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BOLOGNA | Galleria Spazio Testoni | 23 gennaio – 23 febbraio 2013

Intervista ad Andrea Francolino di Francesca Di Giorgio

Ha da poco presentato un nuovo ciclo di lavori ad Arte Fiera ed è ancora in corso la bipersonale con Maria Rebecca Ballestra in Galleria Spazio Testoni a Bologna.
Andrea Francolino sembra un altro. I ritratti di personaggi famosi, testimonial con ironici slogan sulle confezioni di prodotti da supermarket, lasciano spazio ad un bianco latte che copre i brand commerciali e trasforma un cumulo ordinato di packaging in un ritratto globale e una mappa consunta in calcestruzzo in una fototessera della contemporaneità.
C’è poco da filosofeggiare quello che siamo è lì davanti, piaccia o no di certo attrae…

Dal packaging da iper-mercato (iper-colorato) all’essenzialità del bianco. È come se ti fossi liberato dal “troppo” ma solo apparentemente alleggerito.
Questa domanda mi fa sentire “psicanalizzato”, ma sono convinto che l’esigenza di liberarsi dal troppo non sia qualcosa che riguarda solamente me. Siamo pieni, tanto, ovunque e in tutti i sensi. È in atto un cambiamento, lo percepiamo tutti. Ma penso che, forse, siamo solo apparentemente più leggeri.

A proposito di “pesi”, ad Arte Fiera con Spazio Testoni, hai presentato White, un’installazione museale: uno scaffale da supermercato di circa sei metri dalla lettura “double face”. Qui il rapporto tra vuoti e pieni, che in fondo da sempre caratterizza il tuo lavoro, acquista nuove sfumature…
Grazie per il “Museale”, anche se di musei d’arte contemporanea in Italia non ce ne sono molti. Penso che un artista debba mettersi alla prova con opere importanti al di là del venderle o collocarle a casa di qualcuno. Abbiamo con l’arte la possibilità di parlare a tanti e per tanto, quindi, perché non lasciare nulla?
Quest’opera, con le sue due facce, riassume la mia epoca generando una miriade di altri significati e stimoli che nascono in ognuno di noi dopo averne appreso il significato.
Il lato dello scaffale pieno di prodotti bianchi, espone meticolosamente, e maniacalmente, il peso di spazzatura medio che ognuno di noi produce in un solo mese: 45 kg circa. Facendo il giro, dalla parte opposta, è come se ci trovassimo in un altro mondo: davanti a quello che, in proporzione, accade nei paesi poveri. 5 prodotti sullo scaffale.
Questo rapporto esatto è frutto di studi e ricerche, di proporzioni studiate e confrontate, volutamente rappresentato su uno scaffale poiché questo paradosso, che non è critico ma consapevole, assume un aspetto di cruda concretezza se sbattuto davanti ai nostri occhi in quella maniera: tutti abitualmente siamo coinvolti nel fare la spesa.
Il bianco qui rappresenta molte cose: liberazione dall’inquinamento visivo, dal condizionamento di slogan, brand o qualsiasi cosa che distoglie l’attenzione o che ci condiziona… Del resto non serve altro per raccontare quello che oggettivamente è l’opera e l’elucubrazione scaturisce di conseguenza in chi osserva se ha la voglia di approfondire.

Una curiosità. Come hai messo insieme la mole di contenitori vuoti?
La parte più complicata è stata trovare nell’immondizia tutti i prodotti che fossero uguali in serie, non credo che un cestino possa regalarti già 20 pezzi di una cosa e 30 di un’altra. Troppo facile, quindi nel mettere insieme i prodotti mi sono reso conto come la crisi prendeva piede fortemente e senza che la tv me lo ripetesse.
I prodotti di marca hanno sempre più velocemente lasciato il posto a quelli di discount o monomarca e questo con reazioni differenti tra il centro e la periferia di Milano.
Comunque ho rischiato più di una volta una multa poiché prendere la spazzatura altrui è un reato ed è penale.

