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MONDOVÌ (CN) | Museo della Ceramica | 26 ottobre 2013 – 6 gennaio 2014

Intervista a UGO LA PIETRA di Matteo Galbiati 

Sempre coerente nel linguaggio, pur nella sorprendente poliedricità delle differenti declinazioni, tecniche e pratiche, definire Ugo La Pietra (1938) come un personaggio eclettico e trasversale sarebbe al contempo riduttivo e impreciso. Riduttivo perché la sua complessità poetica e intellettuale non si affranca mai ad una definizione delimitante, ma, al contrario, il suo sguardo riesce a muoversi in ogni direzione, si fa antenna ricettiva di quelle tensioni con cui spesso lo rendono anticipatore di tempi, mode e gusti. Impreciso perché tali definizioni non devono far incorrere nell’errore di considerare ogni sua opera come un qualcosa di sporadico o completamente avulso dal suo percorso. Tutto si lega in una logica profonda in cui il suo “segno” si applica come misura uniforme, costante, una variabile di movimento che genera una ricca differenza di esperienze.
Forse più, e meglio, di chiunque altro la sua storia artistica, tanto aperta e versatile, si pone in una logica dialettica che si estende ad esercizi aperti, anche in costante rapporto con i territori di confine delle attività artistiche. La Pietra non ha paura di fondere le arti “maggiori” con le “minori”, differenza che in lui perde di senso, legando i vari ambiti in una complessa descrizione unica. Al centro resta sempre la dimensione di ricerca dell’uomo. La Pietra non fa figli e figliastri, ma unisce e mette in stretta relazione ogni attività artistica – o del pensiero – dell’uomo per tradurne la sua visione del mondo. Attivandola sempre dal suo “segno” inconfondibile nello sperimentalismo.
Lo abbiamo intervistato in occasione di questa sua nuova mostra in cui presenta le opere ceramiche. 

Ugo La Pietra, Itinerari, 2013Presenti una mostra di ceramiche, un lavoro cui tieni molto. Quale continuità poetica offri al pubblico?
In questa mostra di ceramiche vorrei proprio mostrare la mia continuità di pittore del segno, dove metto in correlazione queste mie opere con tutte le altre della mia produzione. 

Abbiamo avuto modo di parlare spesso insieme del valore del “segno”, cosa che diventa significativa fin dall’inizio del tuo percorso, fin dall’esperienza del Gruppo del Cenobio. Un segno che esprime sempre l’intensità della vita. Che valore definisce in te?
Esattamente questo. Il mio segno è gestuale, nel senso che è frutto di un gesto a cui si vuole dare valore. L’ho espresso anche andando in opposizione a quello “programmato” che si diffondeva negli anni ’60, figlio di un pensiero logico, quasi matematico. Io volevo che il mio segno fosse randomico, autonomo, a flusso di coscienza quasi. Da questo nacque il Sistema Disequilibrante: il gesto, nel segno, diventa pittorico, performativo, scultoreo… Questo è il valore – e il potere – del segno.

Qui presenti ceramiche e so che tieni molto a dire che non sono lavori completamente tuoi. Un gesto di rispetto verso l’artigiano con cui hai lavorato per l’esecuzione pratica delle opere?
Ogni ceramica reca la mia firma cui si lega quella dell’artigiano. È per me giusto e fondamentale – l’ho sempre fatto fin dagli anni ’60 – porre il senso del valore di una forte identità riconoscibile a livello territoriale. Ogni territorio esprime capacità e tradizioni che le sono propri e che non sono le mie esperienze, ma che, attraverso il mio lavoro, possono denunciare l’importanza, il riconoscimento e il valore della territorialità.
Quindi queste opere sono mie, ma voglio riconoscere che sono state fatte con il preziosissimo aiuto e l’esperienza di altri collaboratori. Come ho detto, di mio resta riconoscibile l’elemento del segno che endemicamente fa parte del mio linguaggio e della mia poetica fin dai miei esordi artistici.

Ugo La Pietra, Casa&Giardino, 2009Qui si apre un dibattito sul valore dell’artigianato come patrimonio della tradizione. Un altro spunto che ti vede militante in questo…
Ho sempre posto il problema della valorizzazione dell’artigianato come topos di una produzione di stile. Certo artigianato di qualità rappresenta la cultura del fare, espressione che in Italia ha basi antichissime e ricche, che, proprio per la storia del nostro territorio, ha dato vita a localismi preziosissimi. L’artigianato esprime un patrimonio immenso e sommerso di conoscenze – non solo storiche ma anche pratiche – che non devono essere perdute. Con Abitare il tempo ho cercato, per esempio, di dare l’opportunità di fare fiere ai mobilieri classici, ebanisti di rara capacità. Da quelle sono derivate poi mostre di alto profilo e livello.

