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MILANO | Galleria Renata Fabbri | 11 febbraio – 23 marzo 2019

Intervista a LORENZO MADARO di Irene Biolchini

La mostra presentata l’11 febbraio alla Galleria Renata Fabbri di Milano è una prova di curatela coraggiosa, un’analisi ad ampio spettro su due generazioni che si confrontano con la pittura e le sue estensioni, fuori e dentro la tela. Lorenzo Madaro, il curatore della mostra e instancabile ricercatore delle tendenze dell’arte moderna e contemporanea, ha deciso di ripartire da un titolo quanto mai significativo di Paladino indicando da subito i suoi punti di riferimento: il ritorno ad una pratica del fare che nel 1977 rompeva con le installazioni effimere per ritornare allo studio, al silenzio della creatività, accompagnati dal solo rumore della pennellata. Nonostante queste premesse la mostra non si ferma però alla pittura tradizionalmente intesa e ne indaga, invece, le ibridazioni, gli sconfinamenti su altri supporti (cemento, ceramica, tessuto, solo per citarne alcuni). Non una ricognizione sulla pittura oggi in Italia quindi, quanto piuttosto un’indagine sulle sue evoluzioni e ripensamenti. Un equilibrio in cui le singole esperienze risaltano dal confronto, dando vita ad un insieme armonico nel quale poter ascoltare le singole voci. Per capire le varie fasi del progetto e la sua costruzione abbiamo incontrato Lorenzo Madaro e gli abbiamo fatto alcune domande.

Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro, installation view, courtesy Renata Fabbri Arte Contemporanea, ph. Andrea Cenetiempo

Hai giustamente precisato che questa mostra non è per te una ricognizione sulla pittura italiana, ma una prima indagine su una certa tendenza a disgregare la pittura oltre la tela. Posso chiederti come hai selezionato i lavori che restituiscono questa idea?
In questa mostra la pittura è intesa come punto di partenza per esperienze altre, legate alla dimensione intima del fare e alle sue connotazioni, anche pittoriche, che partono dalla tela per estrudersi nella scultura e nello spazio. “Quadro”, oggi più che mai, è un termine ovviamente obsoleto, totalmente fuori tempo, infatti ho preso in prestito quel titolo paradigmatico di Paladino ironicamente, anche per sottolineare una serie di pratiche artistiche che riguardano la pittura nel suo stesso farsi e disfarsi e che da essa salpano per approdare ad altro, senza però mai perdere distinti connotati. Per me è un’avventura nuova, essendomi occupato molto di scultura nel passato più o meno recente. I confini del quadro sono stati espugnati da oltre un secolo, e oggi in un momento in cui tutto sembra un revival di tutto – anche perché viviamo un’epoca di esasperata produzione – ritirarsi a dipingere un quadro mi pare un titolo adeguato per sollecitare un raccoglimento, un momento di intima relazione con la dimensione del fare. Proprio per questo ho preso in prestito da Mimmo Paladino questo titolo, a cui tengo molto: mi serviva anche per esplicitare questa intima relazione tra l’artista e l’opera. Sette sono i protagonisti di questa mostra e almeno altrettanti gli approcci messi in campo. C’è chi riflette sull’iconografia, chi su un possibile universo naturalistico reinventato, chi avanza proposte d’arte ecosostenibile, chi esplora questioni analitiche e concettuali, chi approda alla materia plastica, chi fa esattamente l’opposto, cercando la libidine della bidimensionalità: sono così partito da queste specifiche peculiarità, scegliendo spesso opere di grandi dimensioni, capaci di relazionarsi dialetticamente con lo spazio. Il corpo a corpo che mi interessa a proposito del linguaggio, riguarda anche la relazione intrinseca con l’ambiente in cui sono state installate le diverse opere. La pittura non è mai andata via, sia dalle pareti dei collezionisti che da determinati contesti. Tutto nell’arte e nel sistema culturale vive fasi alterne, più o meno fortunate, tuttavia persistenti. Ma per certi versi oggi, come quando Paladino ha dipinto quell’opera, ritirarsi a dipingere un quadro può essere una possibile via per ammettere un punto di non ritorno, un momento in cui fermarsi e capire dove stiamo andando e quindi dove sta andando l’arte. L’epoca del Postproduction persiste, ma forse siamo a un punto di non ritorno e bisognerebbe che tutti ci fermassimo per riflettere sulle attuali tangenze dell’arte nell’arte e nella vita stessa.

