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Mirko Baricchi da Sovizzo Colle (VI)

Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
Per quanto, da bravo metodico compulsivo ossessivo, abbia tentato di mantenere i miei rituali salvifici, l’ora della sveglia, colazione, lettura notizie, apertura garage/studio, radio, grembiule, insomma cose così, questa convivenza con la mia compagna e mio figlio mi ha costretto a piegarmi alla nuova realtà delle cose.
Non semplice da spiegare, ma una vera rivoluzione in atto.
Io ho bisogno di questi riti, la difficoltà nel doverli interrompere dimostra la mia fragilità, e la fede in una certa disciplina. Ma comunque sono riuscito gradualmente ad adattarmi e devo ammettere con risultati soddisfacenti.

Con quali oggetti e spazi del tuo quotidiano stai interagendo di più?
La natura è lo spazio con il quale interagisco. Da ormai otto anni vivo e lavoro sulle colline vicentine, pur mantenendo lo studio a La Spezia.
Il mio studio in pratica non è altro che un garage molto grande, molto spartano e immerso nella campagna, senza riscaldamento.
Percepisco le stagioni, le temperature rigide dell’inverno, i colori cangianti dell’autunno, insetti e calore dell’estate, insomma tutta la serie “Selva” da me prodotta in questi ultimi due anni non è altro, se vuoi, che un resoconto di queste informazioni percepite, un diario, attraverso uno sguardo filosofico.
Omaggio la natura, Spinoza docet.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’“assenza” e della “mancanza”.
Cosa mi manca.
Il silenzio.
Le mie giornate sono sempre state contraddistinte dalla solitudine, interrotta dal “ritiro” di mio figlio a scuola, e dall’arrivo della mia compagna a fine giornata dal lavoro.
Solitudine completa.
Immerso nella campagna.
Quindi per quanto possa sembrare strano a me manca quel silenzio ininterrotto, che mi permette d’entrare in un rapporto intimo con il lavoro e con le fasi meditative prima di procedere.

Stiamo capendo che si può vivere con meno mobilità?
Sì. Personalmente non ho mai avuto così bisogno di muovermi, solo per esigenze concrete e funzionali. Sono infastidito anche dal dover andare in vacanza.
Capire che comunque si possa vivere con questa mobilità ridotta non significa che questa consapevolezza coincida con le nostre volontà, di conseguenza mi rendo conto di quanto molte persone stiano soffrendo in questo momento.

Mirko Baricchi (La Spezia, 1970). Dopo il liceo si trasferisce a Firenze, dove frequenta l’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli. Dopo il diploma e un breve periodo di lavoro come grafico pubblicitario, parte per il Messico, un viaggio che segna la sua vita d’artista. Qui lavora come illustratore per una nota agenzia di comunicazione americana, ma non abbandona la sua passione per la pittura. In una delle sue numerose visite ai Musei messicani viene folgorato dall’artista Rufino Tamayo. Lascia il lavoro in agenzia come illustratore e poco dopo partecipa ad una collettiva al Museo Siqueros, ricevendo riscontri positivi da parte della critica. Dopo oltre due anni torna in Italia, trasferendosi a Milano, dove lavora nel campo della pubblicità e dell’editoria. In questo periodo matura la decisione di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Nel 1998 torna a vivere a La Spezia. La Cardelli & Fontana presenta i suoi dipinti e da subito inizia una collaborazione ed un rapporto di grande stima, non solo professionale. È del 1999 la sua prima personale in questa sede, da quella data ad oggi Baricchi non si è più fermato.

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