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BOLOGNA | MAMbo – Sala delle ciminiere | Fino al 9 settembre 2019

Intervista a LORENZO BALBI di Isabella Falbo

Siamo soddisfatti perché quello che vedrete è quello che avevamo in mente, frutto di un lungo lavoro insieme all’artista, durato più di un anno.
Lorenzo Balbi

“Viaggio sensoriale, mostra coraggiosa” è stata definita dal curatore Lorenzo Balbi All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, la prima personale in un’istituzione museale italiana di Julian Charrière, “artista che non ha neanche 32 anni” (Morges, Svizzera, 1987).
L’approccio metodologico di Julian Charrière mette in comunicazione l’arte visiva con i campi delle scienze ambientali e della storia della civiltà. “Come un archeologo i suoi progetti sono spesso frutto di un lavoro sul campo in località remote, che presentano profili geofisici forti – vulcani, ghiacciai, siti radioattivi – sempre rivolti verso paesaggi lontani in condizioni estreme. Dalle sue spedizioni intorno al globo, Julian Charrière riesce a far emergere non solo la pura e semplice bellezza della natura, ma anche la vulnerabilità e la frattura tra natura e civiltà”… Racconta  Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo…

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere personale di Julian Charrière è la terza mostra da te curata alla Sala delle Ciminiere del MAMbo. Dopo That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine, grande mostra collettiva dove hai presentato i lavori di 56 tra artisti nati dal 1980 in avanti, esplorando differenti media e linguaggi e Mika Rottenberg, prima personale in un’istituzione italiana di una fra le maggiori protagoniste della scena contemporanea mondiale, hai scelto di dedicare una mostra personale al giovane artista svizzero Julian Charrière. Anche in questo caso la prima mostra in una istituzione italiana. Come è caduta la tua scelta su di lui?
Seguo il lavoro di Julian Charriére da alcuni anni, la sua prima mostra che ho avuto occasione di visitare è del 2016, a Londra, da Parasol Unit. Penso che il suo discorso sull’Antropocene e il modo con cui affronta i temi dell’ambiente e del paesaggio umano siano estremamente attuali e interpretati con un linguaggio inedito e fortemente evocativo. Il modo in cui Julian Charriére coniuga una ricerca sulle immagini con un uso di diversi media tecnologici ne fa, a mio modo di vedere, uno degli artisti giovani più interessanti della scena internazionale. Per questo ho pensato che fosse giusto mettere a sua disposizione la Sala delle Ciminiere del MAMbo e organizzare a Bologna la sua prima mostra personale in Italia. Il lavoro sull’allestimento è durato più di un anno.

Julian Charrière, Irojirilik, 2016, Film still, Video a colori 4k con audio stereo, Sound by Edward Davenport
Formato 16:9, Durata 21’3” (loop senza soluzione di continuità), Edizione di 5 + 1 AP, Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania

La mostra è coerente ed esteticamente molto impattante, per le tematiche che indaga dal mio punto di vista ha una importante valenza anche sociale, perché sensibilizza e permette diversi spunti di riflessione su temi scottanti come le sfide all’ambiente e al Pianeta…
L’approccio di Julian Charriére è quello dell’esploratore. Come racconta nel libro/romanzo Noi che galleggiavamo, che accompagna la mostra, durante le sue spedizioni “artistiche” in luoghi fortemente evocativi per quanto riguarda l’impatto dell’uomo sulla natura, Julian Charriére cerca delle immagini, immagini che possano, con la loro potenza di rappresentazione, metterci di fronte ad una realtà nuova, immaginata ma spesso non ancora conosciuta. Il suo non è un atteggiamento moralista ma un percorso di consapevolezza, spesso crudo e scoraggiante ma altresì affascinante e attrattivo in cui è lo spettatore che deve trovare la propria posizione.
Presso la Sala delle Ciminiere del MAMbo dunque, un’ampia selezione di lavori accompagnano il visitatore in un “percorso di consapevolezza” sull’epoca che stiamo vivendo definita Antropocene e sulla crisi ecologica contemporanea.
All’inizio del percorso il visitatore è accolto in una sala completamente buia ed è invitato ad immergersi, attraverso l’opera video Iroojrilik, 2016, nella natura e nelle acque dell’atollo di Bikini, ex paradiso tropicale ed oggi marker dell’Antropocene, che dopo 70 anni dai test nucleari che gli americani hanno fatto dal 1946 al 1958, si sta riprendendo il proprio spazio. Il video intervalla immagini di strutture militari, tecnofossili immersi nella vegetazione mutata geneticamente, all’ecosostema sottomarino di Bikini.

