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FAENZA (RA) | MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche | Fino all’8 gennaio 2023

Intervista a SALVATORE ARANCIO di Cecilia Nastasi

La mostra We Don’t Find The Pieces They Find Themselves, realizzata da Salvatore Arancio e curata da Irene Biolchini, accompagna l’inaugurazione della nuova sezione permanente del MIC: 1908-1952. A ricordo di un’impresa di sogno, che ripercorre le tappe fondamentali del Museo, dalla sua fondazione, al terribile bombardamento del 1944, per arrivare alla sua riapertura nel 1952. Migliaia di opere furono distrutte, i loro frantumi raccolti ad uno ad uno e conservati in più di 300 casse di legno. Le restauratrici del MIC si occupano da decenni della paziente ricomposizione di quelli che sono letteralmente frammenti di storia. Salvatore Arancio rende omaggio a questo lavoro e al processo di rinascita del MIC attraverso un progetto espositivo che trova nella commistione di mezzi diversi – video e ceramica – e di sensibilità affini ma distinte – quelle delle restauratrici e dell’artista – una delicatezza e un’incisività sorprendenti.

Salvatore Arancio, We Don’t Find The Pieces They Find Themselves, veduta dell’allestimento al MIC, ph. Andrea Rossetti

Hai potuto trascorrere del tempo in luoghi solitamente celati agli occhi del visitatore abituale. I depositi sono come scrigni di un passato “censurato”, vuoi per la mancanza di spazio, vuoi per una selezione estetica o di valore, oppure ancora per la mancanza di integrità delle singole opere. Cosa hai provato quando ti sono stati svelati, per la prima volta, i misteriosi recessi del MIC?
Il primo impatto è stato molto forte: nei depositi sono custodite numerose opere e tutte di qualità altissima. Mi sono sentito un privilegiato nel poter spendere del tempo in quegli ambienti. Sono stato particolarmente colpito dai pezzi della collezione di ceramiche precolombiane. Osservando le restauratrici muoversi in quegli spazi, ho compreso come, per loro, il compito all’interno del MIC non fosse solo un lavoro, ma una maniera di vivere. Analizzando i frammenti ho vissuto una sorta di cortocircuito tra i manufatti integri che li circondavano e tutti quei cocci e pezzi mutilati che non potevo sapere da dove provenissero.

Salvatore Arancio, We Don’t Find The Pieces They Find Themselves, veduta dell’allestimento al MIC, ph. Andrea Rossetti

Per questo progetto hai scelto di realizzare opere a quattro mani, rendendo evidente come il processo realizzativo sia spesso frutto di una collaborazione tra artisti e maestranze e scardinando l’idea romantica dell’artista che crea in solitudine, alla Michelangelo, per intenderci. Pensi che la cooperazione con le restauratrici del MIC ti abbia arricchito dal punto di vista professionale?
Sicuramente. Il motivo per cui ho voluto cooperare con le restauratrici è stato proprio perché ho percepito la loro costante “dedication” ad un lavoro silenzioso. La mostra è nata durante la pandemia. L’attenzione che, in quel periodo, si è data al prendersi cura dell’altro, l’ho ritrovata nel modo in cui le restauratici maneggiavano i fragili frammenti. Per me è stato importante creare con loro un rapporto paritario, privo di gerarchie, come sono solito fare nel mio lavoro. Lo scopo era quello di creare un ambiente neutro dove ognuno fosse libero di esprimersi. Collaborando con le restauratrici, ho assorbito molta della loro positività. Sono stato influenzato dal loro quieto operare denso di poeticità. Mi è piaciuto donare loro, attraverso questo progetto, un momento di quella creatività che già possedevano, avendo frequentato la Scuola di Ceramica, ma che, scegliendo il restauro, hanno dovuto accantonare. La nostra collaborazione è stata un reciproco scambio. L’idea dell’artista che crea, solo, nel suo studio, non mi appartiene. Per scelta, non ho un mio spazio, ma di volta in volta lavoro in luoghi e laboratori differenti, a stretto contatto con gli artigiani. Molti artisti vogliono prevalere sugli altri, desiderano che la loro “signature” sia evidente; io cerco, invece, il dialogo e l’arricchimento reciproco con le persone con cui lavoro.

Salvatore Arancio, We Don’t Find The Pieces They Find Themselves, veduta dell’allestimento al MIC, ph. Andrea Rossetti

Grazie a questa mostra non solo ti sei dovuto rapportare con altri attori del sistema dell’arte, ma hai avuto anche modo di confrontarti con opere del passato, riflettendo sulla loro fragilità. Pensi che questo abbia influito sulla percezione che hai del tuo lavoro? Hai mai pensato alle tue opere come a possibili frammenti di un lontano futuro?
Il confronto col passato c’è sempre. È impossibile pensare ad un’opera senza trovare dei punti di riferimento nella tradizione, anche inconsciamente. In questo progetto l’influenza del passato è stata ancora più forte perché le restauratrici partivano da pezzi di sculture di altre epoche che avevano restaurato e quindi conosciuto intimamente. Il loro scopo non era di ricreare le stesse opere, ma di lasciarsi guidare dalla memoria di quella passata esperienza.
Per quanto riguarda la seconda domanda, mi auguro che i miei lavori non si rompano mai! Come ogni artista spero che quelle opere che ora hanno un valore, abbiano una vita anche dopo la mia. L’idea che in futuro qualcuno possa guardare i miei pezzi con interesse, come se conservassero la memoria del momento creativo che li ha generati e che trovasse la stessa ispirazione che io ho trovato nei frammenti del MIC, dà un senso a quanto faccio ogni giorno.

We Don’t Find The Pieces They Find Themselves, still da video

Ritieni che il frammento sia una diminuzione dell’opera originale o che possa essere portatore di una forza persuasiva e di una poetica dell’assenza?
Visitando i depositi e vedendo i frammenti, ho provato l’impulso di capire da dove arrivassero, cosa fossero un tempo. Ho percepito la potenza evocativa di qualcosa che non c’era più. L’evidente mancanza ha scaturito la mia creatività e mi ha spinto a immaginare come colmarla. Il frammento ha la forza di generare immagini mentali. Sono sempre stato affascinato dalle cose che non sono perfette, che sembrano fatiscenti, perché rispetto alle opere integre rendono evidente l’idea di un tempo difficile da catalogare: è uno spazio indefinito dove è possibile proiettare la propria visione e sensibilità. Il frammento non è più nulla, però è tutto allo stesso tempo.
È vero che i frammenti del MIC sono l’esito della distruzione della guerra, ma dalla devastazione è rinato il museo come è oggi. Aspetti positivi emergono anche dai momenti più oscuri e i frammenti raccontano questa storia.

We Don’t Find The Pieces They Find Themselves, still da video

Salvatore Arancio. We Don’t Find The Pieces They Find Themselves
a cura di Irene Biolchini

Fino all’8 gennaio 2023

MIC Faenza
Viale A. Baccarini 19, Faenza (RA) 

Info: +39 0546 69 73 11
info@micfaenza.org
www.micfaenza.org

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