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INTERVISTA DI FRANCESCA DI GIORGIO

A sentire Gianfranco Pulitano sono tempi duri per gli artisti a cui, alla stregua di liberi professionisti dell’arte, tocca andare dal ferramenta e macinare chilometri in macchina. E adesso chi glielo dice ad impiegati e operai che sono una classe di privilegiati? Di questi tempi ci vuole coraggio, quello che serve per fare delle scelte e saperle portare avanti. Dagli inizi per le strade di Messina all’approdo in galleria conservando uno spirito libero, “umano troppo umano”, Pulitano parla di noi, delle nostre azioni metropolitane, codificate, incasellate da un sistema che ci rende tutti spettatori del già visto eppure così attraente da volerlo toccare con mano cercando di intervenire, di essere parte del “circuito”. Certo è che, come dice lui, tra un Cattelan “scansafatiche” e un Warhol “improduttivo” – sia chiaro, nessuno si lamenta – dietro a Ordinary Life (circuits series), la mega installazione in mostra da Angel Art Gallery di Milano, di lavoro ce n’è parecchio. Non vi resta che continuare a leggere…

Francesca Di Giorgio: Ordinary life ha richiesto una gestazione di ben due anni di lavoro…
Gianfranco Pulitano:
Ho iniziato a progettare “i circuiti” tra il 2008 e il 2009, è stata un’evoluzione continua che ha richiesto del tempo per svilupparsi al meglio (soprattutto tecnicamente). Le installazioni sono realizzate con un sistema di cavi elettrici, all’interno di canaline, collegati a display digitali che visivamente le trasformano in un enorme “circuito stampato” appeso alla parete. Le canaline permettono di realizzare un sistema “modulare” che come un rampicante, appunto, si diffonde nella parete dello spazio espositivo tracciando un disegno che può crescere infinitamente nelle tre dimensioni.

Ci spieghi in cosa consiste, dagli aspetti “tecnici” all’installazione in galleria?
L’aspetto tecnico/progettuale è proprio quello più complesso e laborioso, fondamentalmente la realizzazione di un circuito è divisa in due fasi: la prima, totalmente progettuale, eseguita nel mio studio e la seconda, la fase installativa, nello spazio adibito. L’animazione digitale (realizzata attraverso vari software) ed il percorso (in loop), che in seguito si vedrà all’interno dei display, viene studiato in precedenza e realizzato nella tranquillità del mio studio. Tutti le componenti del mio circuito hanno bisogno di molta lavorazione artigianale e vengono costruite come le insegne luminose. L’installazione nasce direttamente nello spazio, è lì che decido il tracciato del circuito che può ampliarsi nelle tre dimensioni con un procedimento simile alle tecniche della Street Art. Su tutte le pareti e in tutti gli spazi espositivi solitamente troviamo una presa, mi piace l’idea che partendo da un solo punto della parete (punto di alimentazione elettrica) possa svilupparsi un percorso che si dirama infinitamente intorno alle superfici. Oggi dal ferramenta è possibile trovare sistemi di cassettine, canaline (e se non li trovo adeguati, li invento) che permettono alla mia immaginazione di non avere limiti nella costruzione della mia città elettronica. È come da bambino, quando con i LEGO cominciavi costruendo una casetta e non ti fermavi più…

È un “congegno” interessante su cui, di fatto, l’uomo può intervenire solo in parte. La tentazione di “smanettare” con le tue opere è sempre molto forte. So che stai lavorando ad un nuovo progetto dalle caratteristiche ancora più interattive…
Durante le esposizioni tutti provano a interagire con il cassonetto dei rifiuti, con i distributori… (è un istinto quasi naturale) perché sono macchine nate per avere un rapporto diretto con l’uomo e il nostro cervello si è abituando ad interagire con loro automaticamente (questa evoluzione è molto evidente con i nativi digitali, infatti, i bambini interagiscono in modo automatico con tutti i sistemi elettronici dal telefonino al distributore di merendine). Nelle installazioni, trasformo queste macchine in strutture architettoniche nel cui interno i pittogrammi svolgono fenomeni sociali legati allo spazio urbano, così facendo creo un microcosmo abitato da pittogrammi digitali. Alcuni componenti come ad esempio le telecamere di sorveglianza sono interattivi, ma non influenzano le animazioni; infatti la vita dei pittogrammi all’interno dei display non viene modificata dall’osservatore. Le telecamere, però, seguono meccanicamente il visitatore, evidenziando così la sensazione d’inquietudine che esso prova pensando di essere ripreso. Parallelamente ho iniziato a sperimentare con i “sistemi domotici” e la programmazione al fine di realizzare degli spazi totalmente interattivi e spero entro il prossimo hanno di completare i nuovi progetti in cantiere.

