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MILANO | Museo del Novecento | 5 luglio – 6 ottobre 2019

Intervista a LORELLA GIUDICI di Matteo Galbiati

Ci accompagna alla scoperta della (bella e ricca) mostra Remo Bianco. Le impronte della memoria – ancora in corso al Museo del Novecento di Milano Lorella Giudici che di Remo Bianco (1922-1988) è grande studiosa e conoscitrice, oltre ad essere curatrice di questa importante antologica. Con le sue parole scopriamo il valore della ricerca di un artista “solitario”, benché inserito nel clima culturale del suo tempo, il cui immaginario ha saputo vincere l’azione del tempo e ancora sa incantare e suggestionare la nostra immaginazione:

Come è nato il progetto di questa mostra che riporta l’attenzione del pubblico sull’opera di Remo Bianco, artista poco conosciuto dal grande pubblico?
Il progetto è frutto di un intenso lavoro di studio sull’opera dell’artista (del quale nel 2006 avevo già presentato un’antologica al Complesso del Vittoriano di Roma) e di una bella sinergia tra Museo del ‘900, Comune di Milano e Fondazione Remo Bianco. L’idea era di puntare i riflettori su alcuni momenti del suo lavoro, accompagnandoli con un’interessante, e per la maggior parte inedita, selezione di documenti che aiutano a comprenderne il lavoro, ma anche a collocarlo nel contesto sociale, artistico e culturale in cui si è sviluppato, mettendone in luce il ruolo e il valore.

Remo Bianco. Le impronte della memoria, veduta della mostra, Museo del Novecento, Milano

Quali sono i contenuti su cui hai lavorato e che selezione di opere hai attuato? Come ci riassumi brevemente il percorso della mostra?
Remo Bianco è stato un grande sperimentatore, ironico e malinconico ad un tempo, ma anche un inguaribile sognatore. Il suo percorso è segnato da diversi momenti creativi, tutti estremamente interessanti. Ma, come ho detto, per questo appuntamento al Museo del ‘900, ho deciso di focalizzare l’attenzione solo su alcune sue ricerche: le Impronte, le Sculture neve, le Pagode, i Sacchettini, i 3D e i meravigliosi Quadri parlanti, davanti ai quali la voce dell’artista richiama la tua attenzione per essere guardato e compreso. Più di settanta opere, che vanno dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, parlano di ricordi, di poesia e di geniali intuizioni.

Lo stesso Bianco si definiva come “ricercatore solitario”, come possiamo interpretare questo suo pensiero? Era poi davvero così isolato e distaccato dalla storia del suo tempo?
Certo, lui amava definirsi “solitario” perché, pur essendo pienamente immerso e consapevole del clima artistico del proprio tempo, aveva ben in mente la strada da percorrere e nessuno lo distoglieva da questa meta che sentiva chiara e forte. Quindi, pur essendo vicino all’Arte Nucleare, allo Spazialismo e anche all’Arte Concettuale, Bianco ha sempre camminato su un sentiero tutto suo, avvicinandosi, partecipando, a volte anticipando delle soluzioni formali, ma senza mai perdere di vista il suo obbiettivo.

Quali artisti frequentava, quali stimava e di chi apprezzava il lavoro?
Come dicevo, Bianco era ben inserito nel clima artistico cittadino (e non solo, non dimentichiamo che aveva anche uno studio a Parigi, quindi era in contatto anche con quanto accadeva al di là delle Alpi) e ne frequentava i protagonisti. Ma alcuni di loro hanno particolarmente segnato la sua storia di uomo e di artista, a cominciare da De Pisis nel cui studio era stato accolto da giovanissimo. Poi potremmo fare il nome di Fontana, che gli presenta una delle sue prime mostre, nel 1953, nella prestigiosa Galleria Montenapoleone di Milano. In quella mostra Bianco aveva portato i primi quadri tridimensionali: opere costruite con strati di vetro o plastica dipinti, nei quali i concetti di spazialità e profondità prendono significati nuovi. Sarà con quelle opere che Bianco sbarcherà in America, dove conoscerà Pollock e Mark Tobey (quest’ultimo nel 1972 gli scriverà una bellissimo testo). A questi nomi possiamo aggiungere quello di Milena Milani, grande amica e sua appassionata sostenitrice, quello di De Chirico, che rimase estasiato davanti alle sue Pagode esposte al Lido di Venezia, quelli di tanti critici (da Beniamino Joppolo a Pierre Restany, da Raffaele Carrieri a Gillo Dorfles) e di galleristi, in particolare dei fratelli Cardazzo, di Lara Vincy e di Ada Zunino. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Remo Bianco. Le impronte della memoria, veduta della mostra, Museo del Novecento, Milano

Era un infaticabile sperimentatore che, con una certa “spericolatezza”, osava mutare continuamente l’aspetto, i materiali e la forma della propria estetica artistica: quali sono le tappe fondamentali del suo pensiero e come si legano le diverse serie tra di loro?
Le tappe fondamentali sono: gli esordi sui banchi dei corsi serali dell’Accademia di Brera e l’apprendistato da de Pisis. Le sperimentazioni con gli amalgami del nucleare e quelle con lo Spazialismo nella scoperta della sequenza di piani sovrapposti trasparenti o forati. La nascita delle Impronte, dei Tableaux doré, dei Collages e dei Sacchettini. Poi, negli anni Sessanta, le Sculture neve, le Sculture fumo, le Sculture instabili, le Trafitture e l’Arte Chimica. Sono degli anni Settanta i Quadri parlanti, il Cimitero vivente e infine gli ultimi cicli: la Gioia di vivere e l’Arte Elementare. Un’esuberante creatività lo ha portato a lavorare in più direzioni e con i materiali più disparati, in un’esplosione traboccante di idee e di sentieri espressivi: “Quello che mi capita – spiega per l’appunto Bianco – è di non esaurire completamente un periodo. Sto cercando in un campo e mi appassiono in un altro e allora interrompo questo e incomincio quello e poi a distanza di anni riprendo. […] Certo non posso mai dire ‘sto lavorando a questo’, sì lavoro anche a questo, ma nel frattempo continuano dentro di me le risonanze di altri momenti, di altri periodi che devo continuamente portare avanti”. E ancora: “Sono ossessionato dal fare dal fare dal fare”, confessa a sessant’anni, tra l’amareggiato e l’ansioso. Il rischio, per un procedere così irrequieto e logorroico è che la critica e la storia non sappiano né come collocarlo né come leggerlo. Lui se n’era accorto, ma non poteva farne a meno: “Quello […] che non si accetta in un artista è la discontinuità, e l’eccessiva libertà, è il non accettare delle regole vitali. Questa è [invece] per me la posizione giusta che un artista deve prendere per essere di nuovo libero, per essere di nuovo in antitesi con la mentalità e con l’ordine pratico [e estetico] della società”.

Come diventano arte, e quindi poesia, “le piccole tracce e le memorie della vita” che lui ha raccolto e riunito?
Centrale in questo lungo ed effervescente racconto è la memoria. L’ossessione di Bianco è infatti il tempo che passa e che cancella. Per questo, con ostinazione raccoglie, riunisce e cataloga una dopo l’altra le piccole tracce della vita. Giocattoli, scampoli di stoffa, pezzi di carta, palline di polistirolo, quisquiglie domestiche per Bianco diventano reperti preziosi, non può rinunciare neppure a uno di essi perché ciascuno è una reminiscenza e dunque un prezioso attimo di vita vissuta o sognata. Allora, per non farseli sfuggire li imprigiona nel gesso, li seppellisce sotto una coltre di neve, li clona nella gomma o nella carta, li chiude come referti in sterili sacchettini di plastica o li rievoca tra i magici riflessi di riquadri dorati.
La narrazione aforistica, a tratti elegiaca e a tratti ironica, delle sue opere prende spunto proprio da quelle verità semplici, dalle quali nascono invece composizioni di grande poesia, pagine di diario in cui, nel disperato tentativo di trattenere il tempo, i momenti giocosi si alternano a struggenti inquietudini e la vivacità dei colori si ritrova a dover fare i conti con la polvere degli anni. E l’ironia è spesso la sua arma vincente.

Remo Bianco. Le impronte della memoria, veduta della mostra, Museo del Novecento, Milano

Il “ricordo” e l'”impronta” diventano quindi i temi fondamentali di tutta la sua espressione intellettuale…
Certo il ricordo (esplicito o implicito) è alla base di un lavoro che vede nell’impronta, declinata in tanti modi, i fili più forti di tutta la sua trama creativa. Prendiamo ad esempio i Sacchettini-Testimonianze: schiere di sacchetti di cellophane, suppergiù delle dimensioni di una cartolina, vengono allineati uno dopo l’altro come in una scacchiera o come la foglia d’oro dei coevi Tableaux dorés. Riempie quelle buste con cose trascurabili, materiali di scarto, vecchi, consunti, dimenticati, ma, che, parola di Bianco, hanno “un aspetto molto poetico” perché sono Testimonianze raccattate qua e là lungo il cammino della vita, frammenti di una storia che si consuma nel miracolo della quotidianità: “Io volevo ricostruire parte della mia vita – racconta l’artista – quasi tutti questi oggetti erano miei, appartenuti a me, alla mia infanzia. Poi ho collegato questo problema agli altri, ricostruendo attraverso questi oggetti la vita dell’uomo”. L’ossessione elencativa e reiterante si mescola qui all’altrettanto smanioso tormento di raccontarsi in un memoriale fatto di piccoli beni materiali più che di parole, di concretezze (anche se stinte e sciupate) più che di pensieri. Cose minuscole, perché le grandi non hanno bisogno di stimoli o di appunti per essere rammentate, cose trascurabili, ma sue.
L’imbustare, in un sommario e approssimativo tentativo di catalogazione, l’imprigionare tra il gesso (come blocchi di ambra bianca) questi piccoli giocattoli, il duplicare sagome prelevate dalla vita e fissarli, se non nella mente, perlomeno nell’impasto del calco, per ritrovarli ogni qualvolta che si ha bisogno di ripercorrere i giorni ormai vissuti, ovvero quando che si è in cerca di un po’ di commozione, hanno solo uno scopo o, se si preferisce, una romantica illusione: non dimenticare.

Bianco ha avuto anche importanti collaborazioni sul palcoscenico internazionale. Queste esperienze come hanno influenzato il suo percorso?
Bianco è sempre stato molto ricettivo e attento a quello che gli accadeva intorno, captava prima di altri gli stimoli con cui dialogare. Quando va in America, per esempio, e conosce il padre dell’Action Painting, accoglie subito la bellezza di quei segni, ma li rielabora. A quella pittura emotiva e viscerale, o come lui amava dire “calda”, Bianco preferisce imporre un rigore, riportarla in qualche modo alla regola, condurla verso il “freddo”. Quindi, una volta gettati i colori sulla tela o sulla carta, una volta formato il groviglio dei segni, Bianco interviene con le forbici e ritaglia queste intricate superfici in tanti rettangoli che poi ricompone in inediti collage, che mescolano l’istinto del colore alla razionalità della geometria. E di esempi simili se ne potrebbero fare molti.

Remo Bianco. Le impronte della memoria, veduta della mostra, Museo del Novecento, Milano

Cosa rappresenta questa grande mostra per la rivalutazione della sua figura: a Milano e nel Museo del Novecento?
È importante: Milano è stata la città in cui Bianco è nato (nel 1922), è vissuto, è stato tra i protagonisti del suo fermento culturale, in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è poi stata la città dov’è morto (1988) ed è giusto che ora la città non si dimentichi di lui. Il Museo del ‘900, che possiede un meraviglioso trittico di Tabeaux dorés nella sua collezione, è la sede giusta per accoglierlo e raccontarlo.

Quali reazioni hai registrato nei visitatori? Che riscontri hai avuto ad oggi?
I riscontri fino ad ora sono stati molto positivi e l’emozione che più si ripete è quella dello stupore. Le sue opere incantano, divertono, commuovono. Sono adatte a tutti, grandi e bambini perché sono immediate e perché, in quanto memoria, ciascuno vi rintraccia una parte di sé.

Remo Bianco. Le impronte della memoria
a cura di Lorella Giudici
in collaborazione con Fondazione Remo Bianco
catalogo bilingue italiano inglese Silvana Editoriale

5 luglio – 6 ottobre 2019

Museo del Novecento
Piazza Duomo 8, Milano

Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30; il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
Ingresso intero €10.00; ridotto €8.00; visite guidate e didattica percorsi didattici per scuole, visite guidate per adulti e famiglie, attività dedicate ai bambini e servizio di audioguide info sul sito del museo

Info: +39 02 884 440 61
c.museo900@comune.milano.it
www.museodelnovecento.org

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