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Intervista a LORI ADRAGNA e ANDREA KANTOS di Livia Savorelli

Raccontare la natura multiforme e caleidoscopica di una progettualità come ARKAD, è un tentativo quanto mai complesso ed impegnativo trattandosi di un tentacolare progetto di ricerca e produzione artistica, presentato da KAD e a cura di Dimora OZ e Analogique – in cui confluiscono mostre, incontri, programmazioni e partecipazioni su larga scala – che si articola tra la città di Marsiglia (ricordiamo che l’evento rientra nell’ambito dei Parallèles du Sud, uno dei temi di Manifesta 13) e altre località che, attraverso un network di spazi e progetti, hanno aderito e compartecipano sotto il nome di Kin Line Legacy.
Il tema che muove le fila di tutto – e aggiungo io anche il bellissimo messaggio che, in questi tempi bui, viene comunicato – è come “la vera vicinanza non sia ascrivibile solo al mondo fisico e materiale“, concetti che verranno approfonditi più avanti.
In occasione della presentazione di ARKAD dal 4 al 23 dicembre, vi raccontiamo con Lori Adragna ed Andrea Kantos, i direttori artistici di Dimora Oz, la genesi e gli sviluppi futuri del progetto nel 2021…

Mona Lisa Tina, Di Ogni buio di Ogni luce, video proiezione per il talk Performing Resistance

ARKAD è un progetto molto stratificato presentato per Manifesta 13 Les Parallèles du Sud. Con quali presupposti iniziali è stato concepito e grazie a quali contributi è stato reso possibile?

Simone Cametti, Bivacchi

Lori Adragna: Il progetto nasce per certi versi da sinergie elaborate durante gli eventi collaterali di Manifesta 2018 Palermo, come ad esempio Border Crossing, un progetto a cura di Bridge Art, Dimora OZ e Casa Sponge, che ha visto numerose produzioni e incontri fra artisti, curatori e spazi indipendenti. Alcuni artisti e spazi invitati per quella occasione si ritrovano nuovamente in questa, come ad esempio RAVE, Dolomiti Contemporanee e Casa Sponge. Anche Mona Lisa Tina e Virginia Zanetti avevano preso parte a Manifesta 18 nella sezione Il corpo delle donne da me ideata e curata.
In ARKAD poi rientrano anche artisti che ho curato in progetti precedenti, come Michele Tiberio e Simone Cametti che hanno vinto una residenza artistica all’interno di Bridge Art e Pietro Fortuna, con il quale abbiamo realizzato nel 2019 sempre con Bridge Art e Dimora OZ, Border Crossing/Geografico, con uno screening video che tra gli altri proponeva Isabella e Tiziana Pers, Sonia Andresano ed Elena Bellantoni, in una modalità diffusa su piazza Magione figlia proprio dell’effervescenza che quella piazza ebbe con Manifesta 18.

Andrea Kantos: Durante il 2018 ho inaugurato KaOZ, uno spin off di Dimora OZ in collaborazione con Analogique. Il progetto era un evento collaterale di Manifesta 12, che a sua volta ne conteneva altri quattro: Border Crossing, Art & Connectography, Liminaria 2018 e Collective Intelligence, facente parte della sezione 5x5x5. Ogni progetto ha avuto una ricca programmazione e relazioni che poi sono proseguite nel tempo e che arrivano appunto fino ad ARKAD e alla creazione di KAD Kalsa Art District, come conseguenza naturale dell’esercizio di comunità e collaborazione intrinseco di Dimora OZ. Il progetto ARKAD continuerà poi nel tempo in quanto progetto di ricerca selezionato nella settima edizione dell’Italian Council, questa volta ospite degli operatori culturali che a loro volta incontrammo e alcuni dei quali sono presenti anche in Arkad: GAD Giudecca Art District a Venezia e Pixelache e la galleria Myymälä a Helsinki.

Gino D’Ugo, La Pratica Inevasa #3, a cura di Lori Adragna, Oratorio di Santa Maria in Sellàa in Tellaro, evento collaterale ARKAD per Manifesta 13. Photo Andrea Luporini

