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06Simona Bartolena da Bernareggio (MB)

Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
Per alcuni aspetti il mio modo di lavorare è cambiato parecchio. Occupandomi di divulgazione e lavorando tanto con il pubblico ho dovuto reinventare il mio lavoro in una direzione per me nuova. Dopo un attimo di disorientamento e timore per il futuro, mi sono rimboccata le maniche e ho provato a pensare in nuove direzioni.
Sono riuscita a proseguire alcuni dei miei corsi di storia dell’arte tenendo delle videolezioni, ho imparato a montare video e comunicare in un modo diverso dal consueto. In un certo senso questa esperienza mi è stata preziosa per imparare a usare nuovi strumenti e per scoprire aree professionali che difficilmente avrei sperimentato senza trovarmi in questo stato di necessità. Ha risentito decisamente meno, invece, la mia collaborazione con il mondo editoriale. Scrivere è sempre stata una delle mie principali attività. Ne sto approfittando per dedicarmici con maggior dedizione.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’“assenza” e della “mancanza”.
Mi mancano gli esseri umani. Il mondo virtuale è affascinante, senza dubbio… Comunicare con video, foto, post su Instagram può avere un suo interesse, ma il mio modo di intendere l’arte e la cultura non riesce a escludere la sfera “materiale”. Nessuna immagine, nessun file, nessun video potranno sostituire l’emozione di vedere un’opera dal vero, di assistere a un concerto con altra gente, di condividere l’emozione di un luogo con altri. Nessuna video conferenza riuscirà mai a stabilire l’empatia che sento con i fruitori dei miei corsi. Sono una donna del Novecento? Possibile. Trovo la possibilità che il web ci concede qualcosa di straordinario e davvero prezioso di questi tempi, ma la mancanza della fisicità per me è davvero faticosa da affrontare.

Con quali oggetti e spazi del tuo quotidiano stai interagendo di più?
Ovviamente con il mio Iphone e con il mio computer. Mai stati così vicini! Abituata da tempo a lavorare in uno studio fuori casa, ho dovuto reinventarmi uno spazio di lavoro domestico. Ho riscoperto il mio piccolo angolo-studio di casa che non usavo più da anni ma ho spesso scelto anche la tranquillità della camera da letto per isolarmi dal resto della famiglia, una stanza che da semplice spazio notturno sta diventando il mio spazio privato. Ho anche trovato alcune conferme: il televisore per quanto mi riguarda è un oggetto inutile, nemmeno con la quarantena ho voglia di accenderlo. La radio, invece, è, come sempre, una preziosa compagnia. E poi, ovviamente, i libri. Il piacere della riscoperta di testi che tenevo sul comodino da anni, in attesa di momenti propizi per la lettura.

Quando tutto questo finirà: una cosa da fare e una da non fare mai più.
Abbracciare gli amici, organizzare una cena con loro, visitare una mostra (o, ancor meglio, allestirla) o un museo e andare a un concerto. Subito. E spero il prima possibile.
Non sottovaluterò mai più il sapore dei piccoli piaceri del quotidiano e la bellezza del mio lavoro. Lo farò davvero? Non lo so. Chissà se saremo in grado di fare tesoro di quanto ci sta insegnando questo periodo…

Stiamo capendo che si può vivere con meno mobilità?
A dire il vero spero di no. Spero, chiaramente, che tutto questo ci insegni a rivedere alcuni aspetti del nostro quotidiano, a restituire importanza a quanto prima davamo per scontato, a ripensare la realtà che viviamo in una nuova dimensione. Dal punto di vista professionale spero che si facciano delle riflessioni sulla situazione instabile e precaria della cultura in Italia, sulle difficoltà del settore e su tutta una serie di aspetti da rivedere nel sistema dell’arte nel nostro Paese. Se per “meno mobilità” si intende migliorare il quotidiano di migliaia di pendolari che ogni giorno affrontano la Tangenziale Est o i ritardi dei treni locali per andare al lavoro, pensando allo smartworking come a una possibilità più diffusa, allora posso anche essere d’accordo. Ma se si intende la minor mobilità come ipotesi di vita, in alternativa all’esperienza diretta, allora spero proprio di no. Non vorrei che si cominciasse a pensare davvero che si possa a fare a meno della visita di persona, che vedere un dipinto dallo schermo di uno smartphone sia come vederlo dal vero, che non serva respirare l’atmosfera di un luogo per capirlo veramente…! Niente può sostituire l’esperienza diretta. Viaggiare, conoscere, incontrare, assaggiare, guardare con i propri occhi, sentire sulla propria pelle, sperimentare direttamente… sono esperienze indispensabili per la crescita personale e per “restare umani”.
Io sono sempre stata una persona iperattiva. Nemmeno in vacanza riesco a stare ferma molto a lungo su una sdraio. L’immobilità mi stanca! Fare a meno di viaggiare, incontrare gente e scoprire nuove realtà per me sarebbe inipotizzabile.

Simona Bartolena è storica e critica d’arte. Ha pubblicato numerosi testi di storia dell’arte per le più prestigiose case editrici italiane e straniere e curato importanti esposizioni in spazi pubblici e privati. Collabora attivamente con musei, associazioni culturali, archivi, gallerie e società del settore. Lavora come critico con molti artisti contemporanei, sia già affermati che emergenti. Dal 1995 si occupa di divulgazione e dal 2011 è presidente e direttore scientifico per il settore arti visive di heart – pulsazioni culturali. Gli ultimi tre progetti da lei curati, tutt’ora in corso e in attesa di riapertura, sono: la serie di sette esposizioni collettive in diverse sedi I temi dell’arte, la mostra I capolavori della Johannesburg Art Gallery – dagli Impressionisti a Picasso al Forte di Bard e la mostra Carla Maggi, l’artista ritrovata a Villa Borromeo d’Adda, Arcore (MB).

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