BRESCIA | Galleria Massimo Minini | Fino al 15 maggio 2021
di ILARIA BIGNOTTI
Giallo, arancione, rosso; arancione scuro, rinforzato; rosso scuro… quasi nero; una punta di bianco: fino a un anno e qualche giorno fa non avremmo mai pensato che questo elenco cromatico fosse da attribuire alle limitazioni di movimento e relazione imposte al nostro Paese, e al mondo intero, a causa di una pandemia che ha stravolto tutti i tipi di approccio alle persone, agli ambienti, agli oggetti. Al tempo.
Invece, eccoci di nuovo qui, a fare i conti con una tavolozza che gioca con i confini delle regioni e delle provincie, indovinando il reticolo delle possibilità e cercando di non cascare negli imprevisti.

Qualche anno fa, avevo rispolverato un testo del lontanissimo, a pensarci ora, 1964, The Hidden Dimension (La Dimensione Nascosta) di Edward T. Hall e avevo provato ad applicarlo alle arti visuali: il saggio dell’antropologo statunitense cercava di affrontare, partendo dalle leggi di sopravvivenza ed evoluzione animale, i problemi e le trasformazioni che nella società degli uomini accadono a causa dei rapporti di distanza e vicinanza tra le persone. In sostanza, analizzava quali fossero i parametri di spazio intimo, sociale, pubblico, misurando in centimetri e metri la distanza tra il singolo e la collettività: dall’amplesso al tram, dalla piazza alla toilette, dall’aeroporto alla coda per il panettiere. Tutta una questione di prossemica. Con i suoi effetti, ben distinti, e anche catastrofici, sulle relazioni sociali.

Oggi ne abbiamo piene le orecchie, di prossemica: stare a un metro, due metri, trenta centimetri di distanza dagli altri significa, inesorabilmente, mettere in salvaguardia, o a repentaglio, la nostra vita. Ma quanto ci costa? Trasferiamo questa condizione dettata da una emergenza che sta diventando una abitudine sanitaria, oramai, al nostro rapporto con le arti visuali – quando, ancora, ci permettono di vederle dal vero, tra chiusure e contingentamento (non è questa la sede per fare altre riflessioni, anche arrabbiate, sul tema): quanto è importante la relazione vis-à-vis con l’opera d’arte?
Non solo fondamentale: congenita. L’opera nasce per essere vista, annusata, toccata con gli occhi. È fatta di materiali, di colori, di relazione con lo spazio e con il tempo: per viverla, per renderla viva, ha bisogno di materia, di atmosfera, di corpi. È un fenomeno che non posso descrivere – le parole franano sempre di fronte alla visione – ma solo vivere, nel mio intimo avvicinarmi ad essa: nel mio incontro con essa.
Non sono riflessioni nuove, anzi. Sono vecchie come il mondo.

Ma quando ci si trova nel bianco, lungo ambiente della Galleria Massimo Minini, magari in una mattinata dove il sole scalda l’aria che circola tra i dipinti di Peter Halley, e ci si lascia immergere nei sui perimetri interrotti, nelle sue finestre opache, nei suoi colori fluo che fanno a pugni con i neri e i bordeaux, ecco allora non si può non ripensare a tutto questo discorso della prossemica: il colore, l’aria cromatica esce dai limiti delle forme geometriche e si spande sulle pareti. Diventa un liquido amniotico che ci si appoggia sulla pelle degli occhi.
Non so se Halley ha pensato a questo problema della prossemica nel rapporto tra opera e spettatore, mentre li faceva. Ma da artista colto e intellettuale, che da sempre parla di spazio e colore, con il coraggio di rileggere Joseph Albers impugnando una pittura che grida al no past e al no future e così fonda il postmodernismo, Halley ha sicuramente molto da dirci su questi tempi.
Dopotutto, le sue finestre sono prigioni, celle o capsule protettive? A ciascuno la sua risposta.

Il pittore americano intanto si diverte a spezzare il margine e compiere l’ennesima variazione sul suo percorso di ricerca. Mette in atto una piccola, ennesima azione omicida all’abitudine della geometria e all’armonia così impossibile da imbrigliare in regole occidentali.
Per questo, alla prima riga del NON comunicato di Massimo Minini, i miei occhi non avevano letto “L’assassino nei gialli appare solo all’ultima pagina”, ma “l’assassino dei gialli”. Avevo già scoperto chi fosse il colpevole: lui, l’artista. Gli chiediamo tutti proprio questo. Darci uno schiaffo, minare alla nostra tranquillità.
Gliene siamo grati.

Peter Halley, new paintings
Fino al 15 maggio 2021
Galleria Massimo Minini
Via Apollonio 68, Brescia
Orari: lunedì-venerdì 10-19, sabato 15-19
Info: +39 030 383034
info@galleriaminini.it
www.galleriaminini.it



