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VENEZIA | Peggy Guggenheim Collection | 23 febbraio – 15 aprile 2013

Intervista a LUCA MASSIMO BARBERO di Ilaria Bignotti

Tutti li vogliono tutti li cercano. Pochi riescono a raccontarli con la dovuta complessità e attenzione, gli artisti e le opere di quel ventennio di intensa ricerca creativa che si estese dagli anni ’50 all’inizio degli anni ’70 del XX secolo.
Il taglio critico-espositivo dato da Luca Massimo Barbero alla mostra Postwar – Protagonisti italiani, dedicata a Lucio Fontana, Piero Dorazio, Enrico Castellani, Paolo Scheggi e Rodolfo Aricò, allestita alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia è, in questo senso, esemplare.
Da sempre impegnato a ricollocare storicamente ricerche artistiche di alto valore e in alcuni casi ingiustamente dimenticate dalle mode temporanee, e a rintracciarne legami e relazioni attraverso una vivace attività curatoriale e una attenta ricerca scientifica, Barbero ha voluto raccontare a Espoarte le ragioni di questa mostra dal titolo interessante… Siamo partiti da qui.

Quali sono le motivazioni alla base di questo progetto espositivo?
Il percorso intreccia due temi fondamentali: da un lato il momento storico nel quale si avviarono queste ricerche, il secondo dopoguerra e quindi la capacità dell’arte italiana di rinnovare il proprio linguaggio a partire da una attenta considerazione delle avanguardie storiche da un lato e dal superamento dell’Informale dall’altro. Il problema del colore come scelta, nelle sue declinazioni come monocromo, materia e codificazione è la ricerca, il filo rosso potremmo dire, che unisce e distingue gli artisti esposti, diventando campo di azione primario delle loro indagini.

La mostra si compone di cinque sale, come tappe di un racconto. Ancora, il percorso si apre con Lucio Fontana, considerato spesso quale padre spirituale di queste ricerche…
Fontana è un punto cruciale e nodale di svolta delle ricerche artistiche italiane dagli anni ’50 in poi, e la prima sala è una preziosa antologica che racconta il suo percorso d’indagine attraverso alcune fasi fondamentali: a partire da due opere meravigliose, un Concetto spaziale del 1951 e uno del 1957 denso di tensioni plastiche, memori di quelle barocche e futuriste, opere che recentemente sono entrate nella Collezione Guggenheim grazie alla donazione Schullhof; i Quanta del 1960 testimoniano il loro legame e la loro capacità di anticipazione delle cosiddette shaped canvas (tele sagomate) e contengono quella energia primaria che è anche specchio delle vicende storiche del tempo; ma la sala di Fontana ha il pregio di mostrare anche l’artista meno noto: ecco allora la sua ricerca con la ceramica, presentata attraverso tre piatti di straordinario impatto estetico e infine, andando indietro nel tempo, un disegno del 1939-1940, che è ovviamente riduttivo chiamare disegno: una Battaglia di oltre un metro di lunghezza che contiene già le tensioni plastiche della sua ricerca successiva.

Da questa sala si accede a quella di Dorazio, dove le opere sembrano dialogare una con l’altra attraverso rispondenze cromatiche. Quale la scelta espositiva in questo caso?
Come per Fontana si è voluto sottolineare la sua relazione con la storia dell’arte precedente, partendo cronologicamente dalla riflessione sulle ricerche della fine del XIX secolo nelle quali il problema del colore iniziò a essere indagato con scientifica attenzione e pluralità di linguaggi, così Dorazio è presentato nella sua tensione verso il suo tempo ma anche nella sua relazione con le avanguardie storiche. Cito a memoria: egli stesso disse di avere imparato da Balla che le immagini non possono esistere senza la luce che le compenetra e le fa palpitare; così nelle opere esposte troviamo le risultanze della ricerca sul monocromo e le componenti razionaliste destinate a sfociare in quella trasparenza di trame che caratterizzano le sue opere, due delle quali si confrontano specchiandosi, tendendo al monocromo blu e giallo.

