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BILBAO (SPAGNA) | Museo Guggenheim Bilbao | 18 settembre 2020 – 10 gennaio 2021 e 20 novembre 2020 – 23 maggio 2021

Intervista a JUAN IGNACIO VIDARTE di Matteo Galbiati

Vogliamo aprire il nuovo anno guardando ad uno dei maggiori musei internazionali, il Museo Guggenheim di Bilbao, che, nell’anno appena trascorso, ha dovuto affrontare, come ogni altra istituzione culturale e non solo, – condividendone problematiche e comuni difficoltà – la situazione drammatica imposta dal Covid-19. Per chi scrive questo luogo ha rappresentato l’ultima occasione per vedere, poco prima del primo lockdown, una grande mostra “in presenza” (Olafur Eliasson: nella vita reale, ancora in corso) e per interagire con uno staff, dalla direzione ai curatori, dall’organizzazione all’ufficio stampa, estremamente attivo e appassionato, specchio del dinamismo che caratterizza il celeberrimo museo basco. Nei giorni di permanenza a Bilbao abbiamo avuto modo di conoscere più da vicino la struttura (non solo architettonica!) del Guggenheim spagnolo, apprezzandone proprio la qualità delle persone e la passione autentica che ne guida il lavoro. Schiette e decise, ma anche accoglienti e colloquiali, disponibili a uno scambio e un confronto senza troppi formalismi e gerarchie.
Con qualche correttivo e piccolo aggiustamento il Museo Guggenheim di Bilbao ha saputo rispettare una programmazione importante, che ha fatto comunque i conti con chiusure, slittamenti, rinvii e contrazioni di pubblico (la pandemia ha avuto un forte impatto sul Museo che nel primo semestre del 2020 ha contato 127.086 visitatori contro le 486.268 presenze del medesimo periodo dell’anno precedente, registrando così un drastico calo di pubblico pari al 74%), aprendo le attese mostre su Lee Krasner (in settembre) e Vassily Kandinsky (in novembre).
Abbiamo conversato, in questa intervista esclusiva rilasciata alla nostra testata, con il direttore del Guggenheim, un gioiello architettonico di Frank Gehry, che negli anni è stato capace di riattivare un sistema economico e un indotto che, dalla capitale basca, si è esteso all’intera regione. Ecco il riassunto della lunga e intensa conversazione avuta con Juan Ignacio Vidarte:

Juan Ignacio Vidarte, Direttore Museo Guggenheim Bilbao

Come avete vissuto i mesi di chiusura del museo?

È stato un momento difficile per il museo restare chiuso per quasi due mesi e mezzo (dal 14 marzo all’1 giugno), ma è stata una misura necessaria. Ci siamo sentiti come il resto del mondo. Credo stessimo soffrendo un momento di cambiamento radicale nel modo in cui ci relazioniamo reciprocamente e certamente ciò ha reso chiaro che viviamo in un mondo molto fragile. In questo senso ci ha tanto fatto riflettere. Dal punto di vista del museo, però, ci siamo impegnati per non venir meno ai programmi e per ridare alle persone sempre qualcosa di nuovo e abbastanza inaspettato; inizialmente abbiamo reagito preservando il museo e il suo patrimonio e, anche se si era chiusi al pubblico, occupandoci dei dispositivi di messa in sicurezza, della manutenzione e della conservazione delle opere della collezione e delle mostre temporanee in corso. Siamo rimasti operativi in questo senso. Ci siamo premuniti di consolidare e rafforzare poi la nostra presenza attraverso i media, soprattutto digitali, perché questo era l’unico modo per rimanere in contatto col pubblico. Abbiamo rafforzato la nostra presenza attraverso questi canali per essere il più possibile pronti per la riapertura, all’inizio di giugno, del museo.
I giorni di chiusura sono stati, quindi, difficili perché i musei, ovviamente, sono istituzioni che hanno lo scopo di lavorare dall’interno, studiando e conservando le raccolte, curando mostre, però sono soprattutto istituzioni con una vocazione sociale. La nostra ragion d’essere principale è di essere un’istituzione sociale ed educativa, capace di connettere le arti col pubblico. Essere stati impossibilitati di farlo completamente in questo periodo è stato davvero doloroso. Ma siamo sopravvissuti…

Lee Krasner. Colore vivo, veduta della mostra, Museo Guggenheim Bilbao, Bilbao Photo Erika Ede

In che modo avete riorganizzato le attività? Cosa avete proposto durante il lockdown? Come siete rimasti “connessi” con il vostro numeroso pubblico?