Julian Charrière, Irojirilik, 2016, Film still, Video a colori 4k con audio stereo, Sound by Edward Davenport, Formato 16:9, Durata 21’3” (loop senza soluzione di continuità), Edizione di 5 + 1 AP, Copyright l’artista; VG Bild-Kunst, Bonn, Germania

Proseguendo il percorso ci si trova fluttuanti nella sala centrale, la sensazione – come sottolinea Lorenzo Balbi – è quella di trovarsi sott’acqua, nell’ambiente sottomarino di Bikini, dove si incontra l’installazione che da il titolo alla mostra All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, 2018: imponente campana di immersione in acciaio con sistema audio stereofonico, “simbolo dell’uomo che valica lo specchio degli abissi”, la cui sospensione è controbilanciata – attraverso una struttura di travi d’acciaio e sistema di pulegge – da un grappolo di buste di plastica piene di acqua proveniente dall’Oceano Pacifico.

Julian Charrière. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, veduta di allestimento,  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Foto: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

A terra l’installazione Pacific Fiction, 2016, quasi ostacola il passo e fa percepire lo spazio come un campo minato: 146 noci di cocco inglobate in gusci di piombo sono disseminate sul pavimento o disposte in forme piramidali, come si usa ordinare le palle dei cannoni nelle accademie militari.
Con questo lavoro Charriére rappresenta simbolicamente Bikini oggi: se nella tradizione Marshallese la Dea Madre dà alla luce una noce di cocco, simbolo di vita, che rappresentava tutto per gli indigeni, ora le noci di cocco sull’isola sono diventate inquietanti falli sterili a causa delle radiazioni ancora presenti sull’isola.
Charriére ha rinvenuto sull’atollo di Bikini diverse noci di cocco mutate geneticamente e le ha utilizzate per sculture come Lost at Sea – Pikini-Fragment, 2016 presente in mostra.

Julian Charrière. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, veduta di allestimento, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Foto: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

Centrale sul fondo di questo mondo sommerso svetta imponente una sorta di totem che ospita l’opera video As We Used to Float, 2018, realizzata da Charriére a 60 metri di profondità, in cui il relitto di un’elica diviene paradigmatico di Bikini come nuova Atlantide, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
Proseguendo il percorso, nell’ultima sala, le fotografie del progetto Where waters meet [3.77 atmospheres], 2019 ci fanno trattenere il respiro e riaffiorare nella mente ricordi profondi di fluttuazioni prenatali: realizzate a diverse profondità sottomarine, corpi nudi di ragazzi e ragazze sub/performer appaiono sospese nelle profondità delle acque sacre di alcuni Cenotes.

Julian Charrière, Where waters meet [3.77 atmospheres], 2019, Stampa ai pigmenti su Hahnemühle Photo Rag Ultra Smooth montata su alluminio Dibond, cornice di quercia (nera), vetro antiriflesso Mirogard ,
7 pezzi, Edizione di 3 + 2 AP

Ormai pronti alla riemersione, il sole si riflette sull’acqua di Silent World, 2019, e come se uscissimo dallo specchio, lasciamo Bikini. Dopo il viaggio sull’atollo di Bikini ci troviamo in Kazakistan, a Semipalatinsk, nell’ex poligono atomico dell’Unione sovietica. Qui le radiazioni sono ancora più potenti e le opere fotografiche della serie Polygon, 2014, che documentano il sito e ne mostrano l’immagine post-atomica, e il video Somewere, 2014, sono state realizzate nei pochi momenti consentiti di permanenza.

Julian Charrière, Silent World, 2019, proiezione video a colori full -HD dall’alto su superficie quadrata di vasca, acqua e vapore.

Con coraggio Charriére ha realizzato fotografie in bianco e nero, con doppia esposizione per l’utilizzo sulla pellicola di terreno radioattivo prelevato nel sito: circondati da bagliori tossici i tecnofossili delle ex architetture belliche e il grande cratere di 500 metri di diametro, sono i soli soggetti in questi scenari post-apocalittici, in cui non è ancora presente alcuna forma di vita.

