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La nuova personale di Enrico Savi, che apre oggi da Federico Rui a Milano, arriva in un periodo di intensa attività per l’artista. Successiva all’interessante progetto dello Spazio dovevaaccadere promosso da SALE al Castello Visconteo di Legnano, la mostra continua idealmente il percorso dell’artista tra i Luoghi dell’immaginario, come riporta il titolo della monografia edita da Allemandi e che vede l’importante contributo di autorevoli voci critiche. Tra i molteplici punti di vista un punto fermo: quella di Savi è una fotografia che per sua stessa ammissione trascende il reale, si libera da vincoli tecnici e formali anzi ne sfrutta i limiti apparenti trasformandoli in potenzialità espressive.
Abbiamo parlato con Savi, di tecnica, strumenti di lavoro, punti di riferimento, ricerca, tra estetica, immaginazione e razionalità e… quel senso di completezza che rende unico il suo lavoro.

Francesca Di Giorgio: Le tue fotografie sembrano provenire da un tempo lontano. Da chi e cosa vogliono allontanarsi?
Enrico Savi: Sicuramente dalla realtà apparente che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, e che spesso cela la reale essenza delle cose ma, soprattutto, delle persone: multiformi “entità” complesse, se non addirittura contraddittorie. Almeno, è così nel mio caso! Essenzialmente cerco di rappresentare questa complessità del singolo, trasponendola anche su soggetti completamente diversi (un’architettura, un bosco…).

Osservando i tuoi lavori, di primo acchito, si potrebbe pensare che siano nati per errore, da un uso difettoso del mezzo. Seppur tutto sia volutamente costruito come  (e se) interviene l’elemento del caso?
L’elemento del “caso” è per me una componente importante dell’opera, che attribuisce un che di unico e irripetibile, rendendola il frutto (consapevole, nel momento in cui il caso è ricercato dall’artista) di una “commistione espressiva” fra l’uomo e ciò che lo circonda (Munch esponeva le sue tele dipinte alle intemperie; il mio amico Alessandro Busci lascia all’aperto i suoi “ferri”, in modo che gli agenti atmosferici disegnino con la ruggine, su cui poi lui interviene: lo trovo bellissimo).
Mi affascina il non sapere con precisione millimetrica come sarà impressionato il negativo: a volte è frustrante accorgersi, a negativo sviluppato, che il risultato non è esattamente come l’avevi pensato e cercato di realizzare, girando magari per ore per trovare il soggetto o l’angolazione giusti; ma è emozionante scoprire, ad esempio, l’effetto di luce insperato causato da un riflesso del sole in macchina o la perfetta simbiosi di due o più particolari della scena che si mescolano ancora meglio di quanto avrei immaginato.
In ogni caso il mio approccio fotografico, per quanto sfrutti spesso una macchina “lomografica”, è molto razionale per certi versi: la composizione fotografica è pensata prima dello scatto; il più delle volte ispirata, nelle forme concrete, dalle sensazioni provocate lì per lì da una scena, da un soggetto, guidata dall’idea di cui dicevo prima.

Alcune delle tue serie fotografiche hanno come soggetto la sovrimpressione di architetture urbane ed edifici in divenire, di cui spesso si perde una diretta riconducibilità. Sono le forme ad attrarti per prime o il senso di incompletezza che può caratterizzarne la visione?

Entrambe le cose: le sensazioni suscitate dall’estetica di un soggetto sono per me importanti, così come la possibilità di reinterpretarle, ricostruirle, evidenziando di volta in volta particolari diversi di quella che, in definitiva, resta sempre la medesima realtà.
Il senso d’incompletezza e di mistero (alle volte di confusione) suscitato nell’osservatore fa parte del mio modo di fotografare.
Quanto all’“incompletezza” delle architetture, in particolare, ti risponderò con una frase di Flavio Albanese (che ha scritto un bellissimo testo, pubblicato anche nel catalogo della recente mostra al Castello di Legnano) che mi ha molto colpito: la de-costruzione di un edificio da me eseguita fotograficamente come mezzo per comunicare (anche) «lo scarto tra quello che è già presente nella visione e quello che può ancora essere presentato […] Quello che rimane da mostrare, ancora, è la possibilità di partire dai finiti esistenti per pensare e immaginare finiti non ancora esistenti».

A proposito del catalogo…– edito in occasione della tua recente personale da SALE a Legnano – si fregia, tra gli altri, del contributo critico di Italo Zannier voce autorevole per la storia della fotografia in Italia. Zannier ravvisa nel tuo modo di lavorare la capacità di attribuire al mezzo – la macchina fotografica – una valenza operativa determinante per il risultato finale… Ci presenti Holga?
Beh, come dicevo, è una macchina (interamente o quasi di plastica, di fabbricazione cinese) che viene usata in quella che si definisce lomografia – un approccio fotografico molto più istintivo, “garibaldino”, in spregio a regole, e perfettismi formali – e che, sin dalla prima volta che ne vidi i risultati (postati da un amico su un sito fotografico), m’impressionò a causa dei suoi “difetti”: infiltrazioni di luce, vignettatura molto evidente, messa a fuoco “velleitaria”. Insomma, una macchina “low-profile”, con obiettivo, diaframma e tempo di scatto sostanzialmente fissi ed unici, che però – grazie anche alla possibilità di gestire il fotogramma manualmente e ad una serie di tecniche, artifizi ed “invenzioni” – può regalare delle immagini “oniriche”, che si elevano dall’apparenza della realtà (una macchina che, dunque, si presta perfettamente alla mia ricerca fotografica).

Quando hai iniziato a fotografare? Quali sono i riferimenti in arte che senti più vicini a te e quali letture e visioni arricchiscono il tuo immaginario?
Che mi ricordi, fotografo sin da quando ero bambino. Dopo una pausa, ho ricominciato a scattare una decina di anni fa, per dedicarmi con sempre maggiore convinzione e dedizione all’arte fotografica circa cinque anni fa.
Riferimenti: tutto ciò che trascende la realtà! In particolare mi affascinano le istanze artistiche che furono del futurismo, del cubismo, del surrealismo e, in parte, del dadaismo.
Fotograficamente parlando, i riferimenti sono senz’altro alla Nuova Visione degli anni ’30 e a tutta la fotografia “soggettiva”, “a-narrativa”.

Ripensiamo alla storia della fotografia… se dovessi citarne un vizio e una virtù?

Mah! Non so bene cosa risponderti… Non mi affascina troppo la storia della fotografia, ma la fotografia in sé. Passo!

A cosa stai lavorando? Eventi futuri in programma?
Al momento vorrei sviluppare una serie fotografica iniziata tempo fa e lasciata nel cassetto: sui fiori. Ovviamente ritratti in maniera un po’ particolare!
Eventi futuri: è sempre meglio parlarne quando acquistano un certo grado di certezza! Ad ogni modo, gli ultimi 8 mesi sono stati per me molto densi ed importanti, fotograficamente; e proprio oggi inaugura Imaginaria, la mia personale da Federico Rui Arte Contemporanea di Milano. Quindi, credo proprio che comincerò a pensare a eventi futuri solo dopo l’estate!

La mostra in breve:
Enrico Savi. Imaginaria
Federico Rui Arte Contemporanea
Spazio Crocevia, via Appiani 1, Milano
Info: +39 392 49 28 569
www.federicorui.com
16 giugno – 10 luglio 2010
Inaugurazione mercoledì 16 giugno 2010 ore 18.30 / 21.00

In alto da sinistra:
Wood, 2007, cm 12×38
Cantiere (di-constructions), 2008, cm 50×100
Duomo, 2008, cm 50×50

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