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VENEZIA | 58. Esposizione Internazionale d’Arte – May You Live In Interesting Times | Fino al 24 novembre 2019

a cura di Livia Savorelli*

SHILPA GUPTA

Mumbai, India, 1976. Vive e lavora a Mumbai.

Shilpa Gupta analizza il concetto di confine, dal punto di vista fisico ed ideologico, svelandone gli aspetti arbitrari e repressivi. La sua ricerca – che privilegia gesti concettuali espressi attraverso testo, azione ed installazione – indaga i concetti di Stati-nazione, le divisioni etnico-religiose, i concetti di isolamento ed appartenenza, i poteri a volte impercettibili che regolano l’essere cittadini o apolidi.
Nell’installazione sonora For, In Your Tongue I Cannot Fit, presentata in Arsenale, si susseguono 100 microfoni modificati per farli funzionare come autoparlanti, una scelta adottata spesso da Gupta per porre l’attenzione sulla discrepanza tra il potere dell’oratore e quello del pubblico. Si susseguono, così, le voci registrate che recitano o intonano i versi di cento poeti incarcerati per le posizioni politiche o per i loro scritti. L’installazione si ispira all’opera di Imadaddin Nasimi, poeta dell’Azerbaijan del XIV secolo.
Ad ogni microfono è abbinato un foglio di carta stampata che riporta un verso scritto in vari idiomi (arabo, lingua azera, inglese, hindi e russo), anche questa è un’operazione concettuale che include o esclude l’ascoltatore in base alle lingue conosciute.

RYOJI IKEDA

Giappone, 1966. Vive e lavora a Parigi e Kyoto.

Ryoji Ikeda, data-verse 1, 2019, DCI-4K DLP projector, computer, speakers, 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia. Ph. Andrea Avezzù

Compositore e artista, Ryoji Ikeda presenta in Arsenale l’installazione data-verse 1 che fa immergere il visitatore in un immenso flusso di stimoli visivi e sonori. Il punto di partenza sono le immagini che attinge dai serbatoi scientifici come il CERN, la NASA, lo Human Genome Project, quelle stesse “immagini grezze” che l’artista rielabora, attraverso processi matematici ed algoritmici, creando composizioni dal forte impatto estetico che si accompagnano a colonne sonore minimaliste.

MARI KATAYAMA

Saitama, Giappone, 1987. Vive e lavora a Gunma, Giappone.

Mari Katayama, Various works, 2011-2017, mixed media, 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia. Ph. Italo Rondinella

In scatti solo all’apparenza glamour, in cui la stessa artista si autoritrae, si avverte fin da subito il punto di rottura: le reali amputazioni della giovane donna rappresentano un vero pugno allo stomaco. L’artista, affetta da una rara malattia genetica che colpisce le tibie e, nel suo caso anche la mano sinistra, decide a nove anni di farsi amputare la parte finale delle gambe e trascorre circa nove mesi ad imparare a camminare con le protesi artificiali.
Negli scatti – molti realizzati nella sua stanza tra tessuti, cuscini, vestiti realizzati a mano e le protesi di quando era bambina ed alcuni dei quali presenti anche nell’installazione dell’artista presente all’Arsenale – leggiamo la determinazione di una giovanissima che ha ha lottato con forza per l’affermazione del proprio sé e che rivendica un’idea di bellezza che va oltre gli standard omologati dietro cui la società si trincera.

LIU WEI

Repubblica Popolare Cinese, 1972. Vive e lavora a Pechino.

Liu Wei, Microworld, 2018, aluminium plates,
58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia. Ph. Italo Rondinella

Mentre le opere presentate ai Giardini si caratterizzano per la loro natura eterogenea derivante dalla notevole varietà di materiali utilizzati dall’artista che riflettono le diverse sfere dell’esistenza – objets trouvés, materiali naturali ed altri creati dall’uomo – per l’Arsenale, l’artista cinese pensa ad un’installazione monumentale, Microworld, che richiama la formalità di certe scenografie moderniste. Un’analisi microscopica che nel suo ingigantimento assume il volto di intriganti forme geometriche, realizzate a partire da lastre di alluminio lucido. Lo spettatore, reso piccolo di fronte alle dimensioni dell’installazione, la osserva da dietro una teca, ricordando all’uomo che l’invisibile fa parte di un universo dalla portata sconfinata.

TERESA MARGOLLES

Culiacán, Messico, 1963. Vive e lavora a Città del Messico e Madrid.

Teresa Margolles, La Búsqueda (2), 2014, intervention with sound frequency on three glass panels , 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia. Ph. Andrea Avezzù

La Margolles è un’artista messicana che, da anni, si batte per portare avanti la lotta contro l’ondata di femminicidi che continuano a susseguirsi, a ritmi incontrollabili, al confine tra Messico e Stati Uniti, soprattutto nella città di Ciudad Juárez. Le sue opere, più che enfatizzare la violenza, amplificano il dolore della tragedia in atto, considerata come piaga di un intero popolo. L’opera La Búsqueda, visibile all’Arsenale, alterna l’elemento di forte impatto visivo – le pensiline degli autobus, recuperate nel centro della città su cui sono apposti i manifesti con i volti delle donne scomparse, soprattutto studentesse ed operaie costrette a spostarsi per motivi di studio e lavoro – al suono, ottenuto trasformando le vibrazioni prodotte da un treno che attraversa la tristemente nota Ciudad Juárez in una bassa frequenza ansiogena che pervade gli spazi dell’Arsenale. Nello sbattere dei vetri, che richiama quello dei treni in movimento, si avverte la tensione di un dramma collettivo, di un viaggio che non avrà un ritorno.

Continua…

* Tratto da Espoarte/Digital – Speciale Venezia

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