Durante il periodo di chiusura, l’unico modo col quale siamo stati in grado di mantenere contatti con il nostro pubblico sono stati i mezzi digitali. Avevamo già avuto “una presenza digitale”, che abbiamo cercato di rafforzare per implementare maggiormente le opportunità del pubblico di vivere il museo. Abbiamo sviluppato e aumentato i nostri materiali educativi in forma digitale in modo da poter sostituire, in qualche modo, attraverso il web, ciò che stavamo facendo fino a quel momento fisicamente con studenti e famiglie. Abbiamo tratto un altro insegnamento positivo da tale situazione fornendo accesso ad aree del museo che di norma non sono aperte alla visita, cosa che ha fornito lo spunto per altre interessanti modalità di connessione. Abbiamo così sviluppato digitalmente una serie di brani specifici per mostrare elementi della vita del museo attraverso i diversi professionisti delle sue differenti aree che raccontano al pubblico il loro lavoro, come si muove l’attività del museo dalla conservazione alla manutenzione, dal modo in cui si sviluppano le mostre a quegli aspetti della collezione che di solito non vengono mostrati pubblicamente.

Vasily Kandinsky, Landschaft mit Fabrikschornstein, 1910, olio su tela, 66×81.9 cm, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Collezione Solomon R. Guggenheim Foundation, donazione 41.504 © Vasily Kandinsky, VEGAP, Bilbao, 2020

Cosa ha determinato e quanto ha inciso l’esperienza del Covid-19 nel ridisegnare un nuovo modo di pensare alla “socialità” del museo?

Nell’immediato, quando abbiamo riaperto, dovevamo ovviamente assicurarci di poter garantire nel museo spazi sicuri per i visitatori e per il personale che vi lavora. Diciamo che abbiamo dato priorità alla salute. Per esempio abbiamo avuto bisogno di monitor per controllare la temperatura, di mascherine rese obbligatorie all’interno del museo; abbiamo rafforzato le misure di pulizia e disinfezione… Insomma tutte le misure di questo tipo. Infine abbiamo fatto in modo che l’esperienza di visita al museo fosse conforme alle misure di distanziamento sociale richieste dalle autorità; abbiamo lavorato per rispettare la capacità del museo, non solo in termini assoluti, ma anche per come alcune aree del museo potessero essere fruite. Abbiamo contingentato le capacità di accesso al museo, per visitarlo si ha ora un intervallo di tempo assegnato per assicurarci che in ciascuno di questi spazi ci sia sempre il numero massimo di visitatori consentiti. Per questo abbiamo sviluppato uno specifico itinerario per le visite, un percorso che si deve seguire per non incrociare le altre persone in visita al museo.
Abbiamo, inoltre, cercato di evitare qualsiasi interazione diretta del pubblico con gli elementi fisici del museo: rafforzando la vendita online dei biglietti per non avere transazioni in contanti dentro al museo, sostituendo le audioguide, che eravamo abituati a fornire gratuitamente ai visitatori, con un’apposita app scaricabile gratuitamente sul proprio telefono per non dover più usare i nostri dispositivi.
Tutte queste sono specifiche misure necessarie per assicurare che la visita al museo non sia solo significativa per l’esperienza individuale e per quello che si sta vivendo e vedendo, ma possa anche far sentire a proprio agio e al sicuro chi viene da noi e chi lavora da noi. Penso che siano diversi i musei che, in generale, possano dare opportunità di questo tipo: la nostra architettura, ad esempio, offre spazi ampi che aiutano questo tipo di visita. Visitare ora il nostro museo, credo, rappresenti una sorta di opportunità unica, perché si può beneficiare di un’esperienza e di accorgimenti che garantiscono una qualità di fruizione superiore a quanto si sarebbe avuto abitualmente con visite che potevano essere molto più affollate.
Prendiamo, ad esempio, una delle mostre in corso, la personale con le grandi opere di Olafur Eliasson: quando avevo visitato questa mostra a Londra, dove era stata allestita in precedenza, l’avevo trovata molto affollata, ora qui a Bilbao le stesse opere, nella maggiore esposizione della sua storia, hanno modo di essere fruite quasi singolarmente e, essendo la maggior di queste esperienziali, risulta un modo davvero unico e privilegiato per ammirarle. Ad esempio in Your atmospheric colour atlas (la stanza con la nebbia dove appaiono i colori primari ) a Londra si era circondati da moltissime persone. Qui, per le misure sanitarie, si può visitare solamente uno spettatore alla volta o con il gruppo di cui si fa parte. In questo senso il modo di sperimentare e interagire con l’arte ora è migliore di quello che facevamo prima.

