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BARCELLONA | Loop Barcelona

Intervista a HAN NEFKENS di Eleonora Roaro

In poco più di 24 ore a Barcellona ho modo di entrare in contatto con una città che dimostra un grande interesse nei confronti della video-arte: da una parte con il LOOP Barcelona, che è sia un festival sia una fiera alla sua sedicesima edizione; dall’altra con la Han Nefkens Foundation che si occupa di finanziare e supportare progetti realizzati con questo medium. Incontro il fondatore Han Nefkens che, in maniera appassionata, mi racconta la sua storia. Ci incontriamo alla Fundació Antoni Tàpies dove è attualmente in corso la mostra Giving voices. Erkan Özgen perché la Han Nefkens Foundation non ha sede. «Esprime ciò che siamo: collaboriamo sempre con altre istituzioni; non vogliamo isolarci sedendoci in un ufficio», afferma Han Nefkens durante l’intervista. Parliamo non solo della sua attività di illuminato mecenate, ma anche della sua pratica di collezionista, scrittore e fashion activist…

Loop Fair 2018, Galleria Satorado

Una vita trascorsa in giro per il mondo per poi stabilirti a Barcellona. Vuoi raccontarci la tua storia?
Se chiedi ad uno scrittore di parlargli di sé rischi di entrare in un territorio pericoloso, perché potrebbe non fermarsi. Sono nato 64 anni fa a Rotterdam in una famiglia di imprenditori: mio padre era un architetto che si occupava di real estate; mia mamma stava a casa come si usava ai tempi.
Mi sentivo come se non appartenessi a quel luogo, come se fossi nato nella nazione sbagliata. Trovavo l’Olanda degli anni ’60 e ‘70 molto limitata (ora è diversa e c’è un grande interesse verso l’arte anche nelle scuole) così mi sono trasferito a Nizza dove mi sono sentito molto di più a casa. Mi piaceva il calore della vita del Mediterraneo. Avevo una grade curiosità verso ciò che accadeva nel resto del mondo. Volevo andare in nazioni lontane, conoscere altre culture e osservare come vivono le persone. E attraverso l’osservazione degli altri sono diventato un giornalista.
Quando ero un ragazzo giocavo a un gioco immaginario in cui potevo entrare nella testa di qualcuno e vedere il mondo attraverso i suoi occhi, continuando allo stesso tempo ad essere me stesso. Entravo a casa sua, guardavo cosa mangiava per colazione…

Credo che la capacità di osservare sia indispensabile non solo per il mestiere dello scrittore, ma anche per chi si occupa d’arte…
Sì, in un certo senso tutte queste cose continuano ad accompagnarmi.

Come hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato come giornalista in Messico e in America Centrale negli anni ’80. Ho iniziato a dedicarmi alla narrativa in seguito, quando sono tornato in Europa. Mio fratello è morto di AIDS e quello è stato uno stimolo forte per iniziare a scrivere. Parlavo di me e di mio fratello (io ho l’HIV e mi avevano dato due anni di vita), delle cose in comune e delle differenze.

E in che lingua scrivi avendo vissuto in diverse parti del mondo?
In olandese.

Trovo interessante che, nonostante abbia avuto questa forte esigenza di fuggire dall’Olanda, tu scriva nella tua lingua madre…
Mi chiedo spesso come mai. In fondo se non vivi in un luogo da tanto tempo si perdono le sfumature di significato. Nelle lingue straniere, per quanto le si possa conoscere alla perfezione, c’è sempre una distanza. Scelgo invece l’olandese perché è vicino a me e penso che derivi dal fatto che tutte le parole nella tua lingua abbiano una storia: sono legate a qualcosa che ti ha detto tua madre da piccolo, o un amico, o a scuola. C’è una profondità diversa.

Erkan Özgen, Wonderland, 2016
Dalla mostra “Giving Voices” presso la Fundació Antoni Tàpies

Inoltre supporti anche la moda…
Ho notato che anche i fashion designer famosi hanno difficoltà a trovare soldi per finanziare lavori non commerciali, ma più sperimentali, che mostrano una ricerca specifica. Questi capi che supporto vengono poi donati ai musei.

Quando hai cominciato con la Fondazione? E perché proprio la video-arte?
All’inizio trattavamo cose molto diverse tra loro, dalla moda alle arti visive. Avevamo persino una borsa di studio per giovani scrittori. L’identità del nostro progetto però non era chiara e ho compreso che se si voleva fare qualcosa per bene bisognava far capire alle persone chi fossimo. Così ho iniziato a focalizzarmi esclusivamente sulla video-arte, per prima cosa perché la amo. Il primo lavoro che ho comprato è stata Pipilotti Rist, che ho visto nel 1999 al Museo di Arte Moderna di Parigi. All’epoca non sapevo quasi niente di arte contemporanea e rimasi totalmente assorbito dalla sua visione. Era una grande installazione, con i video proiettati sui mobili e nei posti più disparati. Sono uscito dalla mostra entusiasta e ho pensato che volessi fare parte di quel mondo. Così ho iniziato a collaborare con i musei. Non c’era nessuna fondazione che sopportasse la video-arte prima. Per i giovani artisti è molto costoso produrre i video e sono difficili da vendere. Inoltre non c’è nessun mercato secondario. Quindi ho pensato che fosse un’area in cui avrei potuto fare la differenza. Inoltre non ci sono costi di trasporto con il video, e in questo modo riusciamo a mostrare i lavori in parti diverse del mondo.

Arash Nassiri, City of Tales, 2017 – Produced by the Han Nefkens Foundation, Barcelona

In che modo funzionano i premi, come il nuovo Buk SeMA Korean Video Art Award 2019?
L’obiettivo è quello di poter produrre il lavoro di artisti diversi e di mostrarlo in posti diversi che, grazie alla collaborazione con vari musei in tutto il mondo, è un’opportunità concreta. Il premio è una formula più prestigiosa di una semplice commissione. Contattiamo un team di dieci persone esperte nell’ambito della video-arte, ciascuna delle quali presenta tre candidati. Dopo una pre-selezione si convoca una giuria internazionale. Durante il Loop di quest’anno per esempio c’erano Hans-Ulrich Obrist e Barbara London, che hanno concorso a decidere chi sia il vincitore. Più persone vengono coinvolte, più opportunità hanno gli artisti di far conoscere il loro lavoro a livello internazionale.

Secondo te quai sono le tendenze dell’ultimo periodo nell’ambito della video-arte?
Innanzitutto c’è una scena molto interessante in Asia: Giappone, Cina, Corea, Vietnam…
Nei video di molti giovani artisti rientra l’immaginario legato al modo in cui comunicano attraverso gli smartphone (social network, WhatsApp…), per non dimenticare i videogiochi. Molti riflettono sullo stato dei media, su che cosa sia reale e che cosa non lo sia, e quale sia il loro ruolo in tutto questo.

 

Loop Barcelona Fair e Festival

20 – 22 novembre 2018

C/ Enrique Granados 3, Principal, Barcellona, Spagna

Info: +34 932 155 260
Iloop-barcelona.com

www.hnfoundation.com

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