Nei tuoi Untitled ci sono packaging bianchi insieme ad uno o più elementi nocivi di colore scuro che corrompono l’insieme…
Questo bianco trovo che sia riposante come la neve, la mia testa si rilassa insieme agli occhi, un break dopo anni caotici, frenetici.
Senza il bisogno di atti di persuasione in queste opere emerge quello che realmente il consumo non intelligente e smisurato ha scaturito per mezzo di uno o più prodotti che corrompono i bianchi ma che non esistono in commercio perché inventati. Il nero è quello dell’olio industriale inquinante sia nella fattezza che nel brand.

Anche Ozono, Eternit, Diossina… diventano nome e “marca” di prodotti cementificati e trafitti dalla propria armatura. Sono rifiuti di rifiuti in cui la mano dell’uomo è drammaticamente presente.
Il cemento è l’ingrediente che più si lega al tema del consumo e mi ha dato la possibilità di esaltare il senso della vita in questa mia evoluzione, elemento fondamentale che rispetto ai lavori precedenti soccombeva all’ironia ma che sempre è stato rivelato, come anche in queste ultime opere, dall’abrasione, dal buco dal degrado dell’oggetto usato, vuoto, finito.
La fragilità del cemento che apparentemente viene percepito come forte, vien fuori se si pensa che inizia da subito il processo che lo rende polvere. Da qui la consapevolezza che di eterno nulla può essere realizzato e che si è inferiori alla natura e che con essa val la pena allearsi.

E poi, il contenitore dei contenitori, il mega MOA – Mall of America, il centro commerciale più visitato al mondo reso bidimensionale su una pianta in calcestruzzo. Perché lo presenti come qualcosa di astratto e a prima vista semi-incomprensibile?
Se si ha la consapevolezza di quello che dicevo prima, ovvero che nulla di quello che andiamo a fare è eterno si hanno due risultati: lo si fa meglio, lo si fa comunque.
Non sono per una decrescita felice, mai tornare indietro, ma per una crescita intelligente e consapevole, saggia.
La pianta del Mall of America è quella che si vede all’ingresso dei grandi edifici che dice a ognuno di noi dove siamo, ma non cosa siamo. La mappa è rotta perché restituisce la sensazione che provo quando un terremoto butta giù qualcosa e noi tentiamo di ricostruirla come un puzzle. Mi fa pensare proprio alla fragilità di enormi contenitori come il Mall of America o altre strutture grandiose. Nell’osservare quest’opera si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un geroglifico e il tempo di un sua possibile lettura viene ancora più scandito.
Hai detto bene qui c’è il packaging del packaging e mi sono reso conto di come tutta la nostra vita sia un packaging di un packaging. Dalla nascita/pancia alla vita/tetto, alla morte…


Esiste un punto di equilibrio nel tuo lavoro tra ciò c
he ci usa e ciò che si fa usare? E tu? Ti senti più consumista o consumato?
È finita un’epoca, questo è chiaro e tangibile, in arte sta accadendo qualcosa e con alcuni artisti ne discutiamo spesso, anzi c’è un piccolo fermento e di sicuro un cambiamento, positivo o negativo non so, ma qualcosa c’è.
Siamo già nell’epoca dei biocarburanti di seconda generazione e delle energie alternative, quindi di certo si va avanti.
Ad ogni modo veniamo da decenni dove ci hanno consumato e arriverà un periodo che è esattamente opposto al futurismo come esaltazione eccitata per una evoluzione consapevole.
Questo nuovo ciclo mi incuriosisce quindi lo vivo e poco importa se lo porto avanti come promotore, come anticipatore o come uno dei tanti, conto però di andare avanti.

Andrea Francolino e Maria Rebecca Ballestra
a cura di Alberto Mattia Martini e Paola Valenti

23 gennaio – 23 febbraio 2013

Galleria Spazio Testoni
Via D’Azeglio 50, Bologna

Info: +39 051 371272 – 051 580988 – 335 6570830
www.spaziotestoni.it
La2000+45@giannitestoni.it

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