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MILANO | Officine dell’Immagine

Intervista a SERVET KOCYGIT di Irene Biolchini*

L’artista di origini turche, da anni residente in Germania, Servet Koçyiğit ha presentato da Officine dell’Immagine di Milano una mostra, When the Lion Comes Out of the Shade, a cura di Silvia Cirelli, in cui i lavori sui tessuti degli ultimi anni si offrono come mappe incerte, possibili divagazioni sul concetto di identità e nazione. Nel corso di questa intervista ci racconta di un’arte senza linguaggi e senza confini, uno spazio mentale che possa trascendere da quello fisico, cucendo (fuori e dentro metafora) nuove interpretazioni ed esperienze…

Servet Koçyiğit, My Heart Is Not Made From Stone (Tree #1), 2016, c-print, cm90x120, edition of 5. Courtesy: l’artista e Officine dell’immagine, Milano

Dal 2006 lavori con l’uncinetto per creare dei lavori che suggerissero una dimensione domestica, qualcosa di familiare e apparentemente non minaccioso (penso ad esempio a 21.674-People, 2006 o a Sometimes I check the fridge ten times to see if it is really closed, 2008). Dall’altro lato guardando lavori quali Fuck you sunset (2012) o a Everything (2009) sembra che la preziosità del materiale fosse in profondo contrasto con le ricerche esposte in mostra. In seguito, specie nel video 99 years (2014), la lana sembra assumere un ruolo sempre più centrale: non è solo il materiale con cui costruisci gli oggetti, ma lo strumento per creare il mondo intero. Sembra quasi che la Creazione a cui tu fai riferimento superi la sola creazione artistica per aprirsi a qualcosa di più grande. Come collocheresti il tuo lavoro sulle mappe all’interno di questo processo di allargamento progressivo?
È vero che la mia produzione si riconnette tutta in maniera organica: si può creare un legame tra gli uncinetti e i recenti lavori con il collages sulle mappe. Sia i tessuti sia gli uncinetti, infatti, sono morbidi e semplici da lavorare, anche se richiedono moltissimo tempo e dedizione. Per i primi lavori all’uncinetto mi interessava creare un legame tra la lunghissima lavorazione del materiale e il linguaggio: per poter scrivere frasi così brevi dovevo lavorare dai tre ai sette mesi, era un modo per rallentare la parola. Era decisamente opposto a come usiamo il linguaggio nella nostra vita di tutti i giorni, dove usiamo molte parole, spesso in fretta e senza un vero e proprio significato. Ero anche particolarmente interessato alla produzione quasi ossessiva di ogni singola lettera, avevo scelto l’uncinetto perché creava una vera e propria dipendenza, un’attenzione crescente ed estenuante. Per il video 99 years ho impiegato lo stesso tempo, ma per creare un piccolo mondo. Durante la produzione del video ho anche iniziato a lavorare con le mappe, che richiedevano anch’esse moltissimo tempo per creare queste geografie immaginarie composte da metri di punti e innumerevoli ore di tessitura. Potrei dire che la connessione tra tutti questi lavori è fatta proprio da un filo, da una linea, che connette tutto e tutti in questo pianeta.

Servet Koçyiğit, Venda, 2017, textile, paint, buttons, cm 150x200x4, unique piece. Courtesy: l’artista e Officine dell’immagine, Milano

Il lavoro sulle mappe, presentato nel 2016, era fondato anche su giochi di parole, qualcosa che è ancora più sorprendente se si tiene conto che non lavoravi nella tua lingua madre, ma nemmeno in olandese, la lingua del Paese in cui vivi. Eppure l’inglese sembra essere la tua lingua preferita quando sei chiamato a scrivere. Quanto è importante il linguaggio nella tua esperienza e come mai hai deciso di adattare questa terza lingua al tuo processo creativo?
La lingua è una parte molto importante del mio lavoro, fin dall’inizio quando facevo installazioni e sculture. Ho sempre pensato all’arte come ad una lingua in cui possiamo dire cose che non potremmo dire nella forma parlata. È per questo che lavoro duramente per creare o inventare il mio lessico personale. Per raggiungere il risultato che voglio gioco molto con la lingua di tutti i giorni, creando delle forme ibride per esempio. L’inglese è stato per me una necessità perché ho studiato arte in questa lingua, che parlo anche per la maggior parte del mio tempo. Inoltre il parlare più lingue (il turco, il tedesco, l’inglese) ha anche influenzato il mio modo di pensare e creare, anche se credo che l’arte non appartenga a nessuna lingua in particolare, ma che possa essere qualcosa di più unico, qualcosa che si definisce ed esiste per se stessa. Ed è forse questo qualcosa che mi definisce come artista.