Lee Krasner. Colore vivo, veduta della mostra, Museo Guggenheim Bilbao, Bilbao Photo Erika Ede

Questa esperienza come cambia le prospettive future del lavoro nel museo e nel rapporto con i suoi visitatori?

È una domanda difficile… Credo questo cambierà noi e la nostra società in quali termini è difficile prevedere con esattezza. Non sono un profeta, ma di certo, se si guarda alle crisi precedenti e al tipo di previsioni fatte nel pieno di quelle situazioni, si comprende come la maggior parte di quelle previsioni fossero imprecise. Quindi, proprio perché siamo ancora nel bel mezzo di questa situazione, non credo abbiamo davvero una prospettiva precisa per capire quali cambiamenti influenzeranno la società. Ma qualcosa accadrà… Ne sono sicuro…
La mia sensazione è che non vedremo alcun cambiamento apocalittico per i musei. Penso che, come ho detto prima, abbiamo una parte interna di lavoro che è incentrata sulla conservazione delle opere, sul loro studio e sulle ricerche. Abbiamo pure un ruolo sociale, dato dalla nostra missione, che è quello di essere un’istituzione educativa e per questo abbiamo necessità di essere a stretto contatto con il nostro pubblico. Abbiamo bisogno di quel “contatto fisico” per poter compiere la nostra mission.
Cosa accada nell’immediato, ovviamente, è difficile da definire in questo momento: se mi avessi chiesto cosa sarebbe potuto accadere nel più breve termine sei mesi fa ti avrei detto, come prima, che saremmo stati in una situazione migliore. Ora vediamo che non è così che va. È un po’ come essere sulle montagne russe: le cose sembrano migliorare e poi andare nuovamente peggio e poi migliorare… Sarà dura per i musei, perché dobbiamo operare in maniera più complicata per quello che ci riguarda nello specifico. Questo sarà un anno molto difficile per tutti musei.
Siamo stati colpiti dalle restrizioni negli spostamenti e nella circolazione di persone che non possono venire e non possono spostarsi da un luogo all’altro. Ad esempio il 70% dei nostri visitatori, di norma, proviene da fuori la Spagna, ora registriamo un ridotto turismo interno. Stiamo soffrendo questa situazione. Ci auguriamo che le cose cambino in futuro, ma sicuramente nel breve periodo accuseremo tutte queste difficoltà. Poi ovviamente stiamo provando il travaglio della crisi economica per quanto successo e che sta accadendo dopo il Covid. Dopo la crisi sanitaria, arriva la crisi economica che potrebbe colpire anche noi.
Dobbiamo adattarci a quello che ha senso nel breve termine e non solo quest’anno, ma probabilmente l’anno prossimo e forse anche il successivo, per adeguarci a questo nuovo contesto e dovremo essere ambiziosi nelle cose che intendiamo fare. Spero possiamo preservare il nucleo del nostro programma, così da riuscire a realizzare l’essenziale di quanto programmato, qualora non riuscissimo ad esaudire tutto ciò che avevamo preventivato di fare. In futuro, penso, che le cose torneranno ad una certa normalità: le persone viaggeranno ancora, continueranno a viaggiare e torneremo a vedere mostre interessanti in diverse parti del mondo.
Continueranno quelle attività già presenti prima del Covid e che questa situazione di crisi ha rafforzato, ad esempio, la trasformazione digitale delle nostre istituzioni sarà di sicuro implementata. Non significa che sostituiremo l’esperienza fisica – non credo proprio possa accadere – ma sicuramente faremo di più. Impareremo come fare, come utilizzare meglio le risorse e le possibilità di quelle tecnologie digitali che ci consentono di entrare in contatto con il nostro pubblico. Questo periodo ci ha costretti a essere più flessibili come istituzione.  Ricordo che stavamo pensando al piano strategico per il museo degli ultimi 4-6 anni in cui prevaleva un concetto mantenuto in quei piani e che era definito da questo acronimo VUCA (Volatile, Uncertain, Complex and Ambiguous – volatile, incerto, complesso e ambiguo). Significa che il mondo sta diventando più complesso, sta diventando più incerto, i cambiamenti avvengono più rapidamente, ma penso che questa situazione sia un chiaro esempio di quello che è successo all’improvviso con un virus, il Covid, di cui nessuno sapeva nulla: è arrivato negli ultimi sei mesi e ha davvero trasformato la vita di tutti nel mondo. Ci ha fatto riconoscere quanto siamo fragili e vulnerabili, pensavamo di essere in grado di pianificare, controllare la nostra realtà e il futuro e abbiamo imparato, a fatica, che non è vero. Siamo davvero molto fragili: persone e istituzioni. Di conseguenza dobbiamo imparare ad essere più flessibili, ad essere più adattabili, perché i cambiamenti e le incertezze non sono qualcosa che potrebbe accadere, sono qualcosa che fa già parte di questa nuova realtà.
Questo è ciò con cui dobbiamo convivere. Anche se non lo sappiamo davvero, dobbiamo essere in grado di lavorare nel breve, ma senza perdere la prospettiva del lungo termine. C’erano orientamenti già presenti, ma credo che questa situazione e questo tipo di crisi, globale e sistemica che stiamo vivendo, stia davvero rendendo chiaro che c’è qualcosa ancora più importante in futuro che impegna noi come istituzione: l’avere un ruolo sociale molto importante. Dobbiamo essere attivi, partecipare a quell’impegno sociale in termini più sostenibili, più inclusivi. Queste tendenze erano già esistenti e, appena ne saremo fuori, saranno rafforzate. In generale, penso e spero, che torneremo a una situazione in cui i musei, come istituzioni culturali, continueranno ad avere un ruolo centrale nella nostra società.

