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INTERVISTA A GILLO DORFLES di Luisa Castellini
tratta da Espoarte Contemporary Art Magazine n.64

È il maestro che tutti vorremmo avere. Per sentirci raccontare della Trieste di Svevo e di Saba e dell’incontro con Bobi Bazlen. Chiederemmo degli anni di studio in medicina, della guerra e del fascismo. Vorremmo sapere tutto: incontri, aneddoti, avventure e sfide. Ma soprattutto vorremmo fare nostra la più importante delle lezioni. L’impegno, l’onestà intellettuale, le scelte non controcorrente ma semplicemente sue. Vorremmo imparare da Gillo Dorfles come la curiosità si trasformi in osservazione, sentore e coscienza del tempo. Come non rinunciare a nulla e guardare il mondo con sempre maggiore incanto. Questo è quello che le sue opere – ordinate nell’antologica a Palazzo Reale a Milano – e le parole dei suoi tanti, fondamentali, saggi di Estetica ci hanno insegnato. Non “solo” a capire il mondo in tante sue pieghe che non avevamo neppure intravisto ma a cercare di respirarne umori e movimenti non mancando alcuna occasione.

Avanguardia tradita. Il titolo della sua mostra a Palazzo Reale è già un manifesto!

Spero che sia inteso correttamente: ho sempre cercato di fare qualcosa che non fosse come l’avanguardia del momento. Non è che io non l’accetti, anzi, ma spero che il mio modo di dipingere sia stato e sia sempre autonomo e quindi, in questo senso, tradisco l’avanguardia del momento.

In quale modo il fare arte ha influenzato la sua attività di ricerca?

La ricerca artistica mi ha danneggiato perché il pubblico non ammette che si facciano entrambe le cose: dipingere e scrivere. Invece è stato importante perché ho potuto capire meglio quelli che criticavo. Molto spesso i critici sono bravissimi come teorizzatori ma non guardano neppure i quadri. Ci sono stati molti grandi critici e storici dell’arte, come Argan, grande e intelligentissimo, che ho visto non guardare i quadri. Io invece li guardo con gli occhi del pittore, quindi credo di farlo più a fondo.

Come racconterebbe la sua ricerca artistica?

L’obiettivo era agire contro la figurazione, l’arte tradizionale di paesaggi e ritratti e quindi si trattava di una ricerca antifigurativa. Nel frattempo l’astrattismo si è diffuso dappertutto e quindi non c’era più ragione di lottare.

Qual è stata l’eredità dell’esperienza del MAC (Movimento Arte Concreta, n.d.r)? 

È stato uno dei primi movimenti a interessarsi anche all’architettura e al design a differenza della maggior parte dei pittori. La sua funzione è rimasta limitata al periodo 1948-58 per cui si tratta di una corrente artistica oggi superata, ma da allora è cresciuta l’attenzione ai rapporti tra arte, design e architettura.

Quella che oggi è spesso definita bulimia di stimoli e immagini è la vittoria definitiva dell’iconoclastia?

La diffusione dell’informazione oggi è enorme e per ovvie ragioni legate ai mass media e a internet. L’arte non è più limitata al pittore impegnato in una soffitta a dipingere: oggi qualsiasi scarabocchio è trasmesso ovunque e quindi c’è stato un ampliamento del panorama. Naturalmente le punte sono poche, ma come è sempre stato. La televisione e i mezzi di comunicazione hanno trasformato molto il rapporto con la realtà e l’oggetto artistico.

Le occasioni di conoscenza e incontro con l’arte si sono moltiplicate così come le pubblicazioni: non è più un giardino d’élite?

C’è un ampliamento del fare e del subire di chi crea e di chi vede. Un’enorme possibilità di vedere mostre e musei che prima non c’era. È evidente un avvicinamento all’arte, che viene anche trasmessa attraverso la pubblicità e le varie forme di artigianato. Si è creata molta più osmosi con il pubblico, anche quello “normale”, e l’arte di quanto ci fosse una volta. Gli anni ’70, ad esempio, sono stati un periodo importante con grandi movimenti come la Pop Art ma la situazione di oggi non mi pare sia peggiorata. Peggiorata è la politica, la situazione sociale, ma l’arte no. Stiamo vivendo uno dei periodi più ricchi di problemi artistici e naturalmente anche di creazione. Naturalmente non tutti sono a livello di Giotto o di Leonardo ma è sbagliato dire che c’è una caduta di livello.

