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Intervista a Giovanni Lombardini di Francesca Di Giorgio

Artista con un passato, neanche troppo lontano, legato ad una ricerca oggettuale condotta nell’alveo dell’Arte Povera, fino alla sperimentazione con il colore, elemento distintivo che più che essere plasmato dalle mani scivola sulle superfici condotto dal suo sguardo. Giovanni Lombardini è sì artista, che con attenta progettualità dirige un lavoro senza ripensamenti, ma è anche spettatore che si lascia sorprendere dall’imprevisto, dalla pittura come massimo prodigio e meraviglia, anche nella fatalità dell’errore.
La mostra, a cura di Leonardo Conti, a lui dedicata dal Museo della Città di Rimini (dove l’artista vive e lavora), rappresenta una linearità di intenti e creazione degli ultimi dieci anni di lavoro. Verso il colore traccia così un percorso che si muove nella constante sperimentazione del “nuovo” e nell’azione stessa del “versare” il colore sul supporto, assecondandone gli accadimenti…

Francesca Di Giorgio: Ci può raccontare come è avvenuto il graduale distacco dagli “oggetti”, che l’avvicinavano ai poveristi, fino alla più recente ricerca astratto-aniconica?
Giovanni Lombardini: Sono approdato alla pittura astratto-aniconica dopo le prime installazioni e l’utilizzo di oggetti che prevedevano il coinvolgimento di materiali inconsueti – ad esempio Scarpe con erba del 1971, scarpe nelle quali ho messo della terra e seminato dell’erba. Questo passaggio ha inizio nei primi anni ’80, quando cominciai ad usare erba e petali di fiori per ottenerne colore, strofinandoli e pestandoli su grandi tele.
Successivamente (1982-87) il mio interesse si è spostato su materiali più tecnologici. Dipingevo su carta stagnola e, grazie alla duttilità della pellicola di alluminio che rimodellavo su soggetti di uso quotidiano, creavo l’illusione di aver come staccato la sola pittura dal supporto.
Risale al 1987 l’uso di lastre radiografiche vergini, sulle quali ho iniziato a fare le prime colature. Questa tecnica ha ben presto richiesto la ricerca di un materiale similare, liscio e non assorbente, ma di dimensioni maggiori. Ho scoperto che grandi fogli di formica erano il supporto ideale.

Cosa significa per lei lavorare Verso il colore?
“Verso il colore” indica certamente una direzione, la continua ricerca di nuovi approdi, ma anche letteralmente il mio versare il colore direttamente sulla superficie. Attraverso questo mio gesto assisto all’incontro di due colori: l’uno che si aggrappa all’altro, o lo incide, lo morde, lo cuce a sé, oppure gli scivola solo vicino.

Nell’home page del suo sito la vediamo in azione con il colore sulle superfici, ponendo da subito l’attenzione sulle scelte di un modus operandi complesso. Qual è il suo rapporto con la progettualità e il processo che pone in essere l’opera?
Non penso sia un modo di lavorare complesso. Trovata la giusta viscosità e inclinazione del polso, tutto avviene, mi pare, in modo naturale secondo la legge di gravità, assecondando le proprietà stesse dei materiali.
La colata non prevede ripensamenti, deve essere eseguita nel tempo che la densità del colore impone. Questa tecnica non permette di tornare indietro. Osservo lo scivolamento del colore, cerco di indicargli il percorso. Per questo mi sembra di dipingere più con lo sguardo che con le mani.
Quando inizio un lavoro parto da un progetto che ho in mente, oppure che ho solo tracciato su un foglio. Il progetto poi si evolve modificandosi durante la realizzazione: anche un “errore”, o una deviazione casuale da quel percorso, possono trasformarsi in nuovi soggetti.

Pur concentrandosi sugli ultimi dieci anni e le serie che li hanno scanditi (Scie, Rime, + Luce, Brine e Visuale tattile…) il cuore della mostra sembra essere l’installazione Blu Oltremare – Coppi del 1972. Perché questa scelta? Cosa ci permette di comprendere sul suo lavoro?
Il susseguirsi di vari cicli di lavoro eseguiti nell’ultimo decennio, e rappresentati in questa mostra, sono dovuti proprio alla lotta innescata tra me e il colore nel tentativo di piegarlo o restringerlo, o ancora di controllarne il fluire inarrestabile.
Non so se Blu Oltremare – Coppi si possa considerare il cuore della mostra; è certo che dalla diagonale presente in questo lavoro del 1972, sono partite le prime pulsazioni che vedo rimbalzare ancora oggi su lavori più recenti.
A distanza di tempo, con sguardo più distaccato, quel segno tracciato dai coppi su ossidi blu oltremare lo ritrovo presente soprattutto nel ciclo Scie.

Il richiamo tattile fortemente ricercato è uno dei tramiti per l’avvicinamento al pubblico così come la volontà di interagire con l’ambiente. Ci sono dei mezzi che le piacerebbe impiegare per la sua continua sperimentazione?
Si può toccare? È una delle richieste che ricorrono tra chi si avvicina per la prima volta a un mio lavoro. La superficie lucida, quasi specchiante, sembra richiamare il desiderio di rafforzare anche attraverso il tatto la visione di se stessi e dell’ambiente. I riflessi restituiti dalla superficie, come un grande schermo, vengono così percepiti attraverso più sensi.
Al momento non penso di uscire dal binomio colore/formica, ma di completare la ricerca contrapponendo parti lucide a campiture opache sulla medesima tavola.

La mostra in breve:
Giovanni Lombardini. 99>11 Verso il colore
a cura di Leonardo Conti
Museo della Città
via L. Tonini 1, Rimini
Info: +39 0541 704416
Inaugurazione sabato 2 aprile ore 17.00
2 – 25 aprile 2011

In alto, da sinistra:
Giovanni Lombardini, ritratto
“Blu oltremare – coppi”, 1972, ossidi e terracotta, cm 320×420

In basso:
Veduta interna della mostra di Giovanni Lombardini, “99>11 Verso il colore” presso il Museo della città di Rimini
“Visuale tattile”, 2010, tecnica mista su formica applicata su tavola, cm 170,4×70,4×8

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