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ROMA | De Crescenzo & Viesti | 25 febbraio – 30 aprile 2019

di JACOPO RICCIARDI

Dopo la metafisica di De Chirico Mirko Basaldella (1910-1969) abbandona la scultura come specchio e rappresentazione dell’immagine dell’uomo, andando ben oltre il rinascimentale Donatello. Già negli anni Trenta deforma allungando certe parti della figura, ingrandendo il retro della testa, plasmando la figura umana e la sua posa in una plastica non più autonoma, che è invece direttamente sensibile della mano e delle dita in movimento che la stanno conducendo.
Se il Perseo in Piazza della Signoria a Firenze tramuta lo spazio ponendolo sotto l’autorità dell’uomo in un’ideale misura, Mirko guarda a quell’unità identitaria trovandosi oltre il confine dell’immagine della metafisica. Mirko fa sì che la sua scultura interroghi il luogo dello spazio imbevuto di tempi e di stratificazioni di storie e di umanità. Egli fa un’Arte delle Arti se Arti diverse si trovano immerse in lontananze spaziali e temporali, e le attualizza con la propria scultura interrogandole, le statuette di bronzo dei Fenici o l’arte Azteca, interrogando un’identità dell’uomo fatta dai frammenti contemporanei di diverse culture in distinti tempi.

Veduta della mostra Mirko Basaldella. Opere 1939 – 1969. Galleria De Crescenzo & Viesti, Roma

L’altrove metafisico per Mirko corrisponde al luogo del mondo nei tempi dell’uomo storico. Egli sostiene che il presente è istantaneamente carico degli altri tempi, di quello stesso luogo ma anche di altri luoghi se questi sono stati vissuti da altri uomini in altre culture. Quindi per Mirko il luogo naturale, vissuto dall’uomo, è storicamente metafisico, ovvero trova il suo valore grazie a una sua molteplicità istantanea e inapparente che collega tutti i luoghi culturali in uno.
Mirko fa della sua scultura un elemento totemico che svuota la propria apparenza per attirare su di sé la concretezza culturale del passato che permane per il vivo individuo come vero vivo metafisico ossigeno. La verticalità delle sue sculture è spesso accentuata dall’esile frastagliata linea che le eleva. In più il gioco della tridimensionalità arricchisce un punto di vista da un’altra angolazione che ne cambia la dinamica insieme all’apparenza. Le sculture di Mirko sono un dialogo con i mondi culturali che contornano l’uomo e la sua mente. Esse non hanno nulla della pesantezza delle piene sculture di De Chirico dove l’immagine si carica di metafisica fino a mostrarsi in una staticità quasi eccessiva. L’immagine che veicola la scultura di Mirko è all’opposto scavata, svuotata, scheletrita, ricevente l’identità di un ulteriore spazio culturale, di altre civiltà, che si insinua in essa e la abita come uno spirito.

Veduta della mostra Mirko Basaldella. Opere 1939 – 1969. Galleria De Crescenzo & Viesti, Roma

Svuotate, ma anche, per rovescio, a volte, massicce come in Totem del 1955: una scultura a parete a forma di lungo seme o allungato scudo che ai lati si sporge mentre rientra verso la verticale centrale. Scultura massiccia come un grande amuleto di una cultura forse Inca o Azteca, dal bordo solido e dall’interno decorato da spessi segni che richiamano senza dubbio iscrizioni di una civiltà passata. Qui Mirko compie un salto concettuale, ovvero la scultura non imita, non si vuole sostituire a quelle sculture passate di altre civiltà, ma funziona da amplificatrice di una forza che nello spettatore muove la mente al suo viaggio nel mondo, per un confronto essenziale e fondante, ossia quello che mette culture diverse faccia a faccia e le rafforza da questo incontro. La scultura di Mirko rappresenta in sé, nel suo corpo sia presente che assente, questo spostamento della mente che in viaggio cerca di riconoscere il radicarsi della propria radice.

Mirko Basaldella, Chimera, bronzo, 1953

Lo stesso fa la solidità di quell’animale indefinibile (Chimera del 1953) che sembra girarsi con la testa indietro anche se la rappresentazione del volto e la stessa parte fisica del volto sono assenti. Ricorda per presenza alcuni leoni mesopotamici, racconta forse di spostamenti verso confini di altre lontane culture, e ne mostra i segni netti su tutto il corpo di bronzo, segni che non appartengono a quelle culture ma che queste culture, quelle zone del mondo, o Oriente o Occidente, ad Est o Ovest o Nord o Sud, richiamano con forza, con una tale netta possanza che si sente in tutta la stabile statuaria della figura dell’animale. Figura non simbolica perché interna a una cultura, ma enigmatica perché ponte tra le culture, e solido ponte perché da essa si risale a una singola direzione che viaggia verso una precisa civiltà, ma la cui bussola a dire il vero ruota rafforzandone la persistente esistenza, ossia dal leone mesopotamico si può passare a certi animali (leoni anch’essi?) dell’antichissima Cina, o ancora, risalendo il tempo e slittando nello spazio, ad altri animali (sempre leoni?) forgiati nell’Islam.

Mirko carica le sue sculture di simultanee emanazioni provenienti da lontane civiltà culturali, ne fa degli attrattori che le ricollegano dando nuova vita alla vera ricchezza dell’umanità che resta viva nell’immagine di un’identità ricevente, come noi abitati dal desiderio della nostra mente che non può smettere di cercare e di viaggiare, e come il corpo di queste sculture, aperto di possibilità.


Mirko Basaldella. Opere 1939 – 1969
testo introduttivo alla mostra Enrico Mascelloni

25 febbraio – 30 aprile 2019

Galleria De Crescenzo & Viesti
Via Ferdinando Di Savoia 2, Roma

Orari: mart.-ven. 11.00-13.00/16.00-19.00

Info: +39 06 95226414
info@decrescenzoeviesti.com
http://decrescenzoeviesti.com/

 

 

 

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