Servet Koçyiğit, My Heart Is Not Made From Stone (N. America), 2016, c-print, cm90x120, edition of 5. Courtesy: l’artista e Officine dell’immagine, Milano

La residenza a cui hai partecipato in Sudafrica (Joburg Now, ndr) sembra aver dato voce a molti argomenti che erano già presenti nella tua ricerca: le mappe (penso ad esempio a My Heart Is Not Made From Stone), la migrazione, lo sfruttamento. Quanto è durata questa residenza e quali sono gli elementi più importanti della società in cui hai vissuto che hai deciso di trasporre nel tuo lavoro?
È stata una residenza durata un paio di mesi, arrivata quando stavo già lavorando su concetti quali le mappe, l’immigrazione, il colonialismo. Tutto ciò che pensavo di sapere già sull’argomento, però, era niente rispetto a ciò che ho potuto vedere lì. Non potevo nemmeno immaginare la portata del colonialismo ed i suoi danni, per esempio. Il Sudafrica è davvero un posto magico, ricchissimo di spunti, molto intenso. Nonostante tutto le persone sono state così aperte ed accoglienti: l’intensità di tutti gli incontri si riflette nel lavoro d’artista, ma anche come persona ho imparato moltissimo.

Servet Koçyiğit, 99 years, 2014, HD single channel video with sound. Courtesy: l’artista e Officine dell’immagine, Milano

I tessuti, così importanti nella tua pratica, sono sempre realizzati da un soggetto terzo, affidando l’elaborazione manuale a qualcuno esterno alla concezione. Quanto è importante questa co-operazione? Come scegli i tuoi tessuti? È una ricerca che svolgi da solo, o anche in quella fase collabori con altre parti?
Tutti i tessuti che scelgo per i miei lavori sono selezionati in maniera molto accurata. Solitamente sono interessato alla loro storia, alla loro importanza culturale, al fatto che possano rappresentare un’intera classe di persone. Hanno già una storia al loro interno.
This Is My Island (2013), per esempio, era composto da kefiah; Tips (2015) era fatto da tessuti con stampe (solitamente prodotti in Olanda e poi esportati in Africa); Venda (2016) è realizzata utilizzando i tessuti della popolazione Venda in Africa. Dopo aver trovato il giusto materiale lavoro a lungo per creare queste mappe immaginarie. Le strade e le città a volte sono già presenti assemblandolo, altre volte ricamo immagini o disegni per creare alcune narrative.

In Kafka Rose hai creato una sinestesia tra parola e profumo, qualcosa che sembra operare anche in Free Shave, in cui le immagini sono connesse all’atto della rasatura suggerito dall’ambiente che hai ricreato, in un processo di associazioni libere che ricorda il metodo freudiano. È qualcosa che ti interessa ancora?
Nei primi lavori ero molto interessato all’idea di alienazione e spostamento e al concetto di perdita della memoria (più che dell’associazione) e principalmente perché lavoravo come un artista immigrato. Free Shave è stato il mio primo video, che ho realizzato nel corso di una residenza in Germania (presso la Wilhelm Lehmbruck Residency, Duisburg): per una persona che veniva come me dalla campagna, vivere in un luogo così industriale è stato bello ed alienante al tempo stesso. Mi sentivo molto legato ai lavoratori immigrati: l’alienazione del video è una trasposizione diretta della mia vita e della mia esperienza.

*Intervista tratta da Espoarte #104

Servet Koçyiğit. When the Lion Comes Out of the Shade
Catalogo vanilla edizioni

Info: http://servetkocyigit.net/
www.officinedellimmagine.it

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