi naturali parte da un legame con la tradizione, con tecniche e linguaggi nati dall’osservazione diretta dell’ambiente e del mondo. È una sorta di ponte tra discipline differenti, un tentativo di stabilire dei contatti tra una ricerca più strettamente sperimentale e una ricerca emotiva, attitudinale, empatica con gli elementi ricchi già di una loro memoria.

Ivano Troisi, Impressione, 2017, tre elementi in gesso, cm 52x18x7 ca ognuno – ph. Vincenzo Pagliuca

Quando abbiamo iniziato la nostra ricerca per l’approfondimento Natura Punto Zero, di cui pubblichiamo, proprio su questo numero, il secondo capitolo, non abbiamo dato grande importanza al dato anagrafico che, invece, emerge prepotente dai profili di oltre quaranta artisti coinvolti. Un dato generazionale interessante…
La questione legata all’anagrafe è un dato interessante e determinante. Quando ho cominciato a lavorare attivamente nel mondo dell’arte, l’economia mondiale era già entrata nella più aspra crisi del dopoguerra, trasformandosi in lunga recessione. Ciò ha avuto un effetto non indifferente nel modus operandi di questa micro-generazione nata tra la fine degli anni Settanta e metà Ottanta. Un tempo si sarebbe detto “fare della precarietà un’estetica”, oggi possiamo certamente mettere a fuoco la mutazione poetica di artisti che, consapevoli di ciò che stava accadendo intorno a loro, hanno iniziato a fare arte adattandosi al loro tempo storico. Così le anime degli artisti, segnati da un clima di tensioni politiche, di crisi economiche e di valori, hanno inteso l’arte come la massima espressione del mondo circostante e, allo stesso tempo, una fuoriuscita da esso. L’artista ha dovuto, in questo modo, sviluppare un carattere più introspettivo, sensibile e riflessivo, andando sempre più alla ricerca di materiali veri, quotidiani e semplici. In questo modo si è data maggior importanza alle tecniche del riuso. I materiali nobili e raffinati sono stati sostituiti da altri più poveri eppure più ricchi, se si riflette quanta storia si porta con sé un oggetto abbandonato, consumato dal tempo. La fragilità si è trasformata in forza.

Ivano Troisi, Ricordo 0, 2018, grafite su cotone, cm 60×60

Anche il dato temporale ha un certo peso nel definire i termini della tua ricerca. Non a caso Prima è il titolo della tua recente personale sviluppata tra i giardini della Reggia di Caserta e la Galleria Nicola Pedana…
Il tempo è valore molto importante della vita e, nei miei lavori, il ricordo è la riflessione di quello che era. Prima racconta di ciò che era e ora non è più. L’osservazione empirica e il contatto diretto con gli elementi della natura mi permette di raccogliere le tracce suggerite da essa, alle quali difficilmente prestiamo attenzione, creando una sorta di diario visivo e sensoriale. Una sorta di approccio romantico alla natura, come quello che aveva il poeta inglese William Wordsworth che prima di generare incantevoli versi aveva bisogno di vivere attimi di profonda unione con la natura. Ciò che si evince dal mio operato è una sensibilità democratica, un desiderio di realtà, di semplicità ed essenza.

L’osservazione empirica di cui parli, la sintesi tra esperienza e ricordo, nei tuoi primi lavori, e il contatto fisico con la Natura, nei più recenti, permette di definire anche gli spazi del tuo lavoro. Come procedi tra “interno” ed “esterno”?
Portare l’esterno all’interno è una grande sfida perché bisogna tradurre un mondo vasto in uno spazio piccolo, cercando di delineare solo gli aspetti essenziali e lasciare fuori il superfluo. La difficoltà maggiore è lavorare in esterno, cercare di catturare l’essenza elaborando le sensazioni di un luogo. Il vero sforzo è quello di dare le giuste chiavi di lettura alla memoria di ricordi che tutti abbiamo.

