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FERRARA | Palazzo dei Diamanti | 10 marzo – 9 giugno 2013

Intervista a DOMINIQUE PAÏNI di Massimo Marchetti

La mostra Lo Sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti offre un ricco approfondimento dell’opera del grande regista ferrarese nel centenario della nascita a partire dai materiali raccolti nel suo vasto archivio donato negli anni Novanta alla città. Mostrare l’opera di un regista cinematografico fuori dal suo spazio d’elezione, la sala buia, non è certamente un compito facile: una mostra di questo genere rischia facilmente di assumere un tono accademico o da reliquiario di memorie personali. Quando si tratta poi di un autore complesso e discusso come Michelangelo Antonioni la sfida è ancora maggiore, il problema è innanzitutto di non tradire il cuore dell’oggetto indagato, ossia quelle immagini che portano con loro atmosfere rarefatte, sguardi geometrici e disarmonie sentimentali. Il lavoro del curatore Dominique Païni, critico e teorico del cinema già direttore della Cinémathèque Française, è invece risultato di grande intelligenza. Dando forma ad ambienti avvolgenti e senza dimenticare degli elementi di spettacolarità dati dalle proiezioni di sequenze scelte scientificamente, il curatore ha realizzato una mostra dove emerge la sua “filosofia dell’archivio”, un’entità che non è semplicemente un deposito di materiali più o meno preziosi, ma un organismo ancora vivo che viene fatto reagire al nostro sguardo facendoci entrare in un flusso visivo denso di vibrazioni e di tracce “sentimentali”. Abbiamo quindi chiesto direttamente a Dominique Païni di descriverci alcuni aspetti di questo progetto.

L’Archivio Antonioni è costituito da oltre 40.000 pezzi. Quali principi ha seguito nella scelta del materiale per costruire questa mostra?
In primo luogo i pezzi più “visivi”, i più plastici. Poi i documenti (corrispondenze, articoli di giornale, libri…) che potevano presentare un po’ di familiarità per il pubblico italiano. Per il resto ho preferito ciò che poteva permettere di conoscere meglio la personalità intima di Antonioni, una personalità che si scopre piuttosto diversa rispetto ai caratteri estetici veicolati dai suoi film come astrazione, vuoto, silenzio, una certa freddezza.

Qualche anno fa lei ha scritto un libro sul modo in cui il cinema può essere esposto in un museo. Per il visitatore che tipo di esperienza può essere una mostra come questa? Che ruolo gioca l’architettura del display?
L’opera di Antonioni si presta a essere esposta più di quelle degli altri registi della sua generazione. Tra l’altro lui stesso era un pittore. Anche se la sua opera pittorica non è quella di un grande pittore del XX secolo, ha comunque sviluppato una qualità rigorosa e costante nel corso degli anni.
Le Montagne incantate permettono di comprendere il senso dello spazio delle inquadrature di certi film, soprattutto del periodo che va dal Deserto rosso a Professione Reporter. Si tratta di un’attività interiore prima ancora che visiva, ed è un’opportunità rara quella di poter esporre il lavoro plastico di un cineasta. Antonioni è stato anche molto attento a far seguire le riprese dei suoi film da bravi fotografi come Sergio Strizzi e Bruce Davidson e anche questa è un’altra opportunità per esporre il lavoro di un cineasta. Ma soprattutto la presentazione dei suoi piani-sequenza in uno dei palazzi più rappresentativi del Rinascimento, fa sì che questi film si impregnino della tradizione plastica italiana, che si provochi un choc, una contaminazione “inattuale, intempestiva e critica”, per riprendere le celebri parole di Nietzsche nelle sue considerazioni sulla storia. Sarebbe stato emozionante installare qualche inquadratura dei suoi film anche fra gli affreschi del grande salone al piano nobile di Palazzo dei Diamanti. Il tempo che separa la scuola ferrarese del Cinquecento e il cinema del Novecento sarebbe sembrato molto più ridotto.

L’intero percorso della mostra è accompagnato dal colore, passando in una sequenza di sale essenzialmente monocrome. Attraverso questa modalità quale visione vuole offrire del cinema di Antonioni?
L’opera di Antonioni ha respinto il più possibile la “fatalità del colore”. La monocromia è uno dei mezzi per deviare dalla banalità naturalista del colore. Il cinema d’Antonioni è piuttosto un cinema marcato dalla geometria. Ciò non vuol dire che sia un cinema freddo e “calcolato”, ma è un cinema di linee, un cinema di incontri, un cinema di punti mobili – i personaggi – che percorrono delle superfici inizialmente vuote. Queste superfici traggono la loro legittimità architettonica, urbana, sociale e sentimentale proprio da questi movimenti. Antonioni in questo è vicino a un Piero della Francesca, è il regista e l’organizzatore di questi percorsi. I personaggi camminano molto nei suoi film. Parlano molto (comunicano molto di più di quanto non sia stato detto!) e si spostano altrettanto: errano senza meta, basti pensare a Jeanne Moreau nella Notte fino a Jack Nicholson in Professione Reporter. E cosa dire delle passeggiate di Delon e della Vitti nell’Eclisse e di quelle dei giovani americani in Zabriskie Point? Un cinema in un qualche modo “di pittura”, ma in cui i movimenti di pennello di un Rothko o di un Pollock sono rimpiazzati dalle traiettorie dei personaggi nello spazio della “tela” dello schermo.