Questo interesse per l’artigianato – le ceramiche sono un esempio significativo – ti porta ad una interdisciplinarietà. Cosa ti preme maggiormente?
Le ceramiche diventano proprio il veicolo per spiegare – e avere – rapporti tra discipline diverse che trovano unione e rapporto nell’oggetto finito. Le esperienze dell’artista si basano sul progetto, questo arriva all’artigiano, che spesso lavora secondo tradizione. Questa operazione di considerazione di una progettualità applicata alla tradizione del fare ha un suo esempio massimo in Gio Ponti. Con questa mostra io dichiaro la mia posizione di artista evidenziando ed esprimendo le relazioni e i rapporti che la ceramica ha con la mia pittura. Anche di oggi.

Hai parlato di tradizione, cosa ci dici di quella di Mondovì?
Mondovì ha una grande storia ceramica che viene da una tradizione povera nel senso nobile: la sua decorazione era semplice, fatta a piccoli colpi di spugna. Io ho voluto riprenderla in alcune opere fatte apposta per la mostra. Mi ha dato soddisfazione ottenere molto con così poco. 

Cosa ci dici del Museo di Mondovì? Come hai operato in questo luogo?
Un luogo stupendo, all’avanguardia. Ha un’installazione interattiva di Studio Azzurro che è sorprendente. Porta nell’attualità il passato e lo fa meglio conoscere. Questo luogo mi piace perché assolve appieno a quelle missioni che per me sono fondamentali in un museo: la conservazione e l’archiviazione, l’acquisizione, l’attività divulgativa e quella espositiva. Qui nel piccolo ci sono tutte e tutti lavorano bene. 

Ugo La Pietra, Tracce, 2013
Sulla tua mostra…?
La mia mostra si colloca nella parte espositiva, in sale separate, ma ho voluto cercare correlazioni, proprio per la loro bellezza, con i manufatti della loro storia. Mi hanno lasciato operare in un piccolo laboratorio, uno degli ultimi scrigni di quel fare antico di cui parlavamo prima. Besio 1842 rimane depositario di una tradizione che è la ricchezza patrimoniale del localismo. Questo laboratorio si lega al museo anche per le future attività dei prossimi anni, un esempio di reciproco sostegno.
Con certe difficoltà abbiamo comunque realizzato alcune opere fatte appositamente per questa occasione, sempre guardando alla poesia del mio segno.

Abbiamo parlato di tradizione, come vedi il futuro per questa eredità culturale del localismo rispetto alla cultura globale?
Sono pessimista. A Caltagirone – che ha una tradizione ceramica fortissima – hanno chiuso un istituto come il Don Sturzo che ne rappresentava la storia. L’hanno accorpato ad un’altra scuola. Questo è il grave aspetto della situazione attuale: si chiudono gli istituti, i centri formativi specialistici, le antiche botteghe. L’artigianato di livello, poi, è povero per eccellenza non avendo mai avuto gallerie, musei o realtà affini che lo promuovessero. Problema ulteriore sono i designer che perdono i legami con l’industria e si limitano al disegno, oppure si adeguano con l’auto-produzione che uccide la produzione artigianale vera. In Europa c’è un rispetto maggiore di quella che definiamo arte applicata.
È un tema importante che merita attenzione e approfondimenti attraverso dibattiti seri e che deve stimolare uno scambio continuativo. Certo artigianato ha diritto – e qualità – per entrare nel mondo e nel mercato dell’arte.

Ugo La Pietra. Tracce. La mia territorialità
a cura di Christiana Fissore e Riccardo Zelatore
con il patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Cuneo, Città di Mondovì

26 ottobre 2013 – 6 gennaio 2014 

Museo della Ceramica
Palazzo Fauzone di Germagnano
Mondovì piazza, Mondovì (CN)

Orari: venerdì e sabato 15.00-18.00; domenica 10.00-18.00 

Info: +39 0174 330358
info@museoceramicamondovi.it
www.museoceramicamondovi.it

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