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MILANO | Galleria Giovanni Bonelli | Fino al 10 luglio 2021

di PIETRO BAZZOLI

È certamente una questione di corpo. Corpo inteso come fisico; inteso come spazio nel mondo; come tatto, gesto e immagine, di sé o della propria comunità, del proprio passato o del proprio avvenire. Corpo inteso come tensione emotiva verso un elemento che pare essere intramontabile, ma che invece muta, si trasforma e assume le caratteristiche fluide di una perenne transizione02 dell’essere, dell’Io nascosto e latente dell’uomo.
La mostra alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano fa del corpo qualcosa in grado di non porsi come un semplice confine spaziale, bensì come una riflessione, una caratteristica addizionale all’espressività dell’artista: non è un caso, infatti, che la visione di tale “confine” sia vorticosamente miscelata al contesto sociale e culturale in cui si trova immerso e in cui – di nuovo – si fonde, in un’esperienza fluida.
“Anno 2020, il nuovo anno zero”.

Lines of Passage, installation view, Galleria Giovanni Bonelli, Milano

Pare essere questo il suggestivo incipit narrativo del duo curatoriale composto da Nadine Isabelle Henrich e Valeria Schäfer, che delinea una netta divisione concettuale tra il pre-pandemia e il post-pandemia, interrogandosi sulle diramazioni che questa linea – tanto sottile quanto profonda e dolorosa – ha tracciato. Soprattuto, se ci si pensa, per quanto riguarda le dinamiche interpersonali e fisiche.
Ed ecco che ritorna il pilastro che regge l’intera mostra, ossia il corpo, vissuto nell’ambivalente dualismo tra interno ed esterno, invisibile e visibile seppur talvolta celato, nascosto, messo in discussione per volontà propria o per scelta altrui.
Ognuno degli artisti chiamati in causa, allora, si trova a riflettere su ciò che la corporalità permette di richiamare all’attenzione, giocando sull’ennesima linea tra binomi contrastanti che definisce l’occultamento e lo svelamento di verità talvolta scomode ma profondamente personali.
Quale titolo migliore di Lines of Passage per definire o, meglio: non definire ciò che per suo stesso attributo rifugge a qualsiasi connotazione?

Lena Marie Emrich, Scattering Skies (Boing 777), 2021, installation view

La risposta non può che trovarsi nelle opere degli artisti selezionati, che provengono (chi per nascita, chi per adozione) dalla scena artistica tedesca contemporanea. Artisti figli di Berlino o Francoforte, cresciuti sotto il comune cappello di uno Zeitgeist che fa dell’ambiguità e del ri-orientamento pratiche comuni da espletare in arte. La ri-connessione corre lungo binari impossibili da prestabilire, che pure hanno in Arnold van Gennep un illustre anticipatore, dal momento che i suoi Riti di Passaggio ancor oggi delineano le dinamiche di un quotidiano in perenne divenire. Riti intramontabili e “prove”, se così si vuole chiamarle, di una proiezione individuale ramificata, tale per cui è possibile intravedere una direzione univoca, e solo allora percorribile.
La dimensione virtuale, che nell’ultimo biennio ha costretto il mondo in una morsa sempre più apatica, ora è vinta da un nuovo espressionismo fatto di forme che surclassano non soltanto la sfera intima e privata ma trasferiscono la propria forza vitale nei riguardi di una frammentazione delle imposizioni anacronistiche, favorendo il dialogo e la riflessione di genere, di essere, di amare e amarsi.
Senza mai dimenticare che il pubblico ha una coscienza e uno sguardo: gli artisti non invitano a forzare l’impressione, bensì paiono alla ricerca di una fervente libertà; spettacolarizzano esacerbanti questioni personali, ma non con l’intento ultimo di fare spettacolo: in ogni voce si avverte la volontà di urlare, di avvertire l’eco delle proprie parole sulla pelle – unica e universale –, mantenendo alto un bisogno che è fertile e non per sé stesso. Colpire lo spettatore, sì, ma non con un fine violento; al contrario con un fine che si prefigge la meta di un dialogo alla pari, dove ognuno possa portare intenzioni, idee e desideri.

Lines of Passage, installation view, Galleria Giovanni Bonelli, Milano

Ecco che la pièce teatrale di Nicholas Grafia & Mikolaj Sobczak si interroga sugli stereotipi del mondo, e di come questi continuino a persistere nelle culture contemporanee: molto spesso alcune allusioni si perdono – chi può conoscere tutte le espressioni tipiche di ogni civiltà? – balzando da un lato all’altro di una reminiscenza dell’assurdo e del teatro dadaista.
Allo stesso modo Rüzgâr Buski calca il mistero della sessualità, del cambio di genere, dell’ironia sofferente e della violenza in un culturalismo complesso come quello di Istanbul, in una decostruzione e ricostruzione della visione di sé. Sfera pubblica e sfera privata sono interconnesse nelle installazioni di Sofia Duchovny, dove esistono zone “mostrate” e zone “che potrebbero essere viste”, in un perenne inseguirsi d’intimità e autenticità lungo una rotta emozionale.
Tocca a Lena Marie Emrich mettere in fila le componenti di una serie che prende titolo dal cielo – Skies (Boeing 777) – e costringe l’osservatore a dividersi tra l’immagine riflessa e distorta del proprio volto, il “panorama” che si scorge nel vetro/ dal finestrino, e quello che si sogna di vedere.

Lines of Passage
a cura di Nadine Isabelle Henrich e Valeria Schäfer

Artisti: Rüzgâr Buşki, Sophia Duchovny, Lena Marie Emrich, Nicholas Grafia & Mikolaj Sobczak, Aneta Kajzer, Shopie Stückle, Matt Welch

Fino al 10 luglio 2021

Galleria Giovanni Bonelli
via Luigi Porro Lambertenghi 6, Milano

Orari: da martedì a sabato 11.00-19.00

Info: +39 02 87246945
info@galleriagiovannibonelli.it
www.galleriagiovannibonelli.it

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