Nell’archivio quali sono i pezzi che lei ha trovato più interessanti? C’è stato qualcosa che le ha offerto una qualche sorpresa?
Gli album della sua collezione di cartoline dei ritratti delle star di Hollywood e i foto-romanzi che hanno ripreso i film principali e più difficili sono particolarmente interessanti. I taccuini delle note di preparazione dei film poi sono molto emozionanti.

In che momento della sua vita lei ha conosciuto il cinema di Antonioni e quali ricordi le sono rimasti di quell’incontro?
Ho incontrato l’opera di Antonioni soprattutto grazie a Blow up e poi all’Eclisse. Ho rimandato per molto tempo il mio approccio a quest’opera perché mi sembrava molto contemporanea e avevo paura (un po’!) di scoprire degli elementi intimi troppo segreti della mia personalità. Antonioni, per certi uomini della mia generazione, ha costituito una sorta di “psicanalisi” perché il suo cinema è particolarmente sensuale, audace e qualche volta impudico sull’anima degli uomini e delle donne della seconda metà del XX secolo. Ed essendo io un uomo uscito (da molto tempo) dalla giovinezza sono felice di aver avuto l’occasione di conoscere meglio quest’opera.

Ritiene che esistano delle differenze nel modo in cui oggi il cinema di Antonioni è considerato in Italia e in Francia?
In Italia Antonioni è stato scandalosamente dimenticato. È pertanto il cineasta che ha detto le cose più precise sull’inizio del nostro XXI secolo, quello che l’ha meglio prefigurato. Gli altri grandi cineasti italiani sono piuttosto rivolti al passato: Visconti e il Risorgimento e l’Ottocento in generale, Pasolini l’antichità, il Rinascimento e il fascismo, Fellini non cessa di sognare con nostalgia su un’Italia che non esiste più, fatta di clown pittoreschi e di grandi femmine erotiche, di una Roma ormai andata (e si lamenta come tutti della televisione)… Anche Rossellini non smette di ritornare alle grandi personalità che hanno fatto l’umanità o a Luigi XIV! Solo Antonioni affronta il presente: Delon nell’Eclisse è la prefigurazione degli squali della borsa che oggi hanno precipitato il mondo nella crisi! Antonioni fu sempre nel presente. Nonostante ciò non l’amiamo molto, perché spesso il presente e l’evidenza confondono. La Francia, con l’importanza che ha dato al cinema nella sua cultura moderna, ha difeso Antonioni più di altre nazioni. La Nouvelle Vague ha amato Antonioni. Oggi è il cinema asiatico che ne è influenzato, l’Italia e la televisione di Berlusconi hanno fatto di tutto per far dimenticare questo immenso artista che aiuta a comprendere il mondo attuale.

Nell’ultima sala della mostra viene sottolineata l’importanza di un film un po’ dimenticato come Identificazione di una donna, che in Italia non ebbe successo. Dopo di quello ci fu la malattia e tutto ciò che Antonioni riuscì a girare in seguito è generalmente considerato di poca importanza. Cosa pensa della sua ultima produzione, che ha visto anche il ritorno al documentario?
L’ultimo piccolo documentario consacrato al Mosè di Buonarroti è magnifico. È un grande autoritratto come i più grandi pittori sanno fare. Amo molto anche il piccolo film realizzato per la televisione, Ritorno a Lisca Bianca, questo ritorno all’Avventura. Tre di quattro episodi di Al di là delle nuvole sono decisamente riusciti, in particolare quello interpretato da Sophie Marceau dove Antonioni rivela il suo eccezionale sguardo da rapace predatore della bellezza femminile. Come Picasso o i più grandi maestri di tutti i tempi, Antonioni “filmava poiché desiderava. E non ha mai finito di desiderare” (una piccola parafrasi di una formula autobiografica di Roland Barthes).

Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti
a cura di Dominique Païni

10 marzo – 9 giugno 2013

Palazzo dei Diamanti 
Corso Ercole I d’Este 21, Ferrara

Orari: lunedì 14.00-19.00, martedì-domenica 10.00-19.00
Ingresso:  Euro 10,00; Euro 8,50 6-18 anni, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate, gruppi (minimo 15 persone); Euro 4,00 scuole con 2 accompagnatori gratuiti per ogni classe; gratuito bambini sotto i 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino, militari in divisa

Info: +39 0532 244949
diamanti@comune.fe.it
www.palazzodiamanti.it

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