Non sei registrato? Registrati.
SANTOMATO (PT) | COLLEZIONE GORI FATTORIA DI CELLE | 40 ANNI DALL’APERTURA

Intervista a FABIO GORI di Luca Sposato

La locuzione “arte ambientale” nasce spontanea negli anni Sessanta in risposta ad un’esigenza identitaria riferita al paesaggio e alla relazione con l’alterità. Alle proposte muscolose e monumentali statunitensi (Land Art, Happenings…) nel contesto europeo si sviluppa un’idea di “ambiente” più intimo, legato soprattutto alle persone, riconoscendo indissolubile il valore storico di molti paesaggi urbani e naturali, trovando artisti predisposti a maturare un senso collettivo dell’arte, senza perdere visioni monumentali. Se ad Enrico Crispolti si può attribuire la paternità della codifica critica del termine Arte Ambientale (la mostra Volterra ’73, ma soprattutto il padiglione Italia alla Biennale del 1976 “Ambiente come sociale”) la pionieristica maternità va ritrovata nel grembo della Fattoria di Villa Celle e nel suo splendido parco noto in tutto il mondo come uno dei più alti esempi di arte ambientale.
Dal 12 giugno del 1982, grazie alla generosità di Giuliano Gori, il collezionista fondatore, e di sua moglie Pina Taddei, la Fattoria di Celle a Santomato di Pistoia è aperta al pubblico ed in continua evoluzione fisiologica. Un contesto tanto condiviso con gli appassionati, quanto primariamente coltivato in famiglia, con i quattro figli Patrizia, Fabio, Paolo e Stefania a raccogliere e promulgare lo spirito antico e legante tra l’artista e il committente: «noi abbiamo sempre affiancato nostro padre, perché è una cosa che ci ha entusiasmato fin dall’inizio. Devi sapere che quando i nostri genitori fecero i primi interventi d’arte, vennero da noi ragazzi a chiederci se volessimo tenerli per noi o condividerli con tante persone, col pubblico. Il resto è storia» così parla Fabio Gori, figlio di Giuliano e attuale presidente della giuria del premio biennale Celle Arte e Natura, recente riproposta a testimoniare quell’evoluzione artistica vivace e mai statica.

Giuliano e Fabio Gori.

La storia non si discute, ma si può attualizzare: l’Arte Ambientale oggi è propedeutica per riavvicinare le persone tra di loro, in contrappunto alle distanze sociali e culturali, ed in particolare riavvicinare il pubblico ad un linguaggio artistico meno chiassoso e maggiormente erudente, viste anche quelle urgenze ecosofiche di ritrovare un’etica nell’arte. Giuliano partiva da quest’ottima intuizione che “ambiente” non si riferisce solo al paesaggio, bensì si avvale imprescindibile della componente umana, della componente relazionale. La tua famiglia è sineddoche di questa condivisione universale, con una prospettiva interna, più intima.
Certo, condividendo e quindi assumendosi ognuno questa responsabilità e questo impegno, però senza mancare l’entusiasmo per quest’aspetto particolare della vita, che è l’Arte. Vedi, Giuliano negli anni si è comportato da collezionista atipico, perché non è il categorico “collezionista dell’arte-ambientale”, non si è mai legato all’acquisto di un’opera, quanto piuttosto legarsi gli artisti, scambiarsi le esistenze. Gli artisti erano di casa presso di noi; di certo non mancavano le discussioni, i dibattiti! Fin da ragazzino, personalmente, ho vissuto questo ecosistema, mi ricordo serate con Quasimodo, Gianni Brera, … con buona frequentazione e molta scioltezza, come anche oggi.
L’intuizione di Giuliano, dici bene, parte dagli anni Sessanta, per poi svilupparla nei Settanta ed inaugurarla nel 1982: è un processo che parte da lontano, in uno spazio, oltretutto, vissuto secolarmente, quindi significava anche una cultura profonda, propria del luogo. È interessante, perché le persone e gli artisti che lo hanno visitato si ritrovavano a confrontarsi, ed entravano sempre più in profondità con quella che era la radice del luogo, la penetravano e riuscivano a realizzare qualcosa che avesse senso proprio per quel posto.

Hera Büyüktaşçıyan, Heco, 2012.