Un circuito chiuso non sense, un “macro-chip” dove le unità minime della nostra quotidianità sono espanse sulle pareti e sul pavimento della galleria Angel Art di Milano. Qual è stato il primo pittogramma che hai ideato?
Rispondo subito. Ho iniziato per gioco a modificare la segnaletica urbana. Nel 2005 facevo parte di un gruppo di breakdance e tutte le volte che andavamo ad allenarci di notte alla stazione, attaccavo un finto cartello che indicava quello spazio come adibito per la break-dance, con l’omino statistico che invece di camminare girava sulla testa. La cosa iniziò a divertirmi e continuai analizzando i ceti sociali che solitamente accompagnavano i nostri allenamenti notturni cioè le prostitute e i barboni. Realizzai così dei cartelli sempre più sofisticati che installati nei luoghi pubblici fungevano da “evidenziatore sociale” scatenando un processo di “disordinazione segnaletica” agli occhi del fruitore. Il successo di questi primi progetti mi avvicinò al mondo dell’arte, agli spazi espositivi e alle gallerie. Gradualmente ho cercato di evolvere il mio lavoro iniziale mantenendo la ricerca e trasferendo quell’analisi della vita sociale all’interno di un mio mondo codificato realizzando installazioni a circuiti modulari.

L’installazione si rifà chiaramente al design dell’arredo urbano e segnaletica più comune, dalle luci e dai colori accesi…
Eh sì, come dicevo prima, la mia passione, per la break-dance e la musica hip hop, mi ha inevitabilmente avvicinato alle culture urbane. Ero affascinato da quel mondo (lontano dal paesino di provincia dove sono cresciuto), ma era quella l’atmosfera che avrei voluto respirare durante la mia adolescenza, così ho iniziato a viaggiare. L’estetica del design urbano entrava prepotentemente nel mio essere condizionandone i gusti, già plagiati in precedenza dai film degli anni ’80 (ricordo, che da bambino, in tutti i film che guardavo c’erano sempre delle scene con il classico ballerino di break dance, con la metropolitana e i graffiti…). La pittura con le bombolette spray mi piaceva tantissimo ma la vedevo troppo legata agli anni ’80 (inoltre, i numerosi problemi giudiziari, che ho avuto legati al vandalismo, mi hanno fatto cambiare direzione). Era il 2005 e volevo cercare di fare qualcosa che andava oltre e riusciva a sorprendere anche passando quasi inosservata (agli occhi dei carabinieri). Iniziai a installare finti cartelli per la città ma in una città come Messina oltre ad un sorriso dei passanti, i media non ne parlavano. Probabilmente in una città come Milano avrebbero scatenato l’interesse mediatico…

A cosa stai pensando in questo momento?
Quanto è difficile risponderti… sembra la finestra di face-book! (ride n.d.r)
Se intendi i nuovi progetti in cantiere ho bisogno di qualche mese di tranquillità da dedicare alla progettazione e alla “sperimentazione” in modo da riuscire a completare le nuove installazioni interattive su cui sto lavorando, come ti dicevo prima. Sinceramente non è facile trovare il tempo… Tra le selezioni, i concorsi e le mostre collettive (pensa che giro l’Italia in macchina per realizzare personalmente le mie installazioni, fortuna che amo le autostrade!). Cattelan ha deciso di fare l’artista per non lavorare, Warhol diceva di realizzare oggetti inutili… Alla fine credo che sia molto più rilassante fare l’impiegato o lavorare in fabbrica. Sicuramente è stato merito della onnipresente disoccupazione siciliana se ho deciso di diventare un Artista…

 

La mostra in breve:
Gianfranco Pulitano. ORDINARY LIFE
a cura di A. Redaelli
Angel Art Gallery
Via Ugo Bassi 18, Milano
Info: +39 02 36561745 – 339 8551272
www.angelartgallery.it
Inaugurazione giovedì 12 maggio 2011 ore 19.00
13 maggio – 30 luglio 2011

“Shopocalypse” (circuits series), 2010/2011, macroinstallazione, installazione elettronica multimediale, plexiglas, neon, PVC, componenti elettrici, display, video di animazione digitale, misure variabili: installazioni site specific

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