Vasily Kandinsky, Komposition 8, luglio 1923, olio su tela, 140.3×200.7 cm, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Collezione Solomon R. Guggenheim Fondazione, donazione 37.262 © Vasily Kandinsky, VEGAP, Bilbao, 2020

Quali nuove strategie state mettendo in atto all’indomani dell’emergenza e per questo prossimo, diverso, futuro?

Alla luce della mia esperienza situazioni simili alla nostra sono state vissute in luoghi diversi; ogni museo sta affrontando sfide simili alle nostre. Quando abbiamo dovuto riconfigurare – lavoro molto complesso, perché eravamo chiusi, come la maggior parte dei musei internazionali – il nostro programma che è stato interrotto, abbiamo dovuto rimodulare le mostre in corso e quelle in apertura. Ci siamo adattati alla nuova situazione, alla nuova realtà e nel farlo abbiamo trovato un atteggiamento estremamente collaborativo in tutti i nostri colleghi – tutti quelli con cui ho lavorato – assicurandoci di garantire e di preservare le mostre, di adattarci al nuovo e di poter resistere. Ho notato un atteggiamento solidale tra le persone che lavorano in istituzioni culturali come i musei nelle diverse parti del mondo.

Cosa personalmente le è più mancato del suo lavoro nei mesi di distanza fisica dal Museo?

Mi mancava il pubblico. Ho continuato a venire al museo, non tutti i giorni, ma spesso e, in questo senso, non ho sentito la mancanza di un collegamento fisico con il luogo. Certamente è stato molto strano, un’esperienza, per certi versi, bellissima essere dentro tutto da solo, ma quello che davvero mi ha colpito di più, sicuramente, è stato vederlo completamente vuoto. Il museo pareva fosse lì con tutto pronto, bellissimo, con quattro mostre aperte poco prima prima della chiusura, tutto ad aspettare l’interazione del pubblico, ma le gallerie erano chiuse. Quell’assenza di pubblico è stato quello che mi ha toccato di più. Ha pesato, ovviamente, anche l’assenza di contatto personale con i colleghi e il fatto di lavorare attraverso uno schermo, come stiamo facendo noi ora. Tutto ci ha dimostrato di avere un grande potenziale ma, allo stesso tempo, mostra anche quanto siano importanti le connessioni umane non solo nelle relazioni personali, ma anche nel lavoro.

Avete riaperto con una mostra dedicata ad una grande protagonista dell’arte, Lee Krasner: come e quando è nato questo progetto?