Gli amici più cari a Giuliano lo raccomandavano: “vedrai, gli artisti che coinvolgerai hanno già un progetto nella loro testa”. Sostanzialmente volevano avvertirlo che per molti artisti un luogo vale l’altro, che passino da Celle o da Los Angeles non cambia molto.
Ecco, quello che è successo in seguito a Celle s’è visto. Addirittura, spesso gli artisti hanno completamente cambiato il loro modo di essere. Richard Serra ha realizzato la sua prima opera in pietra anziché l’usuale ferro, Magdalena Abakanowicz realizza il primo lavoro in bronzo, i coniugi Anne & Patrick Poirier sperimentano a Celle il primo lavoro in esterno… capisci che la trasformazione è avvenuta tanto all’ambiente quanto agli artisti. Hanno dato moltissimo ed hanno anche ricevuto da questa esperienza. Robert Morris è il più eclatante; il Labirinto (1982) lo definì la sua ultima opera minimale! Tornava molte volte a Celle anche col desiderio di contemplare un po’ di solitudine, per respirare l’atmosfera. Da questo isolamento meditativo sono partite certamente moltissime idee.

Inaugurazione Fattoria di villa Celle, Da 40 anni liberi di camminare nel parco.

Si nota anche la generosità di Morris, intesa sia come numerosità delle opere esposte sia come qualità: sono pezzi unici, di indubbia distinzione nel suo percorso artistico. Su Morris scrissi, a proposito degli ultimissimi lavori, MOLTINGSEXOSKELETONSHROUDS (2014-15) e Boustrophedons (2016-17) esposti alla galleria Castelli a New York ed alla Galleria Nazionale a Roma, che la teatralità manifesta nei suoi ultimi lavori era già insita nel suo minimalismo. Il suo lavoro parla sempre di anatomia, parla sempre di umanità e quindi di “ambiente”. Nel Labirinto è palese, perché senza qualcuno che lo attraversa perde significanza.
Questa è stata la sfida maggiormente vinta, da parte nostra e da parte degli artisti: dall’evoluzione dei materiali si evince una ricerca profonda, non casuale. Questo scambio intellettuale, molto vivace, tra artista e committente, è la natura di Celle.

Federico Gori, Estinti, 2022.

Parliamo di poesia: i festeggiamenti per l’anniversario dell’apertura pubblica della Fattoria di Celle colgono l’occasione di consegnare il premio Celle Arte e Natura al poeta Giuseppe Conte, accompagnato dal fotografo Luca Gilli con una sua proposta visiva. Non credo sia casuale né eccedente affermare quanto la poesia sia risultata fattore trainante di questo mezzo secolo di collezione, in linea con un pensiero romantico delle origini del contesto, perfettamente in simbiosi con la contemporaneità allocata, in contrasto con una visione dell’arte contemporanea più metodica o imprenditoriale, dove si perde proprio l’essenziale, ovvero quella cifra di lirismo necessaria.
La linea di Licini, Melotti, Burri, … è certamente una linea molto poetica. La poesia a Celle è stata sempre di casa, il premio biennale per la poesia introdotto dal 2019 è solo un modo di renderla più evidente. La nostra famiglia ha fatto delle scelte, magari non condivisibili, in quanto personali. Di sicuro la nostra linea preme sull’aspetto poetico, al di là del lato visivo. Pensando alle origini, non so se conosci la storia, ma a Celle esiste una voliera realizzata da Bartolomeo Sestini, grande poeta romantico italiano: nonostante gli studi di architettura, la voliera è stata la sua unica opera architettonica realizzata, un unicum. Parallelamente, due secoli dopo, lo stesso accade con Sandro Veronesi che realizza la Serra dei Poeti! Pure Sandro è laureato in architettura, benché si sia dedicato ad altro. Fortunatamente, visto il successo avuto! Tutto è connesso, e non è inopportuno parlare anche di Poesia Ambientale: il premio biennale, fortemente voluto, consiste anche nel dare un’opportunità di poter fare una residenza a Celle. Se poi in quel periodo l’artista ha la possibilità di scrivere, di creare, noi siamo disposti a pubblicarglielo. Quindi il libro stesso diventa una forma di poesia ambientale. Infine, per completare ulteriormente il premio, gli si chiede di scegliere una pianta che lo rappresenterà ad perpetuam rei memoriam nei pressi della Serra dei Poeti. L’intenzione è creare un vero e proprio viale, con una pianta per ciascun poeta premiato. Per ora ci sono Antonella Anedda e Giuseppe Conte, poi vedremo. Tra l’altro ogni poeta viene accompagnato da un artista visivo, come hai notato: nel caso della Anedda c’era Christiane Löhr e tra loro si è creato un grande affiatamento.

