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BRESCIA | AplusB contemporary art | 18 gennaio – 22 febbraio 2014

Intervista a NICOLA MELINELLI di Sara Polotti

Le linee pure e le campiture cromatiche balzano immediatamente all’occhio. Ciò che rimane nascosto al primo sguardo, per svelarsi solo ad un’occhiata più profonda, è la pennellata, così materica, così pastosa (ma non pasticciata), da divenire essa stessa soggettoEd è proprio questa una delle intenzioni di Nicola Melinelli (1988), che nella piccola (non nei contenuti) galleria AplusB contemporary art di Brescia presenta la sua prima personale, frutto di un percorso artistico elegantemente delineato e già riconoscibile nonostante la giovane età.
Actiniaria: questo il titolo, che si propone di richiamare la perfida capacità dell’anemone di attirare le prede attraverso i suoi colori vanitosamente seducenti. L’esposizione inaugurerà domani, 18 gennaio, e vedrà uno spazio definito dal contrasto dimensionale di enormi tele accostate a piccoli, certosini, lavori definiti tanto dalla composizione rigorosa quanto dal tratto, quasi classico, dei colori ad olio.

Nicola Melinelli, Senza titolo, 2013, olio su tela, 21x30 cm Courtesy AplusB contemporary art, Brescia

Actiniaria è la tua prima esposizione monografica. Come ti senti?
Sì, è la mia prima mostra personale. Indubbiamente l’idea di avere uno spazio tutto per me a totale disposizione è un gran piacere; il poter decidere come allestire tutta la mostra e il non dovermi adattare a condividere lo spazio con altri artisti mi permette di pensare un discorso espositivo indubbiamente più completo e articolato.

A Palazzo Guaineri delle Cossere, nella collettiva Oltre il pensiero dello scorso luglio 2013, c’era un netto contrasto tra l’ambiente – dominato da un grigiore decadente e gattopardiano – e la semplicità quasi fluo dei tuoi volumi. Qui sembra più un perfetto incastro, minimal. Come ne usciranno i tuoi lavori?
Senza dubbio la semplicità dello spazio facilita una focalizzazione maggiore sulle singole opere, tuttavia trovo molto interessante lavorare su spazi differenti, anche con caratteristiche opposte, adattandomi, di volta in volta, al luogo che vado ad allestire.
Per Actiniaria ho deciso di utilizzare lo spazio in maniera molto neutrale, con lavori centrali e luce diffusa. Un percorso di pieni e vuoti. Non so se poterlo definire, perfetto incastro minimal, ma di certo non ci sono affreschi ai soffitti!

Nicola Melinelli, Senza titolo, 2013, olio su tela, 200x160 cm (a destra) e Senza titolo, 2013, olio su tela, 21x30 cm (a sinistra) Courtesy AplusB contemporary art, BresciaLe chiazze di colore dell’anemone (che dà il titolo all’esposizione) richiamano in qualche modo i lavori o si tratta, come nel testo di Vincenzo Simone, più della capacità dell’anemone di attirare la preda attraverso l’estasi estetica?
La titolazione della mostra, e di conseguenza l’immagine che ho scelto come divulgazione dell’evento, ragionano su questa particolare specie marina semplicemente per la sua attitudine ad ingannare i poveri pesci che finiscono per diventare cibo di questi magnifici organismi fluttuanti. Quindi, in un certo qual modo, sì, per la loro capacità di sedurre. Indubbiamente c’è anche un riferimento cromatico, ma non diretto. Ovvero, è indubbio che la capacità dell’anemone è gioco forte nelle cromie, e anche nel mio lavoro la ricerca cromatica costituisce una gran parte del lavoro stesso, ma non direi che ci sono delle connessioni tra le chiazze di colore dell’immagine ed i lavori presentati. Non sono solito partire da delle immagini colorate per i miei lavori. Trovo quindi che ci sia per entrambi questa componente della seduzione a base di colori.