Ivano Troisi, Passaggi, 2018, siteproject, Parco Eco Archeologico di Pontecagnano Faiano – ph. Bruno Ferrara

Passaggi è il tuo nuovo siteproject creato per il parco Eco Archeologico di Pontecagnano Faiano: un invito ad intendere l’arte in una dimensione processuale? Mi racconti come l’hai pensato e “costruito”?
Passaggi è un lavoro concepito dalla memoria del luogo dove diverse società hanno lasciato un’impronta. Quest’opera parla di momenti e stagioni, fa riflettere sul cambiamento e crea consapevolezza di quello che siamo stati e siamo ora. La struttura in castagno dialoga con il paesaggio, le punte degli elementi si sovrappongono alle linee che creano le montagne modificando lo skyline, la presenza del bambù intrecciato a mo’ di reticolato crea le pareti di un percorso con un’entrata verso est dove sorge il sole e un’uscita rivolta verso i Monti Picentini.
Il tabacco è un elemento molto importante in questo territorio perché in passato veniva coltivato e lavorato. Le foglie del tabacco scandiscono il tempo, cambiando forma e colore in base agli agenti atmosferici e temporali alle quali sono sottoposte, così subiscono una mutazione nelle venature e nella consistenza come un corpo che invecchia. Le foglie incastrate tra il reticolato di bambù occludono la luce e la vista dello spettatore e, col passare dei giorni, queste da verdi diventeranno gialle e poi marroni, fino al secco che si sgretolerà fino a determinarne la scomparsa. Altra componente importante dell’opera è il vento che fa suonare le foglie secche e le canne di bambù, donando una melodia che porta lo spettatore in un rapporto di unisono con la natura a se circostante. Quest’opera in qualche modo tocca tutte le cariche sensoriali, in un perfetto connubio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Il suo significato è determinato dagli occhi e dalla mente dello spettatore che riesce a percepire tramite i suoi sensi e l’esperienza basata sul ricordo, la natura, con i suoi suoni, i suoi odori e il suo sgretolarsi fino a divenire ciò che non è, come nella filosofia di Parmenide.

Qual è, se esiste, il “punto zero” nella tua ricerca?
Credo che ci sia sempre un inizio, una spinta che ti porta a riflettere, elaborare. Non ricordo un episodio in particolare ma sicuramente il mio rapporto con la natura nasce dalla prima infanzia, dalla sensazione di libertà e pace che può donare la natura a un bambino. Forse il mio punto zero è proprio la sensazione che scaturisce la natura nel mio essere, ovvero un senso di immobilità e azione allo stesso tempo.

Ivano Troisi, Ricordo 1, 2018, grafite su tela, cm 80×80 – ph. Vincenzo Pagliuca

A cosa stai lavorando ora?
Ora sono molto affascinato dal riverbero e dal riflesso di uno specchio d’acqua che sto cercando di portare dall’esterno all’interno, lavorando in modo installativo ma molto intuitivo con specchi e proiezioni su muro, fino ad arrivare a lavorare con l’acqua stessa, elemento di vita, di ispirazione e matrice delle mie riflessioni attuali.

*Tratta da Espoarte #103.

Ivano Troisi nasce a Salerno nel 1984, dove attualmente vive e lavora. Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma, il suo lavoro parte dall’osservazione della natura per attuare un’analisi dei processi che ne caratterizzano le trasformazioni e mutazioni. Tra le sue mostre personali, si ricordano quelle di Palazzo Genovese, Salerno (2007), Se il dubbio nello spazio è dello spazio, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma, a cura di Nemanja Cvijanovic e Maria Adele Del Vecchio (2014), Tiziana Di Caro, Salerno (2012 e 2014) e Leggerezza della terra, Tempo Imperfetto. Sguardi presenti sul Museo Archeologico Provinciale di Salerno, un progetto della Fondazione Filiberto Menna – Centro Studi di Arte Contemporanea, a cura di Antonello Tolve e Stefania Zuliani (2014). Sempre nel 2014 Troisi è stato nominato per il Prima Pagina Art Prize, il concorso promosso da Il Resto del Carlino e Quotidiano.Net, nell’ambito di Arte Fiera Bologna. Nel 2017 ha preso parte al programma di residenze per artisti BoCS Art Cosenza. È presente nella collezione “Doni” – Imago Mundi Luciano Benetton Collection, a cura di Chiara Pirozzi, e nell’Atlante dell’arte contemporanea a Napoli e in Campania, a cura di Vincenzo Trione (Electa, 2017).

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