Sandro Veronesi, Andrea Mati, La serra dei poeti, 2016.

Si può parlare di inclusività della poesia?
Certo, ma l’arte in generale, anzi, meglio, le Arti rendono inclusivi. A Celle si è sempre parlato al plurale, son sempre andate a braccetto le Arti. Pensa alle proposte di musica, danza, teatro… si sono toccate tutte! Perché Arte chiama Arte.
Sull’inclusività ti voglio aggiungere l’importanza fondamentale delle persone all’interno dell’organizzazione, le mie sorelle Patrizia, Stefania, mia nipote Caterina, l’amica di sempre Miranda MacPhail, mio fratello Paolo e la casa editrice gli Ori… è stata davvero una squadra che ha lavorato in sintonia, e con piacere. Tutti hanno dato un grande apporto a questo festeggiamento, giustamente incentrato sulla figura di mio padre Giuliano che compie ben 92 anni! Anche i componenti della giuria del premio sono stati straordinari: Antonio Franchini, Andrea Mati, Silvio Perrella, Antonio Riccardi e Sandro Veronesi.

Riguardo le due nuove installazioni di Vittorio Corsini, La somma del tutto (2022), e di Federico Gori, Estinti (2022), al di là della loro indubbia qualità, si tratta di due artisti molto attivi nel territorio toscano: questo mi suggeriva la domanda se anche la territorialità sia contemplata come ricerca per dare uno slancio verso il futuro. Il “ritorno” al territorio è la maniera migliore per essere inclusivi?
Secondo me l’essenziale è la qualità. La qualità si è espressa tante volte, anche nel passato, con sguardi vicini e lontani, ma senza limiti geografici. Oggi parlare di territorio è superfluo, Staccioli o Cecchini non hanno meno forza di un Morris o Karavan. Anche i lavori nuovi che mi hai citato, sono lavori di grandissima qualità. Altamente poetici, tra l’altro. Sarebbe riduttivo parlare di territorialità, un po’ come le classificazioni di genere, non hanno senso compiuto.

Vittorio Corsini, La somma del tutto, 2022

Volevo farti una domanda un po’ scomoda, confutando la presenza di Simone Gori a Celle. Il suo è un percorso che si sta rivelando interessante: si può considerare un percorso “privilegiato”, non nel senso di favorito, piuttosto come caso eccezionale di una personalità artistica cresciuta nell’immediato contatto con un bacino ricco di storia contemporanea come la Fattoria Celle?Penso che il percorso di Simone sia decisamente in salita. Molti amici l’hanno dissuaso all’inizio, ma credo sia stato anche questo ad incalzarlo con tenacia nella sua scelta. Sicuramente non si fa intimidire, ma non posso né voglio aggiungere altro di un percorso che dipende esclusivamente da lui.

Inaugurazione Fattoria di villa Celle, Da 40 anni liberi di camminare nel parco.

Ti ho posto questa domanda per riallacciarmi al discorso iniziale del punto di vista “interno”. Penso, dopotutto, che crescere in certi ambienti premia una certa spontaneità. Troppo spesso vedo ancora remissione da parte delle persone sul contemporaneo, perché, suppongo, gravato da una schiavitù verso un apparato immaginifico, fenomeno che ha creato qualche distanza. Invero, resto convinto che coltivare fin da piccoli una frequentazione del settore, avvicinarsi ad un Morris, giocare con un Sol LeWitt, porta inevitabilmente ad un’altra coscienza. In chiusura, quanto il vostro lavoro può dare risvolto all’attualità? Mi riferisco anche alla performance di Yael Karavan, figlia del noto artista Dani, col suo bellissimo messaggio pacifista: può l’arte spostare gli equilibri?
La cultura non erige mai muri, ma costruisce ponti; prendi la musica, e la sua fruizione universale, basta una chitarra per aggregare pacificamente le persone. Le arti sostengono l’uomo e l’uomo deve sostenere le arti. Tutti questi anni, ben più che quaranta, sono stati una grande avventura, mi ha permesso di vivere tante belle vite, la mia e quella degli artisti: questo è stato senz’altro un autentico privilegio!

Dani Karavan, La cerimonia del tè, 1999.

Collezione Gori – Fattoria di Celle
via Montalese 7/A, Santomato (PT)

info@goricoll.it
www.goricoll.it

Condividi su...
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •