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MILANO | PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea | 2 luglio – 13 settembre  2020

di ALICE VANGELISTI

In una stagione espositiva profondamente segnata dalle distanze imposte dalla situazione post Covid-19, anche il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano riapre al pubblico con Made of Sound, parte di una nuova edizione di PERFORMING PAC, la quale rivisita il format primaverile dedicato all’indagine circa un tema attuale nell’ambito degli studi delle arti visive, concentrandosi in questo caso particolare sull’interazione tra suono e immagine. Una versione estesa rispetto alla “tre giorni” ideata nel 2018, ma che diventa un modo per esplorare più a fondo questo tema e allo stesso tempo raccontare anche il rallentamento che abbiamo forzatamente vissuto in questi mesi, caratterizzato da uno scorrere incessante di suoni e immagini in movimento.
Nel percorso espositivo si passa attraverso poetiche e lavori completamente diversi, ma essenzialmente uniti dalla ricerca e dall’attenzione per il suono, indagato e sperimentato attraverso differenti mezzi artistici.

Laurie Anderson, Duets on Ice, still da video della performance, The Record Of The Time, PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano 2003 Courtesy of the artist e PAC

Si susseguono in questo modo i lavori di artisti che utilizzano suono e musica nella loro produzione, passando dai colori della strada all’algida bellezza del ghiaccio, da una melodia malinconica a una musica senza tempo. Ogni sala permette così di entrare nei diversi universi creativi di queste piccole “monografiche indipendenti”, unite tra di loro dal grande filo rosso del suono.
Madrina ideale dell’intera esposizione è Laurie Anderson (1947), icona dell’arte multimediale, che apre la prima sala con un racconto visivo legato in particolare al PAC. Infatti, è qui proiettata per la prima volta la documentazione video della performance Duets on Ice, che l’artista newyorkese ha realizzato a Milano in occasione della sua antologica The Record of Time del 2003. Quest’ultima è ricordata attraverso una serie di fotografie e materiali d’archivio, i quali delineano non solo una ricostruzione storica della mostra, ma anche i tratti salienti dell’estetica propria dell’artista, la quale esplora nella sua produzione un immaginario fatto di voce, suono, parole, spazi e “alter ego”. In particolare, l’attenzione è rivolta alla sua performance inaugurale, testimoniata dalle fotografie e dai pattini che l’artista ha indossato, ma anche e soprattutto dal video a due canali, il quale pone quindi l’attenzione su due punti di vista diversi: da un lato si focalizza sull’artista, documentando la performance in tutta la sua durata; dall’altro mette al centro il pubblico, il quale interagisce direttamente con la mostra e le opere esposte.

Invernomuto, Verso l’Europa deserta Terra Incognita, veduta della mostra Made of Sound (Performing PAC), PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, 2020 Photo by Claudia Capelli

Proseguendo nel percorso espositivo si giunge alla sala dedicata a Invernomuto (Simone Bertuzzi, 1983 // Simone Trabucchi, 1982). Il duo presenta l’installazione audiovisiva Vers l’Europa deserta, Terra incognita (2017), realizzata in collaborazione con la crew francese dei PNL, della quale fanno parte i due ragazzi protagonisti del video. Ragionando sul tema di una periferia “allargata”, prende vita un racconto visivo in cui il mondo dei social – in particolare quello legato a Instagram e Snapchat – è esaltato: ormai, infatti, è entrato a far parte delle nostre vite e ha creato un’estetica che domina anche il nostro immaginario. Muovendosi così in paesaggi urbani di periferia che spaziano dalla Francia all’Italia, i due protagonisti diventano i modelli ideali per raccontare questa auto-rappresentazione di sé tipica delle culture giovanili suburbane, influenzate appunto dall’utilizzo dei social. Il video si svolge in un eterno loop tra Parigi e Scampia, tra interni lussuosi e esterni “devastati”, in cui la rappresentazione di sé davanti a un pubblico assente fa da padrone. Al fianco delle immagini emerge però anche la colonna sonora, ad opera dei musicisti Robert Girardin e Lorenzo Senni, la quale prepotente e ridondante interrompe il senso di eterna e metodica ripetizione dando vita a suggestioni diverse nel corso del susseguirsi incessante del viaggio dei due protagonisti sempre “in movimento”.

Barbara and Ale, The sky is falling, 2017, still da video Courtesy the artists

Abbandonando i toni suburbani, si viene avvolti dal vento gelido delle Alpi svizzere e dalla dolce melodia che cerca di sovrastarlo. Qui, The Sky is falling (2017), il video realizzato da Barbara and Ale (Barbara Ceriani Basilico, 1979 // Alessandro Mancassola, 1979), trasporta in un mondo completamente diverso da quello mostrato nella sala precedente. Un uomo, piccolissimo, abbandonato tra la neve e il ghiaccio, nella maestosità imperante delle montagne circostanti, è accompagnato solamente da un vibrafono e dà vita a una melodia che sfida la forza della natura. Elio Marchesini, musicista e percussionista del Divertimento Ensemble, diventa il protagonista insieme alla natura di questo video, in cui il dialogo serrato tra i due fa emergere di volta in volta sfumature di suono differenti: da un lato il sovrastante rumore del vento, dall’altro la vibrazione metallica prodotta dallo strumento sapientemente condotto dal musicista. Così, in un paesaggio inospitale si eleva questa melodia, scompare, ricompare e resiste alle folate continue e all’incessante incedere delle nubi che tingono sempre più di bianco la scena. Il musicista però continua a creare, sempre più solo e smarrito nel paesaggio, ostinato a non perdere il controllo e cedere così alla forza travolgente della natura.