Le tue opere personalmente mi richiamano una sorta di mescolanza tra la recente GenerazionePantone e gli anni Sessanta optical di Vasarely, Agam e compagni. Quanto c’è di attuale e quanto di nostalgico?
GenerazionePantone mi piace, anche se – so che sembra assurdo da credere – la maggior parte dei colori che utilizzo (ad esclusione di quelli fluorescenti) sono delle estrapolazioni di toni da quadri classici. Adoro osservare Pontormo, con le sue lisergiche colorazioni e i suoi panneggi che sembrano avvolgere i personaggi, come tute in silicone o lurex anni Novanta. Non sento una vicinanza alla digitalizzazione del colore: al contrario, ho una forte passione per la sua pastosità, per le sue qualità visive, il suo impasto, lo spessore, la stesura, ed è anche per questo motivo che utilizzo l’olio al posto dell’acrilico; mi permette di lavorare al meglio su ogni singolo colore ed ogni singola forma.
Un altro pittore classico che stimo molto è Van Der Weyden, di cui amo la glaciale attitudine della rappresentazione. Ma in generale guardo a tutta la pittura olandese, fino al Sei-Settecento: i colori sono austeri, freddi e distaccati dal dato emotivo, sembra quasi che tutto fosse filtrato da una pellicola azzerante ogni calore.
L’Optical Art la trovo molto interessante, anche se, a mio parere, in un certo modo, si trova ad avere l’unico difetto di essere solo uno studio retinico. Ha una sola componente sensoriale e formale. L’illusione prodotta da certe opere di Vasarely ad esempio, è quasi scientifica, oserei dire matematica. La sua traduzione formale, che diventa quasi un pattern, una ripetizione modulare degli stessi motivi geometrici o la presenza di un ritmo di ripetizione, mi porta inevitabilmente a pensare ad una pertinenza prossima all’educazione visiva. Per quanto riguarda invece artisti contemporanei, mi piace molto il lavoro di Marco Tirelli, Gerhard Richter, Luca Bertolo, Tauba Auerbach, per nominarne alcuni.

Nicola Melinelli, veduta dell'installazione della mostra "Oltre il pensiero", Pallazzo Guaineri delle Cossere, Brescia Courtesy AplusB contemporary art, Brescia

Come si struttura il tuo processo creativo?
Ogni lavoro è frutto di un precedente progetto fatto di disegni, nel quale studio la struttura spaziale e cerco di progettare uno spazio apparentemente strutturato e architettonico. Allo stesso tempo tutto questo è in realtà un accumulo di forme claudicanti che sono l’una la negazione dell’altra. Errori quindi, sfasature. E di conseguenza questo mi permette di produrre vertigine.
Gli spazi che creo sono come delle trappole: ti seducono, ti invitano a studiarle, ma si rivelano poi dei complessi agglomerati di incongruenze che conducono lo sguardo a perdersi, e a dover mettere in crisi tutto ciò che fin’ora era stato appurato. Una rampa diventa uno sprofondamento, e una forma semplice diventa un piano inclinato che genera lontananza.

Quando hai deciso di focalizzarti sull’astrazione geometrica (se così possiamo definire la tua arte)?
Non sento di poter definire il mio lavoro “astrazione geometrica”. Ciò che cerco di rappresentare “dentro” la tela è lo spazio della pittura, un luogo di transito visivo che ti induce a ragionare come se stessi osservando un paesaggio. Ma, alla fine, ti ritrovi a non riuscire a comprendere dove inizia e dove finisce questo paesaggio, dove sale e dove scende. Rifletto sulla ingannevole dimensione che uno spazio dipinto può offrire. Nonostante tutto resti nel limbo dell’inganno.

Progetti futuri? Ci sveli qualcosa?
Per il momento non c’è molto in cantiere. Sto lavorando ad un progetto collettivo con INTERNO4, con alcuni miei cari amici: si tratterà di un evento in concomitanza con ArteFiera a Bologna, un’esposizione collettiva che prevederà un’unica grande installazione corale. 

Nicola Melinelli, Actiniaria
con catalogo di Vincenzo Simone

18 gennaio – 22 febbraio 2014

AplusB contemporary art
via Gabriele Rosa 22-A, Brescia

Orario: da giovedì a sabato 15.00-19.00 e su appuntamento

Info: +39 338 1324177;  +39 030 5031203
gallery@aplusb.it
www.aplusbcontemporaryart.wordpress.com

 

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