L’allestimento gioca su dialoghi stretti tra opere molto diverse tra loro. Posso chiederti come sono nati gli accostamenti?
Quando con gli artisti ho scelto le singole opere, in realtà avevo già in mente una loro possibile collocazione all’interno dello spazio di Renata Fabbri.
Amo molto, della galleria di Renata, la convivenza dialettica tra opposti caratteri architettonici e spaziali: i primi due ambienti hanno un orientamento spiccatamente verticale; le due aperture che consentono il passaggio tra la prima e la seconda stanza hanno un’identità forte, che non può non essere presa in considerazione quando si progetta l’allestimento di una mostra. E poi c’è il piano interrato, in cui il carattere della galleria cambia ancora una volta profilo da un punto di vista dello spazio: qui i soffitti sono più bassi, prestandosi a un discorso più raccolto.
Chiaramente un allestimento va verificato poi di persona, nello spazio, con le opere sballate e, quando è possibile, con gli artisti. Credo molto nel momento dell’allestimento, è appunto una verifica necessaria e formativa, sempre. L’altro giorno un gallerista che stimo molto, uno dei miei miti, Fabio Sargentini, mi ha reso partecipe di un pensiero condivisibile che trovo basilare, paradigmatico: “è sempre lo spazio a suggerirti cosa fare”. Perciò nei giorni dell’allestimento è andata appunto così, lo spazio della galleria ci ha suggerito confronti persuasivi, vuoti imprescindibili, spazi da attraversare, cambi da apportare. Le opere, come giustamente dici, sono molto diverse tra loro. Per me la pittura è un’esperienza nuova, mi sono quasi sempre interessato alla scultura e all’installazione. Perciò la sfida dell’allestimento è stata ancor più entusiasmante, ma soprattutto per via degli artisti che sono venuti a montare con noi la mostra e per gli amici che sono passati in quelle ore dalla galleria. Mi piace infatti molto il confronto serrato, non soltanto a cose fatta, ma prima e nel mentre, mentre accadono. Dunque sono sempre ben felice di spostare un’opera che avevo immaginato sulla carta in una determinata posizione, dopo essermi confrontato con lo spazio e, ovviamente, con l’artista.

Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro, installation view, courtesy Renata Fabbri Arte Contemporanea, ph. Andrea Cenetiempo

Gli artisti in mostra sono tutti under 45, come te del resto. C’è in questa selezione una scelta militante, una condivisione di percorso e di idee con gli artisti che hai selezionato?
Mi attrae molto questo riferimento alla militanza, penso che sia una pratica indispensabile, ma – paradossalmente – non sempre realizzabile. Per militare non bisogna mai essere da soli, c’è l’esigenza del confronto con gli altri e di possibili comunanze di intenti. Avere dei compagni di strada per me è sempre stato importante, ma è difficile.
Ne ho parlato molto con Alessandro Roma negli ultimi tempi, convinti entrambi che un lavoro comune costante possa fare la differenza, in termini culturali e operativi. Conosco da tempo il lavoro di tutti gli artisti in mostra, Luigi Massari e Francesco Fossati li frequento da molti anni, nei loro rispettivi studi e altrove; con Luigi ho lavorato in diverse occasioni mentre con Francesco c’è sempre stato un dialogo che però non si è mai concretizzato, fino a questo momento, in nulla di tangibile. Alessio de Girolamo lo conosco da meno tempo, ma siamo molto in sintonia grazie anche a una frequentazione relativamente assidua. Con Roma ho dialogato in diverse occasioni, mentre Thomas Berra, Alessandro Piangiamore e Alessandro Scarabello li conoscevo solo tramite il lavoro e la mostra è stata l’occasione per un confronto con loro. Insieme a Renata Fabbri sono molto soddisfatto della riuscita della mostra, proprio perché dall’allestimento emerge un’armonia non scontata.

Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro, installation view, courtesy Renata Fabbri Arte Contemporanea, ph. Andrea Cenetiempo

Nel tuo testo evidenzi una certa tendenza di ritorno al fare, qualcosa che sembrava emergere anche nella Biennale del 2017. Una dimensione privata e silenziosa che si abbina anche a progettualità nate spesso in luoghi periferici (penso alla produzione sull’isola disabitata di Francesco Fossati e alle ceramiche prodotte a Faenza da Alessandro Roma per esempio). Da molti anni sostieni nella tua pratica curatoriale la rilevanza della periferia. Posso chiederti se questo approccio ti aiuta a mantenere un occhio libero e vigile anche quando chiamato a curare progetti in realtà più centrali, come Milano?
Insieme alla periferia, mi interessa moltissimo la marginalità, che è un concetto espanso all’interno del quale inserisco molte delle mie attenzioni ad artisti irregolari – penso ai pugliesi Ezechiele Leandro ed Edoardo De Candia, straordinari personaggi liberi e completamente fuori dai sistemi culturali e dalle possibili nomenclature, di cui mi sono occupato tantissimo –, ma anche a nomi che hanno agito nel mondo dell’arte cosiddetto ufficiale per poi essere completamente o quasi obliati. Attraverso articoli, cataloghi e mostre corali ho così dedicato attenzione ad alcuni di loro, da Ninì Santoro a Kengiro Azuma, che ho conosciuto e frequentato, nomi straordinari spesso completamente estranei dai radar degli artisti e dai curatori miei coetanei. Vale pure per i nomi meno appartati, come Nicola Carrino e Pietro Coletta, di cui ho frequentato gli studi. Lo stesso ho fatto con gli artisti più vicini alla mia generazione, non mi sono mai posto il problema della loro notorietà nell’ambito delle gallerie e dei musei, preferendo concentrarmi, per i miei progetti curatoriali autonomi, guardando anzitutto alla loro ricerca e alle prospettive propriamente culturali del loro operare. Trovo anzi ridicolo che si vedano sempre più mostre senza sorprese, senza neppure un nome estraneo a determinati contesti, che sembrano sempre di più dei cataloghi o degli inventari di grandi magazzini che propinano sempre la stessa roba.
Ecco, lo studio degli artisti, il luogo in cui tutto nasce, anzitutto a livello di riflessione. È lì che mi interessa passare il mio tempo, a stretto contatto con gli artisti.
L’approccio non cambia se opero a Lecce o a Roma o a Milano, cioè il metodo è sempre quello, anche nel mio lavoro di critico d’arte per le pagine romane di Repubblica. Ovviamente quando si lavora in periferia – a Lecce, per esempio –, c’è un problema da affrontare rispetto al pubblico, perché non esiste un museo d’arte contemporanea e non c’è neppure una galleria privata. È quindi chiaro che chi fa il mio mestiere deve porsi anche la finalità di “informare” e non solo di interpretare, immaginare e coordinare. E a tal proposito credo anzitutto ai talk prima ancora che alle mostre e perciò in questi anni ho invitato a Lecce diversi artisti, alcuni dei quali amici, per raccontare il loro lavoro in spazi pubblici: Francesco Arena, Daniele D’Acquisto, Matteo Fato, Luigi Presicce e molti altri.
Ogni città che frequento per lavoro mi piace per le sue peculiarità, a volte non mi dispiace la lontananza di certe geografie rispetto ad alcuni centri ritenuti di riferimento.

 

Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro
a cura di Lorenzo Madaro

Artisti: Thomas Berra, Alessio de Girolamo, Francesco Fossati, Luigi Massari, Alessandro Piangiamore, Alessandro Roma, Alessandro Scarabello

11 febbraio – 23 marzo 2019

Renata Fabbri arte contemporanea
via A. Stoppani 15/c, Milano

Info: +39 02 91477 463
info@renatafabbri.it
www.renatafabbri.it

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