Questo progetto precede di molto il Covid, intendo dire che la sua vera origine è stata la mostra sull’Espressionismo Astratto che abbiamo fatto alcuni anni fa. È stata una grande mostra, una sorta di viaggio attraverso questo movimento, realizzata in collaborazione con la Royal Academy di Londra. Una delle critiche mosse – per certi versi giusta – era la chiara assenza di figure femminili. Lee Krasner era presente con una sua opera, per il resto le opere erano dei suoi colleghi uomini. È chiaro che l’Espressionismo Astratto fosse principalmente un movimento al maschile, ma era un po’ ingiusto. Incuriositi nel fare una mostra su di lei abbiamo appoggiato e sostenuto il progetto di Eleanor Nairne (curatrice di quella mostra) che voleva fare una personale su questa artista. Ci sono voluti quattro-cinque anni per completarla, la mostra è stata poi esposta prima al Barbican poi questo tour avrebbe dovuto spostarsi da Londra a Francoforte per finire a Bilbao. L’unico cambiamento di piani è imputato al Covid dovendo riprogrammare una mostra, prevista prima dell’estate, all’autunno. Abbiamo deciso di mantenere la mostra che avevamo appena aperto in primavera fino all’estate e poi spostare alcune delle mostre che stavamo pianificando all’autunno. Per farlo, ovviamente, ci siamo coordinati con le altre istituzioni e i partner, anche loro alle prese con le stesse problematiche. Alla fine tutto ha funzionato in sinergia e, come sai, abbiamo posticipato l’inaugurazione da fine maggio a metà settembre. Non ha cambiato molto, siamo soddisfatti comunque e, grazie alla generosità degli istituti di credito, i prestiti sono stati estesi, quindi non abbiamo perso nessuna delle opere principali della mostra, cosa che credo essere davvero eccezionale.

Lee Krasner. Colore vivo, veduta della mostra, Museo Guggenheim Bilbao, Bilbao Photo Erika Ede

Ho partecipato al tour virtuale di presentazione, penso sia una mostra esaustiva sulla ricerca di questa artista, meno conosciuta rispetto al marito, Jackson Pollock. Quali sono i suoi contenuti principali offrendo una prospettiva unica e singolare sulla sua ricerca?

Esattamente. Penso che la cosa grandiosa di questa mostra sia che finalmente in Europa le viene dedicata un’importante retrospettiva, mai avvenuta dopo la sua morte. È un dato rilevante che questa esposizione copre davvero cinquant’anni della sua carriera e mostri quanto sia stata coraggiosa nel muoversi sempre senza fissarsi o legarsi ad un’immagine o uno stile iconico. Gli spettatori hanno l’opportunità di vedere quante sensazioni e quanti capitoli diversi ha attraversato nella sua carriera: gli autoritratti, disegni con il suo stile naturalistico dei suoi primi anni, le piccole immagini degli Anni ’40, gli stupefacenti collage degli Anni ’50 per arrivare alle meravigliose esplosioni cromatiche delle opere di grandi dimensioni della fine degli anni ’60.
Si attraversa davvero la sua carriera: si comprende molto bene come si sia mossa attraverso stili molto diversi mentre compiva i suoi progressi come artista. Penso sia stata in grado di lavorare a questi formati sempre più grandi, alla fine della sua carriera, perché, dopo la morte di Jackson Pollock, ha potuto rilevare il grande studio cui prima non aveva accesso.

Colere vivo è un titolo che, pur legato alla dinamica cromatica del pensiero artistico della Krasner, diventa emblematico oggi, quasi un messaggio di energia e di positività che arriva dalla storia e dall’arte…

Penso che sia stata anche una fortunata coincidenza che, per alcune settimane, il suo lavoro sia stato esposto al museo contemporaneamente a quello di un’altra grande artista donna della seconda metà del XX secolo, l’artista brasiliana Lygia Clark. Una mostra che –  non una retrospettiva completa – era incentrata sui dieci anni iniziali della sua carriera, dal 1948 al 1958, periodo in cui Clark ha sviluppato l’immaginario astratto nel suo lavoro. È stato davvero incredibile vedere nel museo, allo stesso tempo, la potenza espressiva di queste donne che, in ambito astratto, operano quasi simultaneamente in parti molto diverse del mondo, una in Nord America, l’altra in Brasile. Credo siano mostre di forte impatto, dense di energie, sincere nel contenuto potente delle opere esposte.

