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FABBRI.c.a.
Milano

Agostino Bonalumi – Paolo Radi. Magnitudine apparente (di Matteo Galbiati)

Prosegue la coerente indagine della galleria FABBRI.c.a. sui linguaggi astratti e minimali con una suggestiva mostra che affianca, in un dialogo peculiare, le ricerche di Agostino Bonalumi e Paolo Radi. Il grande maestro e il giovane, ormai affermato, presentano opere che stimolano la visione dello spettatore sollecitandolo attraverso l’illusione di una forma continuamente cangiante che rende le loro superfici e i loro piani mossi e articolati. Pur partendo da presupposti differenti, e confluendo in esiti altrettanto diversi, le loro sperimentazioni trovano in quest’occasione una reciprocità inattesa e congruente che guida lo sguardo dell’osservatore all’esplorazione e alla scoperta del mistero di un invisibile che già inizia ad animarsi appena sotto le velature superficiali e dentro le materie cromatiche. Gli artisti stimolano e catturano nel movimento fisico un’energia tellurica che, negli spasmi e nelle contorsioni, nei ripiegamenti e nelle estroflessioni, nella diffusione di luci e colori aurorali, conferisce al visibile una variazione continua e inafferrabile. Portano lo sguardo a sfiorare il profondo dell’anima e dello spirito, ad intuire ciò che, distante da noi, si manifesta in una continua tensione al divenire.


Matteo Galbiati: In questa mostra si confrontano due ricerche diverse, seppur presentino al contempo grandi affinità, come è nato questo dialogo?
Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria:
Magnitudine Apparente è una mostra basata su corrispondenze di ombre e di bianchi. Questa doppia personale è stata ideata come un ponte a due sensi, un legame consustanziale che unisca tempi e spazi dell’arte. I lavori di Agostino Bonalumi (1935, Vimercate MB) e Paolo Radi (1966, Roma) sono stati disposti a riflettere come luci intense, come tracce derivanti da corpi celesti. Tra volumi puri, orme alterne, misure di luminosità e dialoghi di superficie, le opere diventano attrazioni neutrali assolute.

Come si integrano nella mostra e come rispetto alla visione dello spettatore?

Bonalumi e Radi divaricano la complessità della visione, distruggendone la veridicità della riproduzione. Gli effetti materici di spessori, innalzamenti e stratificazioni prolungano le sembianze delle opere facendole diventare porzioni interiori, dubbi sulla forza della trasparenza e sull’incertezza dell’opacità. Restano dunque velate all’occhio chiusure e movimenti, spasmi che costituiscono la fedeltà di riflessi nascosti da tele e rivestimenti. Assi di simmetria oltre i quali l’opera si ribalta, diventando superficie che non esaurisce il limite della materia, ma che si trasforma in energia dimostrativa di partecipazione interiore.

Nel titolo avete preso a prestito una terminologia che arriva dall’astronomia: parlate di magnitudine apparente. Perché questo riferimento?
Epicuro fa risalire l’intuizione della magnitudine apparente ai suoi studi sulla superficie delle cose, momento in cui determinò l’esistenza di flussi che, anche se non manifesti, contraddistinguono la consistenza a distanza degli oggetti, richiamati a noi e attraverso gli organi di senso.

Cos’è la specifica magnitudine apparente di queste opere?
Evocando questi antichi saperi, la doppia personale Bonalumi | Radi, sotto il titolo di Magnitudine apparente, alimenta l’illusione nel sistema visivo dello spettatore, tra superfici verticali, profondità cangianti e riflessi attivati direttamente nell’occhio di chi guarda.

La posizione dello spettatore diventa fondamentale nell’esplorazione di lavori che assumono un rilievo spaziale e una consistenza fisica che supera la bidimensionalità consueta della pittura: che ruolo ha una superiore sensibilità nella lettura delle opere di Agostino Bonalumi e Paolo Radi?
Nonostante differenti processi, intuizioni e l’incastro di diversi linguaggi, Bonalumi e Radi, per denudare lo spazio e farlo tornare all’idea, condividono un’unica propensione. Magnitudine apparente riunisce, come sentiero strutturale sospeso, una ricerca di sfondamento rispetto ai piani della composizione, campi visivi intesi come aperture, supporti, passaggi e imbottiture dalle quali osservare la creazione di una scena prettamente monocroma e uniformemente vigile di fronte al Tridimensionale.

Ciascuna di esse diventa una particolare costruzione in cui della materia si fa un uso peculiare: sembra quasi posta, per l’andamento mobile ed irrequieto delle superfici, al limite delle sue consistenze fisiche. Che qualità ha una materia trattata in questo modo e secondo tale considerazione?
Nei lavori esposti di Bonalumi, ad esempio, la prospettiva è un effetto reale, una copertura in tensione continua, emessa e poi propagata nell’atmosfera circostante. Il bianco estroflesso e strutturalizzato di Agostino Bonalumi affila l’apparenza della superficie; parcella attiva che indica profili decrescenti e ultime probabilità dell’orizzonte. Lì dove armature adese fissano il vuoto e promulgano le misure corrette.

Riferirsi alla materia, per la loro poetica, non significa però parlare solo di esperienza fisico-percettiva?
La facoltà di evadere dalla necessaria superficie del Vero conferisce ai due artisti di lavorare rivendicando una condizione di simultaneità aritmica. Possibilità reale ed illusoria del creare rimandi. Accezione che determina distese opache ed interruzioni evanescenti, portate al di là di triviali telai lignei, lastre in PVC o gabbie ottiche retrostanti. Nel percorso di Magnitudine apparente l’opacità diventa un segnale a termine che si interpone tra le soluzioni modulari dei supporti e la qualità veritiera dei loro registri percettivi.

Segno, sensi e interiorità sono allora quelle coordinate di senso entro le quali gli artisti circoscrivono l’atto visivo?
I lavori esposti sono modelli molteplici sostenuti dalla rappresentazione dello spazio, palesamento che sarà, a seconda dell’esperienza visiva individuale, conforme e avvicinabile alla grandezza relativa degli elementi rappresentati; alla loro sovrapposizione; al ribaltamento prospettico operato e poi dislocato nello spazio; allo slittamento in verticale o in orizzontale di elementi che alterano il senso della profondità; alla prospettiva lineare e ai gradienti di luminosità, di colore o trama presenti nella sublimazione del concetto di interpolazione volumetrica.

Nelle due ricerche la componente cromatica ha un ruolo differente: come viene usato il colore? E cosa significa, se ha un peso importante, per ciascuno di loro?
Nei lavori di Paolo Radi, ad esempio, l’uso incolore della superficie è sinonimo di naturalismo controllato, di pensiero riflesso e mai sovrapposto. I suoi lavori sono corpi contenuti, senza pareti. Né pitture né sculture, le opere sono traccia di un moto continuo, tenuto saldo tra raggiungimento e sparizione. Onde di profondità che distribuiscono spessori, forme ed orme, organizzate secondo il rigore della stratificazione e la tecnica dell’apparizione.

Si parla anche di studio per sopraggiungere all’intensità, a cosa mira? Cos’è la loro intensità?
È semplicemente magnitudine apparente.

La mostra in breve:
Agostino Bonalumi – Paolo Radi. Magnitudine apparente
A cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria
FABBRI.c.a.
Via Stoppani 15/C, Milano
Info: +39 02 91477463
Inaugurazione venerdì 15 ottobre 2010 ore 18.30
15 ottobre – 30 novembre 2010

In alto, da sinistra:
Agostino Bonalumi, “Bianco”, 1991, cm 116×89
Paolo Radi, “Deriva della memoria”, 2010, cm 80×80

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