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BOLOGNA | Bt’f Gallery | 4 maggio – 29 maggio 2012

Dice Pablo Neruda in un aforisma: «Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé». Francesco Bocchini e Cristiano Carotti sono adulti che non hanno smesso giocare: si divertono, a modo loro, con ciò che circonda la propria realtà quotidiana e il loro fare produce una cosa meravigliosa: arte.

Che sia pittura o scultura, nel gesto gesto creativo che assembla materiali più o meno eterogenei, sta la magia della creazione e dell’evolversi significante della materia da brandello inerte a struttura del mondo, come avviene nelle favole che combinano fantasia e realtà per realizzare il logos e dare forma al pensiero. L’assemblaggio, istintivo o ragionato, è la pratica costruttiva che dà vita alle composizioni visuali dei due artisti, entrambi prossimi alla definizione di “bricoleur” nell’approccio poetico della ricerca. Il prelievo fisico dall’esistente, la decostruzione e la costruzione in forma formata sono il riflesso pratico di un’azione mentale contemporanea e primordiale che, nella veste di contraddizione temporale, manifesta l’ucronia meta-fisica del sentire risolvendo l’ossimoro. Non è un caso che la figura del “bricoleur” sia focalizzata da Lévi Strauss in testo dal titolo “Il pensiero selvaggio”1 facendo leva sulla strutturazione di categorie che definiscono l’agire umano non in base ad un’evoluzione di matrice darvinistica ma antropologica; ecco dunque che i meccanismi di Francesco Bocchini e la pittura pop-brut di Carotti divengono “testimoni fossili di un individuo o di una società”2: ogni opera è deposito del presente costituendo l’enigmatico emblema del mondo.

Anche Argan si appropria della figura del “bricoleur” per farne “Occasioni di critica”3 e giustificare nell’arte contemporanea l’atteggiamento di una continua ricerca di assemblaggio di frammenti del quotidiano che sono il linguaggio espressivo di chi ha la capacità di ri-leggere l’esistenza attraverso uno sguardo innocente, ovvero che non nuoce, come è quello di un bambino che sa reinventare attraverso la dimensione ludica (che gli pertiene di diritto, o almeno dovrebbe), il mondo che lo attraversa. Bocchini e Carotti coltivano la facoltà infantile di sognare, lo fanno dando forma alla materia che condividono con lo spettatore nel grande libro/sistema della arte. Basta sfogliare alcune pagine di queste “favole estetiche” per essere coinvolti nella “fairytale machine”: ogni opera ha un inizio, una trama, dei protagonisti e un finale che stabiliamo noi che osserviamo il racconto.
In questa libertà sta il paradigma meccanico della favola visiva, non tanto, quindi, nella cinetica delle sculture di Francesco Bocchini e nemmeno nel contrappasso citazionista di Cristiano Carotti che richiama l’attenzione pop con il gioco dei riconoscimenti: il dispositivo è intelliggibile e apre ad una logica di funzionamento del “gioco-arte” che prelude ad una positiva regressione al tempo delle meraviglie.
(estratto del testo critico, The fairytale machine – La macchina delle favole, di Alice Zannoni)

1 C. Lévi-Strauss, 1962, La pensée sauvage, Plon, Paris, trad. Il pensiero selvaggio, Il saggiatore, Milano 1964
2 Ibidem
3 Argan G.C, Occasioni di critica, a cura di Bruno Contardi, Editori Riuniti, Roma 1981


Francesco Bocchini, Cristiano Carotti. The fairytale machine

a cura di Marco Aion Mangani e Alice Zannoni

Bt’f Gallery di Miria Baccolini
Via Castiglione 35, Bologna

4 maggio – 29 maggio 2012

Info: +39 333 3487044
www.btfgallery.com

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