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Scompare a 91 anni Ferdinando Amodei, più noto come Tito, tra i più innovativi e interessanti scultori italiani del dopoguerra. Molisano, nato a Colli a Volturno nel 1926, abbraccia giovanissimo la vocazione religiosa entrando nei Padri Passionisti. Insieme agli studi ginnasiali e di noviziato compie, da autodidatta, anche le prime esperienze di scultura, pittura e disegno. Allievo di Primo Conti all’Accademia di Belle Arti di Firenze, parallelamente agli studi teologici e all’ordinazione sacerdotale inizia a riflettere e a ricercare nell’ambito dell’arte sacra maturando una sentita riflessione sul tema della Deposizione che svilupperà, in qualità di sceneggiatore e fotografo, per il documentario Passione di Cristo nell’arte contemporanea presentato alla Biennale di Venezia del 1964.

Tito Amodei nel suo studio (foto di Stefano Fontebasso de Martino)

Tito Amodei nel suo studio (foto di Stefano Fontebasso de Martino)

Tito Amodei - Il pesce e l'uovo - 1976

Tito Amodei – Il pesce e l’uovo – 1976

Amante di Paul Cézanne, amico di Sebastian Matta, con cui realizzerà a Roma la mostra Bella Ciao. Dare alla vita una luce, questo frate minuto e di dimesso aspetto, ma dall’infinita energia vitale, ha conosciuto durante la carriera artisti quali Ottone Rosai, Andy Warhol, Mark Rothko. Nel 1966 si trasferisce in un atelier, situato nel complesso della Scala Santa a Roma, che trasforma in uno studio d’artista enigmatico e magnetico come il proprio lavoro. Lo studio nel 1967 col nome di Sala 1 diviene un importante e sperimentale centro per l’arte contemporanea, soprattutto per quanto riguarda la scultura, tutt’ora attivo – sotto la direzione di Angela Schroth – con un ricco programma espositivo.

Nel decennio tra il 1966 e il 1976 viene a maturazione la personale poetica scultorea, legata ad una privata esegesi del sacro, che presenterà in importanti rassegne nazionali di scultura. Nei primi anni Ottanta le sue opere mostrano una crescente essenzialità in bilico tra astrattismo e sintesi della forma riconfigurata intorno ad oggetti totemici dal forte valore sacrale e dai lontani echi dechirichiani: la mela, il pesce, l’uovo, il sole, l’uccello. Il segno, abbandonata la dimensione dell’impronta, analizza la struttura, relativizza l’anatomia e purifica il modellato per raggiungere un alto grado di immaterialità, pur suggerendo al contempo una forte e rassicurante presenza divina; scriverà:

Tito Amodei - Abside occupata - 1989

Tito Amodei – Abside occupata – 1989

«Ora è solo il segno che crea un’architettura e qualche volta si impone alla medesima. Ma è un segno che modellato in legno si fa corpo e come tale diventa luce in opposizione costante con la sua ombra, ottenendo un blocco serrato e libero insieme».

Illuminanti le sue strutture lignee, totemiche e ramificate, che polverizzano lo spazio architettonico suggerendo complessi organismi modulari. Geniale l’idea poetica dell’”abside occupata”, una struttura semicircolare ispirata alle absidi delle chiese invasa “metafisicamente” da elementi lignei verticali, fitti come una foresta, e il concetto di “Spazio-forma”, territori minimi di confine al cui interno vivono forme sospese e archetipiche. La personale visione dell’arte religiosa, in rottura con la figurazione e soprattutto con la frantumazione kitsch dell’immagine sacra, ha cercato un diverso percorso alla banalizzazione della forma proponendo idee alternative, poco adatte alla liturgia ma estremamente evocative, da leggere soprattutto nell’ambito delle ricerche astratte e minimali del secondo Novecento.

Tito

Tito

La ricerca, legata inizialmente a forme simboliche nel rapporto tra superficie e oggetto, con evidenze segnico-totemiche, ha ricercato successivamente un segno puro, assoluto, libero e conchiuso in strutture iconiche, colossali e minimali allo stesso tempo. Fondamentale l’utilizzo del legno quale materiale privilegiato nella realizzazione delle sue strutture, ricordo inconscio della sua adolescenza molisana. Dirà: «Il legno è già caldo come una materia: lavorato con l’accetta entra dirompente nello spirito prima ancora che si profili l’immagine. Fa lo stesso effetto della terra arata. Un intervento emotivo e ragionato che sia, che coinvolge l’uomo nel suo rapporto con il mondo. Viene esclusa ogni mediazione. È una reazione dell’artigiano al diffuso manierismo nella scultura oggi, dovuto, secondo me, ad un eccessivo intellettualismo».

Tito Amodei - Spazio Forma - 2008

Tito Amodei – Spazio Forma – 2008

Nell’ultimo periodo, nonostante l’età avanzata e il Parkinson, ha continuato a lavorare dedicandosi soprattutto al disegno nel quale emerge una vitalità dei segni che si frammentano in circolari spazi d’azione, modulando tutta l’energia della luce, dalle basse tonalità d’ombra alle infinite possibilità del chiarore. Sue opere sono conservate nella collezione d’arte contemporanea della Farnesina, ai Musei Vaticani, al Museo Staurós di Isola del Gran Sasso, al MUSMA di Matera, allo SMAK di Gand, all’Albertina di Vienna e alla Kelvingrove Art Gallery di Glasgow, mentre suoi interventi pubblici si trovano a Colli a Volturno, San Giovanni a Piro, presso il santuario di San Gabriele dell’Addolorata, nella cripta del Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno. Nel 2004 realizza le stazioni per la Via Crucis per i Sassi di Matera.

Forte è rimasto il legame con la terra d’origine. In una recente intervista apparsa su La Repubblica scriveva del suo Molise: «Sono nato in provincia di Isernia. I miei erano povera gente. Con una piccola masseria e un po’ di terra da cui ricavare lo stretto necessario. Non c’erano molti discorsi, né libri. A parte la Bibbia, in casa circolava un romanzo che mio padre ci leggeva la sera: Dagli appennini alle Ande. Papà aveva fatto la terza elementare ma col tempo aveva imparato a leggere. Era orgoglioso quando prendeva tra le sue grandi mani il piccolo libro e con voce incerta iniziava il racconto. A volte si stancava. Dopo una giornata passata nei campi non era facile intrattenere i figli. Ma lo sentiva come un dovere». È bello ricordarlo con il video “Omaggio a Tito Amodei” realizzato dagli artisti molisani Paolo Borrelli e Fausto Colavecchia e girato tra il caotico studio di Roma e i luoghi dismessi della sua infanzia.

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