 

Quale ruolo riveste quindi l’educazione?

L’educazione artistica è assolutamente carente a cominciare dalle elementari per arrivare fino all’università. Quello che manca è una buona cultura generalizzata e non solo nel campo dell’arte. Nelle aule dovrebbero esserci riproduzioni di pitture contemporanee affinché i bambini possano familiarizzare con l’arte del proprio tempo e non solo con la plastica greca o il Rinascimento. Senza dimenticare la musica, che non è neppure presa in considerazione: i rudimenti dovrebbero essere insegnati nelle classi, i bambini cantare in cori. Bisognerebbe fornire un’educazione musicale oltre che artistica.

Il design e il sempre più stretto rapporto tra arte e tecnica stanno riportando l’arte alle sue origini?

La produzione in serie ha condotto a un tipo di progettazione che prima non esisteva.
Il design appartiene alla storia degli ultimi cinquant’anni e vi sono esempi positivi sia, ovviamente, mediocri.

Dalla prima edizione de Il Kitsch nel ’68 come si è evoluto il panorama?

La situazione è decisamente peggiorata, anche nell’arte, che si è impadronita di molti elementi del kitsch. Negli anni ’70 Pasolini affermava che l’ultimo grande rito del nostro tempo è il calcio.
 Il calcio è un po’ come la corrida: ci sono elementi e movimenti artistici. Anzi nella corrida soprattutto, che è uno spettacolo più affascinante. Esistono elementi artistici negli sport, persino nel pugilato. Per non parlare dell’atletica e della ginnastica ritmica. Certo, sono forme artistiche minori, ma la ginnastica, la danza e le attività corporee sono importanti e in futuro potranno sviluppare delle forme artistiche. D’altronde la Body Art è un’arte del corpo, anche se spesso è degenerata in forme paradossali, dove questo è vero e proprio strumento artistico.

Gillo Dorfles (Trieste, 1910) trascorre l’infanzia a Genova per poi rientrare a Trieste dove frequenta il liceo Classico. Nel ’28 si trasferisce a Milano e poi a Roma laureandosi in Medicina per specializzarsi in Neuropsichiatria. In questo periodo inizia la sua attività pittorica: più tardi, nel ’48, fonda insieme a Munari, Soldati e Monnet il MAC (Movimento Arte Concreta) esponendo in Italia e all’estero. Dagli anni ’30 è impegnato nella critica d’arte e nella saggistica collaborando a “La Rassegna d’Italia”, “Le Arti Plastiche”, “La Fiera Letteraria”, “Il Mondo”, “Domus” (di cui è stato vicedirettore), “Aut Aut” (di cui è stato redattore capo), “The Studio”, “The Journal of Aesthetics”. Fino alla metà degli anni ’80 abbandona l’attività pittorica, ma non grafica, dedicandosi al lavoro critico e all’insegnamento. Docente presso le università di Milano, Trieste e Cagliari e Visiting Professor in numerose università straniere, ha vinto moltissimi premi: Compasso d’oro e Medaglia d’oro alla Triennale di Milano, Premio della critica internazionale di Girona, Matchette Award for Aesthetics, Travel Grant for Leaders and Specialists, Ambrogino d’oro, Genoino d’oro, Sangiusto d’oro, Premio Marconi 2002 per la pittura. Tra le sue opere: Le oscillazioni del gusto (1958), Il divenire delle arti (1959), Ultime tendenze dell’arte oggi (1961), Estetica del mito (1967), Il Kitsch (1968), L’intervallo perduto (1980), Fatti e fattoidi (1997), Horror pleini (2008). Tra le sue mostre personali più recenti: PAC di Milano (2001), Galleria Martano di Torino (2006), Galleria Transarte di Rovereto (2006), Santa Cita a Palermo (2006), Museo Revoltella a Trieste (2007). In occasione della sua antologica a Palazzo Reale è stato pubblicato il catalogo ragionato delle sue opere curato da Luigi Sansone, edito da Mazzotta.

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