Parliamo della Realtà Aumentata che è lo strumento attraverso cui avviene la fruizione delle produzioni digitali concepite per ARKAD A.R.T/PALERMO-ESADMM/MARSIGLIA MANIFESTA COLLATERAL EVENT PROGRAM. Quale è il fil rouge della sezione e come gli artisti selezionati hanno orientato la loro proposta?
L.A:
Una parte di ARKAD si inserisce nella programmazione del progetto A.R.T. – Art Rethinks Transformation, organizzato dall’associazione culturale MeNO, con la direzione artistica di Andrea Cusumano e i contributi dell’Assessorato alle Culture del Comune di Palermo e del Dipartimento del Turismo della Regione Sicilia, che si svolgerà dal 4 al 23 dicembre 2020 al Foro Italico. ARKAD è un progetto di ricerca complesso, perché in maniera tentacolare, così come le suggestioni lovecraftiane di Timothy Morton, appare in diverse fasi. Con A.R.T e Manifesta 13 Marsiglia, iniziamo anche il progetto di ricerca selezionato nella settima edizione del programma Italian Council, che vede il sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Dimora OZ come gruppo-curatoriale artistico ha invitato diversi artisti a partecipare al suo progetto grazie al supporto dell’extended reality, in questo caso la realtà aumentata. Abbiamo creato forme e metafore che in qualche modo potessero trarre forza e struttura all’interno del progetto di ricerca. Gli artisti hanno aderito al progetto curatoriale creando un grande allestimento digitale. I contributi di Analogique, Gandolfo Gabriele David, Andrea Kantos, Pietro Fortuna, Giacomo Rizzo, Stefan Bressel, Daniele Di Luca, Iole Carollo, Michele Vaccaro, Giuseppe Tornetta, Francesco Cucchiara, Simona Scaduto, Michele Tiberio, Vacuamoenia, Elena Bellantoni possono essere visti singolarmente ma ancor di più traggono senso all’interno di una visione unica ma multiforme (spesso legata ad ambiti acquatici/marini e geografici); un unico iper-oggetto, l’arca e al layout del mare. Il mare (il progetto di realtà aumentata a Marsiglia così come a Palermo è disposto in prossimità della costa) che Marc Augé ha definito come non luogo e Gilles Deleuze come spazio “non striabile” diviene qui forma d’insieme, dove la realtà fisica convive con quella digitale della realtà aumentata.

Andrea Kantos (in collaborazione con Analogique), Edicola Fantasma, digital art, 2020

Passiamo ad ARKAD KINE LINE LEGACY… Il comune denominatore dei progetti è il superamento di limite/confine attraverso la dimensione collettiva. Che progettualità sono state selezionate? Ci presentate alcune delle proposte?
L.A:
Prima di tutto ricordiamo da dove deriva il termine Kin Line Legacy, che si rifà alla sollecitazione specifica di Donna Haraway: Making Kin (…). Questo generare legami al di là dei territori e spazi di pertinenza, che siano quelli della propria città o famiglia, regione e patria, etnia, genere o specie, rappresenta la nostra legacy, in termine di eredità. Ecco quindi che al di là della programmazione di Palermo abbiamo coinvolto a Catania Barbara Cammarata con uno Studio Visit e poi salendo verso nord Leandro Pisano con il Manifesto del Futurismo Rurale, filmato a San Martino Valle Caudina. Le dimensioni collettive e performative sono state esplorate da Virginia Zanetti alla Scuola Popolare, Villa Romana a Firenze e durante il talk che ho curato presso il Museo di Villa Croce Genova, Performing Resistance, con Eleonora Chiesa, Mona Lisa Tina e Margherita Merega, proponendo un focus sulla performance art negli scenari pandemici di restrizioni e distanziamento sociale. Sempre sul tema, Loading di Francesca Arri realizzato sulla piattaforma zoom dove l’azione dei performers, dialogando con i limiti e regole imposti dal mezzo di comunicazione, diventa filtro o amplificatore del messaggio. Abbiamo previsto talk e incontri fisici e online, come quello di un nostro caro partner, AlbumArte, con Cristina Cobianchi, Benedetta Carpi De Resmini, Anna Cestelli Guidi, Claudio Libero Pisano, Adriana Polveroni, Marco Trulli, Paola Ugolini, Saverio Verini.

Francesca Arri, Loading

A.K: I progetti sono tantissimi, abbiamo parlato di GAD Giudecca Art District che ha presentato Andrea Aquilanti, Massimo Uberti, Peter Bracke e Koen Fillet, Konrad Ross con la curatela di Valentina Gioia Levy e Pier Paolo Scelsi, che furono nostri ospiti a KaOZ durante Manifesta 18. La Pratica Inevasa di Gino D’Ugo a Tellaro è stato il proseguimento di una residenza dell’artista a Palermo, sempre da Kaoz. Appunto, creare legami, connessioni, come quelli prettamente antispecisti su cui le sorelle Pers lavorano da anni grazie a RAVE East Village Artist Residency, nel Trevigiano Udinese, oppure Barcode di Sonia Andresano. È importante comprendere come il superamento che indichiamo si sia manifestato, ed è bene ricordarlo prima dell’evento del lockdown e dalla pandemia, attraverso una serie di contributi on line, fisici e testuali. Le produzioni sono state pensate proprio per unire punti anche distanti dall’Italia, e penso alle Coast Guard Girls, con Marjatta Oja, Rikka Kevo, Leena e Oula Valkeapää e con Tomasz Szrama in Scandinavia o anche con Georges Salameh, con un incontro fra gli spazi indipendenti di Atene che avverrà nel 2021. Proprio all’inizio dei nuovi lockdown di fine 2020, Francesca Alberti e Alessandro Chemie sono riusciti a portare Sauvage, con la drammaturgia di Vera Mormino, ad Archaos, una residenza artistica a Marsiglia. Fra le residenze poi ovviamente occorre citare quella di Simone Cametti per Dolomiti Contemporanee e quella di Juan Pablo Macías per Casa Sponge.