Julian Charriére, Somehow They Never Stop Doing What They Always Did, 2019, veduta di allestimento, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Foto: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

In parallelo a questi lavori ambientati in Kazakistan incontriamo le istallazioni Somehow They Never Stop Doing What They Always Did, 2019, tre torri mitologiche/archetipi architettonici come la Torre di Babele realizzate in gesso arricchito con nutrienti e bagnate con campioni d’acqua prelevati dai principali fiumi nel mondo come il Gange, il Nilo e l’Eufrate, che hanno bagnato le grandi civilità, e Savannah Shed, 2016. Somehow They Never Stop Doing What They Always Did è in costante mutamento e i nutrienti bagnati dall’acqua formano colorate e diversificate muffe. Savannah Shed è la ricostruzione di un’immagine fotografica del ’64 ritrovata dall’artista; l’opera si compone di un vero coccodrillo e di un contatore Geiger funzionante che monitora la radioattività nell’ambiente, contestualizzando il messaggio dell’immagine fotografica nel qui ed ora.

Julian Charrière, Savannah Shed, 2016, veduta di allestimento, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Foto: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

Ed ancora, il percorso espositivo presenta l’opera istallativo/scultorea We Are All Astronauts, 2013: realizzata come opera di diploma, è composta da 11 mappamondi sospesi sopra il piano di un tavolo. I globi in vetro, carta e plastica, prodotti dal 1890 ad oggi sono stati abrasi con carta vetrata composta dall’artista utilizzando sabbie provenienti da vari paesi. Con quest’azione Julian Charrière crea una geografia del tutto nuova, la polvere caduta dalla superficie dei mappamondi diviene strumento di reinvenzione dei confini.

Julian Charrière, We Are All Astronauts, 2013, veduta di allestimento, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Foto: Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

Il percorso prosegue con ulteriori opere fotografiche, in questo caso a colori: Sycamore – First Light, 2016 e Silent World Saratoga, 2019, in cui la romantica bellezza di luoghi paradisiaci tropicali tipicamente associati nell’immaginario collettivo con le immagini da “viaggio di nozze”, convivono con una natura che ancora combatte la morte e sopravvive in un ambiente radioattivo.

Dopo la visione di una parte di una più vasta collezione di video di spedizioni scientifiche subacquee, installati come una sorta di “control room” che portano alla riflessione di come la tecnologia più evoluta tenda ad andare verso l’alto, verso l’universo, e non verso il basso come potrebbe essere l’esplorazione degli abissi, la visita alla mostra si conclude nel foyer del Museo con l’opera In the Real World It Doesn’t Happen That Perfectly, 2019. Realizzata a quattro mani insieme a Julius von Bismark, “con questo lavoro, gli artisti hanno tratto in inganno parte del mondo dei media – la CNN, la rete FoxNews, il Daily Mail, per citarne alcuni – diffondendo video di falsi attacchi terroristici nel famoso Arches National Park dello Utah: in un mondo in cui le fake news sui social influenzano pesantemente opinioni e addirittura risultati elettorali, l’opera costituisce una magistrale riflessione su finzione, realtà e verità nei media di oggi”.

Julian Charrière & Julius von Bismark, In the Real World It Doesn’t Happen That Perfectly, 2019

Indimenticabili il live di Lotus Eater (Lucy & Rrose) e di Rhyw – artisti techno operanti nella scena artistica sperimentale – che ha seguito l’inaugurazione, ispirato ai suoni e alle tensioni della mostra, ospitato sul palco del Biografilm Park all’interno del Parco del Cavaticcio; e il party organizzato in occasione della mostra nello studio dell’artista Bolognese Alessandro Brighetti in cui gli artisti hanno continuato a regalare performance fino all’alba.

Trepidanti, non resta che attendere la quarta mostra a cura di Lorenzo Balbi presso la Sala delle Ciminiere del MAMbo, la personale di Cesare Pietroiusti Un certo numero di cose / A Certain Number of Things, in corso dal prossimo 4 ottobre e fino al  6 gennaio 2020.


Julian Charrière. All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere
a cura di Lorenzo Balbi

9 giugno – 9 settembre 2019

MAMboMuseo d’Arte Moderna di Bologna
Via Don Giovanni Minzoni 14, Bologna

Info: +39 051 6496611
info@mambo-bologna.org
www.mambo-bologna.org

 

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