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MILANO | Studio Vigato | 28 giugno – 10 settembre 2012

Intervista a GIANNI CELLA e GABRIELE LAMBERTI
di Viviana Siviero

Milano e l’afa estiva, la solitudine di chi è costretto a lavorare, nonostante tutto. L’Italia e la crisi, la rassegnazione di chi è costretto a lavorare, nonostante tutto. Così, in questo luogo strano, è interessante che l’Arte continui a proporre riflessioni estreme col merito di scatenare un sorriso che nasconda la serietà di concetti forti, che si affidano a figure mostruose ed esteticamente infantili, a occhi di bambola che ammassano le superfici e a set favolosi ed iconici dolci come cioccolato. Gianni Cella e Gabriele Lamberti: due anime belle e visionarie, di nuovo insieme (fino al 10 settembre) questa volta nella sede milanese di Galleria Studio Vigato.

Visibilità ridotta, in riferimento alla visione all’uscita di un tunnel: di quale tunnel stiamo parlando? E nonostante la visuale sia ridotta cosa vedi?
Gabriele Lamberti: Sarebbe ovvio dire il tunnel della crisi economica che ci sta perseguitando da alcuni anni ormai, ma il riferimento è anche al clima di depressione e d’incertezza che la crisi ha portato con sé e che fa regredire l’arte fra i beni non di prima necessità e quindi meno proposti all’attenzione dell’opinione pubblica. Forse una pausa riflessiva era necessaria dopo l’euforia artificiosa del ventennio Novanta-Duemila, quando il solo criterio di giudizio era il mercato. Questa crisi dovrebbe almeno mettere un po’ d’ordine nei valori fondamentali che reggono il sistema dell’arte e determinano la durata nel tempo. Per ora i segnali di luce all’orizzonte non si vedono, forse perché dobbiamo passare ancora il punto più buio.

L’inquietudine, la paura, l’incertezza, l’ansia, l’instabilità, l’ossessione, la disillusione, lo sconforto, lo sguardo visionario della nostra generazione hanno dato i loro frutti; a quando pare è tua necessità mostrarceli… Quale forma hanno? Ci descriveresti nel dettaglio alcuni lavori, raccontandoci il loro significato?
Gianni Cella: La visionarietà è condizione imprescindibile del mio lavoro. Mi definisco “visionario della vita”. Le mie immagini sono dotate di un’empatia sensibile con cui vengono trasfigurati gli stereotipi dell’iconografia popolare, elementi drammatici e strutture astratte appartenenti alla nostra epoca. In particolare, per la mostra da Studio Vigato ho fatto due piccole sculture che rappresentano Vincent Van Gogh, grandissimo simbolo della pittura, dell’arte che si confonde con la vita, ma anche simbolo del disagio in cui mi identifico totalmente.

Già medialista, privilegi un medium pittorico gestito con originalità espressiva. Ci racconteresti la tua poetica in preciso riferimento al passato e al percorso che ti ha portato a questa mostra?
G.L. : Prediligo da sempre la pittura perché penso sia un linguaggio vivo che possa offrire ancora grandi possibilità di espressione. Il mio immaginario è stato fin degli anni ’80 popolato da oggetti, immagini, riferimenti ad un’iconografia popolare vicina al vissuto di tutti, in particolare mi sono sempre piaciuti i giocattoli, i ninnoli, gli oggetti banali che riempiono le cartolerie, le tabaccherie, i negozi di souvenirs. Sono quei piccoli orrori domestici che accompagnano spesso la nostra vita: ce li regalano o li vediamo in giro nei giardini delle villette di montagna (gnomi, casette e ammennicoli vari). Ho sempre trovato queste iconografie dimesse e mediocri fortemente evocative e simboliche di una condizione umana condivisa in media dalla maggioranza di noi. Quello che ho sempre cercato di fare è stato trasformare ciò che sembrerebbe banale e insignificante in qualcosa di incantevole: un “incanto banale”, appunto. Questo è un aspetto del lavoro. Ce ne sono altri più legati al grottesco, ai significati inquietanti che spesso assumono immagini solo apparentemente tranquillizzanti. L’ultimo ciclo di opere esposte in mostra presenta deformazioni che possono far pensare ad allucinazioni, ossessioni, effetti lisergici o più semplicemente ad un’indigestione dovuta a troppo consumo di immagini.

A cosa stai lavorando e quali sono i tuoi progetti per il futuro?
G.L. : Sto lavorando da alcuni anni ad un ciclo di quadri che hanno per protagonista un trickster, un coniglio umanoide polimorfico dall’incerta morale, che si diverte ad entrare nelle opere d’arte dell’antichità o a dialogare con i reperti archeologici all’interno dei quali ama sostituirsi a qualcuno dei personaggi effigiati, per compiere beffe e bricconerie. A volte combina altre prodezze che ora non svelerò…
G.C. :
In questo momento (molto caldo) sto preparando una personale da Antonio Colombo a settembre: progetti speciali Little Circus,  si chiama Eden due sculture raffiguranti Adamo ed Eva e una installazione da parete composta da una ventina di facce che rappresentano il caos primigenio che c’era durante la creazione del mondo. Eden è una metafora della nascita del mondo e della nascita dell’arte.

Gianni Cella – Gabriele Lamberti
Visibilità ridotta

Studio Vigato
via Santa Marta 19, Milano

28 giugno – 10 settembre 2012

Orari: lunedì – sabato | 10.30 – 19.30 | domenica su appuntamento

Info: +39 02 49437856 – info@studiovigato.com
www.studiovigato.com

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