Sauvage, Francesca Alberti e Alessandro Chemie, drammaturgia di Vera Mormino, ARCHAOS, Marsiglia, ph Shirley Dorino

Mi ha colpito, molto leggendo di ARKAD, questa frase: “l’economia, il riscaldamento globale e le pandemie sono processi complessi la cui realtà supera il concetto di interconnessione e di causa ed effetto”. Da qui il fulcro di ARKAD, ragionare su nuove modalità di connessione e vicinanza, sperimentando nuovi esercizi di percezione della realtà…
L.A:
Nello specifico il progetto vive di diverse suggestioni filosofiche. Le comunità ibride di Donna Haraway segnano un superamento fisiologico e di genere che parte da riflessioni antispeciste, dove le comunità segnano il superamento di nuclei familiari sempre più problematici, aprendosi a un senso di appartenenza e responsabilità estesa. Questo sarà sicuramente un modello sempre più presente, già a partire dal presente, dove le persone hanno bisogno di incontrarsi e determinarsi non tanto secondo un’identità specifica, quanto nella capacità di includersi vicendevolmente. Questa inclusione ci porta proprio ad una nuova dimensione, dove le cose non sono solo interconnesse, ma sono un’unica cosa che secondo Timothy Morton e la sua indagine sugli iper-oggetti, si manifesta secondo fasi che sorpassano l’esperienza umana. Un’ontologia delle cose dove gli oggetti sono graduali, procedono da un’interezza multidimensionale che coniuga e si contrae attraverso diverse manifestazioni. Questa totalità non è solo un invito proprio a riflettere come ambiente e l’economia siano interconnesse, ma come appunto siano manifestazioni di un’unica entità, il che invita a sorpassare ciò che ci è o appare come “proprio” e “proprietà”, per indagarne le vischiosità, la tentacolarità. Non a caso sia Donna Haraway che Timothy Morton si sono accostati all’immaginario lovecraftiano come cifra stilistica capace di suggerire grandezze e profondità che vanno oltre il quotidiano.

Cities on the Move, photo by Marjatta Oja 2020

A.K: Dimora OZ persegue da anni pratiche e politiche di aggregazione che spesso sfuggono proprio alla possibilità di descrizione, tanto che possiamo essere visti come un collettivo o studio ma abbiamo modalità espressive talmente eterogenee e democratiche da conservare le ricerche e i profili dei singoli artisti. Una dimensione liminale che non è semplice e spesso richiede notevoli cambiamenti personali e disciplinari. Per essere più specifico, così come le suggestioni che indicavo sopra, la dimensione del lavoro di gruppo esprime l’esercizio di un’avanguardia interiore, dove i movimenti di espressione e di definizione si confrontano costantemente in una tensione identitaria. Questo ricade sia sui comportamenti che in quello che potremmo definire, citando Gregory Bateson, un’ecologia della mente che sicuramente ha ambiti estetici di grande impatto. Ad esempio molte produzioni artistiche contemporanee stanno portando le suggestioni metafisiche aperte nella seconda metà del Novecento su un livello più organico, dove la realtà si ripiega in se stessa su forme che riflettono gli studi sul post-human. Paradossalmente la tecnologia è parte integrante di questa sensibilità, ma non ne è la parte più preponderante, proprio perché si sta pervenendo a un’ibridazione generale di forme e contenuti; differentemente dal post-moderno sembra esservi una direzionalità maggiore a fronte anche – e forse questo può essere più problematico – dell’incremento esponenziale della produzione artistica. Come dico spesso la somiglianza fra molte opere artistiche non deriva tanto dal fatto che gli artisti si guardino vicendevolmente, ma che tutti stiano attenzionando una forma “invisibile” e complessa, affatto aleatoria, anzi profonda e materiale, capace di essere captata su supporti molto differenti e che nel termine forma-di-vita trova sia l’indirizzo biopolitico di Giorgio Agamben ma anche la voglia di rappresentazione e costruzione di un proprio mondo così come sottolineato Nicolas Bourriaud appunto in Forme di Vita e in quella performatività egoriferita approfondita da Valentina Tanni in Memestetica. L’ago della bilancia di tutto questo sarà intimo e perverrà proprio dagli orientamenti interiori e dai comportamenti che vedranno gli esseri umani consapevoli di far parte parte di un insieme e forse qualcosa di più.

Georges Salameh, LET US STOP AND WEEP

Info: www.kalsaartdistrict.com
www.associazionemeno.org
www.dimoraoz.it

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