Quale è per lei l’opera più significativa? Quella che potrebbe riassumere al meglio la mostra e perché?

Molto difficile da dire: uno degli aspetti importanti, come si diceva, di questa mostra è offrire un ampio spaccato sulla diversità espressiva sviluppata da Lee Krasner nel corso degli anni. Ci sono molte opere belle in questa mostra, se dovessi scegliere direi Renaissance, opera di grande formato in viola e verde che credo rispecchi molto bene quanto stavamo dicendo sullo spirito di rinascita, di trasformazione, di rinnovamento. Krasner, sempre con una visione edificante, si è sempre interessata alla natura e al modo in cui questa agisce in un costante processo di trasformazione. Per questo credo che questa opera possa essere il miglior riassunto della mostra e del suo spirito creativo.

Vasily Kandinsky, Einige Kreise, gennaio–febbraio 1926, olio su tela, 140.7×140.3 cm, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Collezione Solomon R. Guggenheim Foundation, donazione 41.283 © Vasily Kandinsky, VEGAP, Bilbao, 2020

C’è anche la mostra su Kandinsky…

L’ultima mostra aperta in ordine di tempo è proprio questa grande antologica su Kandinsky inaugurata in novembre. Un percorso cronologico attraverso le fasi diverse della sua ricerca resa possibile grazie allo straordinario e ricco fondo di opere della Solomon R. Guggenheim Foundation di New York. La mostra mette in luce come Kandinsky abbia intrapreso una crociata contro i valori estetici convenzionali per rilanciare un nuovo tema visivo basato esclusivamente sul “bisogno interiore” e sui valori spirituali, resi visibili attraverso il potere trasformativo dell’arte.

Data la restrizione del momento come pensate di rendere fruibili le mostre? Esiste un tour guidato online? 

Sì, abbiamo una certa accessibilità alle mostre attraverso i micrositi disponibili sul nostro canale web, questo per rendere fruibili i loro contenuti online. Stiamo progettando di rafforzare i nostri contenuti digitali anche per queste mostre e di concentrarci sul nostro programma educativo. Produrremo, quindi, altri contenuti relativi alle mostre. In questo modo chi non ha potuto venire – spero i nostri visitatori vengano in seguito –  almeno abbia accesso a quello che c’è qui anche da casa.

Quali saranno i prossimi progetti del museo?

Tra i nostri prossimi progetti abbiamo Bilbao e la pittura, curata da Kosme de Barañano alla fine di gennaio; Alex Reynolds. There is a law, there is a hand, there is a song, curata da Manuel Cirauqui in febbraio e I pazzi Anni Trenta, curata da Cathérine Hug e Petra Joos in maggio, significativa esposizione in collaborazione con la Kunsthaus di Zurigo.

Lee Krasner. Colere vivo
a cura di Eleanor Nairne, Barbican Art Gallery e Lucía Agirre, Guggenheim Museum Bilbao
mostra organizzata dal Barbican Centre of London
in collaborazione con il Guggenheim Museum Bilbao
con il patrocinio di Seguros Bilbao

18 settembre 2020 – 10 gennaio 2021

Kandinsky
a cura di Megan Fontanella
con il patrocinio di Fundación BBVA

20 novembre 2020 – 23 maggio 2021

In corso anche:

William Kentridge. 7 frammenti
fino al 7 febbraio 2021

Olafur Eliasson: nella vita reale
fino al l’11 aprile 2021

Museo Guggenheim Bilbao
Avenida Abandoibarra 2, Bilbao (Spagna)

Orari: da martedì a domenica 11.00-19.00; lunedì chiuso eccetto il 4 gennaio, 29 marzo, 5 aprile, 21 e 28 giugno, tutti i lunedì di luglio e agosto, 6 e 13 settembre, 11 ottobre, 1 novembre, 6 e 27 dicembre
Ingresso adulti €15.00 (online €13.00); studenti, pensionati e over 65 anni €7.50 (online €6.50); gruppi di 20 persone €14.00 (online €12.00); gratuito amici del Museo e under 18 anni; tariffe in funzione delle esposizioni e delle aperture delle sale

Info: +34 944 359000; +34 944 359080
informacion@guggenheim-bilbao.eus
www.guggenheim-bilbao.eus

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