Il percorso prosegue con Enrico Castellani, da sempre riconosciuto quale “figlio” di Lucio Fontana: quale la lettura datane da questa mostra?
Proprio il confronto con l’opera di Castellani e con quella di Scheggi, nella sala successiva, vuole anche dichiarare che è scorretto parlare di un rapporto così strettamente dipendente e consequenziale tra Fontana e gli artisti della generazione successiva: la mostra vuole invece far riflettere, lasciando parlare le opere esposte, sulla presenza, piuttosto, di echi che si rincorrono l’una nell’altra ricerca, echi originali e indipendenti. Tra i lavori di Castellani, l’esposizione presenta la Superficie angolare rossa del 1961, una delle tre Superfici bianche che composero l’ambiente realizzato dall’artista per la mostra Lo spazio dell’immagine a Foligno nel 1967 e una Superficie Blu degli anni ’70.

La ricerca di Paolo Scheggi, un altro artista al quale si sta finalmente dedicando la dovuta attenzione a partire da quella che lei stesso gli ha rivolto fin dall’inizio del 2000, è invece presentata nella sala successiva, intitolandosi Omaggio a Paolo Scheggi.
Lucio Fontana scriveva al giovane Scheggi fin dal 1962 parole cariche di stima verso i suoi “quadri così profondamente neri, rossi, bianchi”: la sala infatti propone una attenta selezione di queste opere che fin dal titolo, Intersuperfici, contengono l’idea di un lavoro di stratificazioni di superfici monocrome, e al contempo di profondità diverse, espresse attraverso le fustellature prima irregolari e poi regolari e calcolate create dall’artista sui vari livelli. Fondamentale l’ingresso nella Collezione del Guggenheim di una di queste opere, una Intersuperficie curva bianca detta anche Zone riflesse del 1963, donata da Franca e Cosima Scheggi: ingresso che testimonia e dichiara finalmente la rilevanza internazionale della ricerca di Scheggi.

Infine, Aricò, con il quale si chiude la mostra, e al quale Espoarte rivolgerà un apposito approfondimento, come si intitola anche la sala dedicata a questo artista… Le chiediamo dunque di voler concludere questo percorso e, se possibile, di darci in anteprima qualche notizia sui suoi progetti futuri.
Anche Aricò meritava una ricerca che sapesse addentrarsi nella sua ricerca; ma lascio allora al prossimo articolo la parola su questo protagonista dell’arte italiana; tra i progetti in corso e futuri, innanzitutto, è la presentazione a livello internazionale della grande monografia dedicata a Capogrossi: il 27 febbraio è stata infatti presentata a Parigi, alla Galerie Tornabuoni Art Paris; un altro progetto mi vede impegnato a confrontare le ricerche tra arti visive e architettura, tra anni ’50 e ’70; progetto che si collega alla mostra aperta a Vercelli fino a maggio, dedicata al percorso dall’Informale alla Pop Art e dedicata finalmente a ricostruire la natura internazionale di questi linguaggi, a partire da un confronto necessario tra Europa e USA, capace di superare e abbandonare le chiusure geografiche e culturali che spesso hanno ridotto gli approfondimenti sulle singole ricerche: ecco allora i confronti in mostra tra Noland e Serra da un lato e Castellani e Scheggi dall’altro; tra Hockney e Warhol e Schifano… confronti destinati anche, a dimostrare, che gli anni ’60 furono davvero un momento cruciale per l’arte italiana. Da protagonista.

Postwar. Protagonisti italiani. Lucio Fontana, Piero Dorazio, Enrico Castellani, Paolo Scheggi, Rodolfo Aricò
a cura di Luca Massimo Barbero

23 febbraio – 15 aprile 2013

Peggy Guggenheim Collection
Palazzo Venier dei Leoni
Dorsoduro 701, I-30123 Venezia

Info: +39 041240541
info@guggenheim-venice.it
www.guggenheim-venice.it

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