Jeremy Deller e Nick Abrahams, Our Hobby is Depeche Mode, 2006, still da video Photo by Jeremy Deller, Courtesy the artists e The Modern Institute Toby Webster Ltd, Glasgow

Lasciandosi alle spalle il bianco imperante delle Alpi, si approda nell’universo della musica elettronica raccontato dal documentario Our Hobby is Depeche Mode (2006), girato da Jeremy Deller (1966) in collaborazione con Nick Abrahams, i quali danno vita a una narrazione a più voci per evocare la storia di fede e devozione assoluta dei fans per la band inglese. Le storie personali si intrecciano così tra di loro e conducono a una riflessione più profonda su come questo fenomeno di condivisione della cultura pop diventi in realtà una sorta di ossessione. Scorrono così le differenti testimonianze da tutto il mondo, che ricordano il primo concerto, le canzoni preferite, aneddoti della vita indissolubilmente legati ai Depeche Mode. Nasce così una narrazione che indaga lo stretto legame che i fans hanno saputo instaurare con la band, sottolineando anche l’atteggiamento un po’ caotico e imprevedibile di questi ammiratori, in profondo contrasto con l’immagine accuratamente studiata del gruppo.
Da un mondo legato al fandom, si passa invece a un altro aspetto della musica, indagando il tema dell’appropriazione, inteso sia nell’ambito artistico che in quello musicale. João Onofre (1976) presenta quindi il video Untitled (n’en finit plus) (2010-2011) in cui una ragazza canta “La nuit n’en finit plus” di Petula Clark all’interno di una grande buca scavata in un prato. Si tratta di un video suggestivo, evocativo e per certi versi anche criptico, in cui la melodia a cappella intonata dalla voce potente della ragazza si riverbera nello spazio buio, accentuata dai leggeri echi di una canzone che parla di desiderio, ma perde il suo significato e la sua essenza una volta che le parole vengono cantate da un’adolescente, ancora immatura e incapace di esprimersi come un adulto.

Joao Onofre, Untitled (n’en finit plus), 2010-11, still da video Courtesy Cristina Guerra Contemporary Art, Copyright Joao Onofre, 2010

Salendo nella galleria, ci si immerge nell’universo dell’advertising con una riflessione anche sul rapporto tra la visione antropocentrica e l’infinito del cielo. Pamela Diamante (1985) con l’installazione inedita Generare corpi celesti – Esercizi di stile (2020) mette in scena un insolito cartellone pubblicitario in cui l’occhio umano diventa il display sul quale scorrono i diversi loghi di famose multinazionali. Il video è però accompagnato anche dalla voce di Paolo, ipovedente, il quale racconta l’emozione del ricordo di osservare le stelle: le sue parole, scomposte dall’artista in collaborazione con il composer Marco Malasomma, danno vita a una nuova composizione musicale in profonda contrapposizione con l’aspetto più “commerciale” trasmesso nel video. Ad amplificare questa idea legata all’elemento celeste, “avvolgono” il visitatore due tele di grandi dimensioni dipinte da Antonio, non vedente dalla nascita, il quale rappresenta ciò che non ha mai potuto osservare: il cielo stellato.
Passando poi sulla balconata, è esposta la serie Note (2017), realizzata da Pamela Diamante utilizzando della pietra di Apricena. La particolarità di quest’ultima la porta a mostrare il passaggio del tempo, cristallizzato negli strati sedimentati che tracciano anche una serie di linee rossastre, racchiuse dall’artista in un grafico frequenza-intensità. Il segno appena accennato che testimonia la storia della pietra e il leggero intervento a grafite danno vita a una composizione semplice e minimale, accompagnata da brevi frasi che fanno riflettere: alla materia non viene chiesto di assumere nuove forme per creare rappresentazioni oggettuali, ma si dà vita a una lettura diversa per osservare l’essenza stessa delle cose.

Marie Cérisier, Pile à CD, , veduta della mostra Made of Sound (Performing PAC), PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, 2020 Photo by Claudia Capelli

Da quest’ultimo intervento minimale che coinvolge un diverso punto di vista per l’osservazione, si conclude nel parterre, in cui è allestita l’installazione Pile à CD (Pila di CD/Pila da Cedere) di Marie Cérisier (1996), in cui si ricerca un’interazione attiva da parte dell’osservatore. Infatti, l’artista chiede che il visitatore interagisca con questa pila di CD disposti in un equilibrio precario, invitandolo a smontarla e a portarsela via pezzo dopo pezzo, in un dialogo tra storia individuale e collettiva condotta attraverso questi “frammenti”, i quali testimoniano il tappeto sonoro della musica che accompagna la nostra quotidianità.
L’operazione quindi di far dialogare ricerche così diverse e distanti è sicuramente riuscita a delineare uno spaccato del panorama del continuo e stimolante dialogo tra suono e arte, con l’unico neo della sovrapposizione di “interferenze sonore” tra i diversi lavori, dove i suoni più potenti e forti sovrastano quelli più delicati e leggeri delle sale vicine. Lungo il percorso prende però magistralmente forma un racconto visivo e sonoro che trasporta il visitatore in piccoli ritagli di realtà, dando vita a una narrazione condotta su più piani di lettura e di resa estetica intorno al tema del suono.

Made of Sound | Performing  PAC
a cura del Comitato Scientifico del PAC

2 luglio – 13 settembre 2020

PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea
via Palestro 14, Milano

Orari: giovedì-domenica 11.00-20.00
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria

Info: www.pacmilano.it

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