Ti sarà inviata una password per E-mail

GiaMaArt studio
Vitulano (BN)

Maurizio Cariati. Onde di luce (di Francesca Di Giorgio)

GiaMaArt inaugura una nuova stagione. Dopo Tratti Tangenti, la collettiva da poco conclusa, la galleria continua su una strada coerente: promozione della giovane arte con particolare attenzione per la pittura figurativa. Onde di luce di Maurizio Cariati arriva come ulteriore conferma.
Un nuovo ciclo di lavori su juta nera – come superfici piane (e piane del tutto non sono perché volutamente deformate) con delle increspature sorprese dall’incidenza di un fascio di luce – si protende verso il nostro sguardo. Ai personaggi ritratti piace essere guardati e in fondo a noi non dispiace l’idea di assecondarli.
 Ma siamo sicuri di ciò che stiamo guardando? 
L’interrogativo attraversa secoli d’arte e non a caso è il volto che si fa tramite per veicolare disperazioni, anomalie, ossessioni, angosce e malattie, di cui l’uomo rifiuta la visione.
 A partire dai titoli Cariati stabilisce le regole di un doppio linguaggio: uno interno alla ricerca, che si confronta con una tradizione immensa e da lì attinge rinnovandone il linguaggio tra passato e presente, uno esterno, rivolto a chi guarda e che ha a che fare con noi come a dire «Voi siete questo ma dovete ancora accorgervene!»


Francesca Di Giorgio: L’amante, La contessa, L’alienato… Una carrellata di volti/tipi guardano sapendo di essere guardati, o forse, aggettando dalla bidimensionalità della tela richiamano disperatamente la nostra attenzione: Guarda me!, Sono io!, Apri sono Celestino!… Parlami di loro, alcuni potrebbero essere i nostri vicini di casa…
Maurizio Cariati:
«Ehi guardami dico a te!». Tra l’osservatore e le mie opere c’è un continuo richiamo, un vero e proprio rincorrersi fatto di occhiate veloci e di sguardi profondi, che fanno sì che dall’ambiente in cui ci troviamo non si possa sfuggire, perché siamo circondati da protuberanze che ci vengono incontro per cercare un dialogo diretto.
I soggetti sono, in alcuni casi, persone che conosco personalmente, in altri, perfetti sconosciuti; quello che mi preme è far interagire l’osservatore e le immagini, partendo anche dai titoli utilizzati, che suggeriscono un’attenzione particolare e una scelta emozionale che permetta ad ognuno di noi di riconoscerci o di riconoscere un proprio vicino e/o vicina di casa… magari dai tratti strani…

Torniamo ai titoli delle opere, all’ironia che trasmettono. C’è qualcosa di buffo e allo stesso tempo inquietante nei volti ritratti. Chi sono gli “antenati” del tuo lavoro? Come sei arrivato a questo punto della ricerca?
Sì, i titoli sono molto importanti nelle mie opere, sono in stretta relazione con il volto ironico e beffardo dell’immagine raffigurata, che sembrerebbe rubata dallo spioncino di una porta, o da una foto fatta con il fish-eye. Se i volti, a primo impatto, trasmettono una sensazione di ilarità, dopo un’attenta analisi attraverso i tratti e gli sguardi ci conducono ad una riflessione che inevitabilmente riconduce ad uno studio fisiognomico, che per certi versi ricorda gli Alienati di Gericault ma anche i volti di Lotto, Ribera, Rembrandt e Bacon o gli studi di Leonardo. Nei volti ritratti questi artisti cercavano di riversare monomanie, follie, stati d’animo angosciosi, disperati. Allo stesso modo i miei volti deformati, grazie anche all’estroflessione che sottolinea diversi lineamenti di un viso o particolari nascosti di un’immagine, invitano lo spettatore a riflettere sui propri stati d’animo.

Metti il dito nelle piaghe di paradossi e fenomeni della visione… il forte potere illusionistico, che Lorenzo Canova ascrive ad una lunga tradizione di storia dell’arte – quanto quella del ritratto – porta con sé una serie di interrogativi su ciò che è reale e ciò che appare. Qual è la tua verità?
Il ritratto è uno dei più antichi generi pittorici che la storia dell’arte abbia conosciuto. Ciò testimonia che da sempre l’uomo è animato da un profondo e grande desiderio: lasciare la propria immagine impressa su qualsiasi supporto per opporsi all’avanzare del tempo. Da queste riflessioni nasce la mia scelta di lavorare sul ritratto che affonda le radici nella fisionomia tra i canoni della bellezza ma anche della bruttezza. Guardando i miei ritratti ciò che appare è una realtà dove la materia-segno, superficie e volume, luce e ombra costruisce una rappresentazione dell’interpretazione tra l’interiorità e l’apparenza dell’uomo.

L’estroflessione della tela di juta grezza, tuo supporto prediletto, ha fatto parlare, da subito di un “debito” dichiarato nei confronti di Burri. Ci spieghi questa scelta e in quale misura attingi dai grandi riferimenti dell’arte?
L’idea di dipingere sulla juta grezza, materiale povero che da sé ha una propria storia e cultura, richiama senza alcun dubbio l’artista Burri, ma nasce da un senso di legame più profondo, un filo diretto che riporta alla mia terra e alle mie origini, all’uso dei sacchi in juta grezza in campo agricolo.
Mi interessa che attraverso la superficie ci sia un connubio tra passato e presente, che dalla mescolanza di materiali e soggetti rappresentati nasca un’opera tra innovazione e tradizione.
Se è vero che “dal nulla non nasce nulla”, ogni artista contemporaneo ha guardato e studiato i grandi maestri del passato… per poi reinventare una propria cifra pittorica, in questo modo il mio lavoro affonda le proprie radici nello studio di numerosi artisti della grande tradizione, ma per poi venirne fuori attraverso uno slancio tridimensionale moderno e innovativo.

Onde di luce pone l’attenzione su di un elemento importantissimo del tuo fare pittorico…
In ogni opera che ho realizzato protagonista assoluta è la luce, ma anche la materia che è strettamente connessa all’immagine. In alcune zone ci sono dei grumi di pittura lasciati lì di proposito, che una volta illuminati ne costruiscono i lineamenti.
Inoltre volevo che i volti deformati che esplodono dal buio della superficie potessero interagire con lo spazio vuoto della galleria che in questo modo andrebbero ad occupare.

Esiste un punto di vista privilegiato per osservare un tuo lavoro?
Nel mio lavoro non esiste un punto di osservazione privilegiato, di fronte alle mie opere si scoprono varie letture che permettono di cercare un proprio punto, il punto “migliore” per chi osserva, perché ognuno di noi ha una visione personale, un pensiero diverso e una sensazione “unica”.

Da GiaMaArt presenti un nuovo corpus di lavori. Sono anime separate o in qualche modo concepite per dialogare tra loro come in un vero e proprio ciclo?
La mostra Onde di luce è un progetto che nasce dalla sperimentazione che ho voluto condurre sull’uso della juta nera come supporto, creando questo insieme di opere che non fossero ognuna fine a sé stessa ma che potessero comunicare tra loro. Da questa idea di correlazione nascono anche i dittici immersi in un dialogo intimo e personale.
La mostra poi accorpa opere di varie misure, studiate e pensate appositamente per ogni singolo spazio e angolo della galleria, con l’intento di creare anche una vera e propria armonia tra loro e lo spazio stesso.

La mostra in breve:
Maurizio Cariati. Onde di luce
a cura di L. Canova
GiaMaArt studio
Via Iadonisi14, Vitulano (BN)
Info: +39 0824 878665
Inaugurazione sabato 25 settembre 2010
25 settembre – 25 dicembre 2010

In alto:
“Alienato 4!”, 2010, acrilico su juta nera estroflessa, cm 20x20x11

Sotto:
“L’amante!”, 2010, acrilico su juta nera estroflessa, cm 20x20x10

Condividi su...
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Questo sito utilizza i cookies per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se continui a navigare accetterai l'uso di tali cookies. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi