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INTERVISTA DI FRANCESCA DI GIORGIO

L’ultima volta che ci siamo incontrate era in partenza per Arte Fiera e in lavorazione con la nuova serie, che oggi presenta in anteprima alla DAC di Genova. Nell’intervista pubblicata sul numero #69 (febbraio-marzo) abbiamo parlato soprattutto di Hòtel Rèverie di ciò che ha rappresentato il ciclo che, a distanza di un paio d’anni dalla sua realizzazione, continua ad avere fortuna. Silvia Noferi, con riservatezza mista a timore, accennava soltanto a ciò che ha portato ad esporre in questa nuova personale genovese. Sottovetro segna un cambiamento di rotta che “complica” un po’ le cose e restituisce un pensiero che dà forma ad una distanza. Guardare ma non toccare. Il vetro lascia vedere ma non permette di partecipare realmente a ciò di cui l’uomo può fare esperienza come mero spettatore di una vetrina da museo: lettura romantica di un rapporto in conflitto contrapposto al raziocinio dell’indagine scientifica che, pur avendo fatto passi da gigante, deve meditare sulla sua strada. La riflessione sulla “crisi di coppia” uomo-natura riparte da zero, da quel senso di esplorazione apparentemente perduto o, forse, solamente mutato…


Francesca Di Giorgio:
Sottovetro. Viene da pensare a una teca da museo, a un filtro che protegge, scherma, separa… Sembra che tu abbia in mente un’idea ben precisa di chi/cosa ci sia sotto quel vetro. È così?
Silvia Noferi:
La parola “sottovetro” mi evocava un distacco emotivo, la distanza dalle cose, l’osservazione scientifica, la fissità. Ho ricollegato il guardare le cose attraverso una vetrina, come in un museo, per studiare, preservare, forse perché solo lì è possibile conservare ciò che via via sta sparendo. L’idea era quella di dare forma al mio pensiero sul nostro vivere odierno, sulla distanza che abbiamo posto tra noi e gli elementi del paesaggio, della natura. Un tema sul quale ultimamente mi sono trovata a riflettere spesso. Quello tra uomo e natura è un rapporto entrato in un problematico conflitto che apre a scenari carichi di incertezze.Quasi un amore perduto. Oggi la tecnologia pervade le nostre abitudini, funziona da tramite tra noi e il mondo. Il nostro modo di viaggiare, di esplorare è totalmente cambiato. Credo di parlare di questo indirettamente.

Hai spesso cercato ambienti chiusi per lo sviluppo dei tuoi “set”: un hotel in rifacimento, camere da letto, stanze, bagni, aule di una scuola. Ora, il rapporto uomo/natura ti spinge ad uscire fuori…
Non avere una location precisa ha complicato le cose, ma ha anche offerto nuovi spunti. Per i paesaggi sono tornata in luoghi che mi avevano colpita per il forte contrasto tra naturale e artificiale, come le centrali sul mare o quella geotermica di Larderello. Il Museo della Specola, invece, mi ha permesso di rappresentare il mondo animale con una duplice valenza: di cosa preziosa da preservare e di cosa relegata ormai ad esser vista in un museo. Un’altra cosa che mi interessava era creare una distanza tra questi vari elementi: presenza umana e paesaggio, per questo ho deciso di ritrarre le persone in studio.

In molti tuoi lavori precedenti la concentrazione era rivolta soprattuto al soggetto ritratto, al suo agire sulla “scena”, che faceva da tramite per una lettura mai univoca dell’immagine. Ora “sdoppi” la loro presenza di faccia e di schiena e costruisci un dialogo tra dittici e trittici…
Per me questi lavori sono delle piccole coreografie mute. Le figure guardano, osservano e, deluse, voltano le spalle al pubblico. C’è una sorta di romanticismo melanconico nella teatrale messa in scena di questo voltarsi. Penso al trittico della ragazza con il binocolo, per esempio: è come se cercasse di guardare ad un paesaggio ideale e restasse delusa.

Una donna che guarda un planisfero con in mano la miniatura di un mappamondo, un bambino che osserva al microscopio, una ragazza con la girandola… Tornano protagonisti gli oggetti. Che ruolo hanno in questa nuova serie?
Gli oggetti di uso scientifico, i mappamondi, i binocoli da teatro, si sovrappongono al ricordo dell’infanzia, trasformando le figure in allegorie di una purezza originaria. Molte delle persone ritratte si sottraggono alla vista per mostrare strumenti di rappresentazione del mondo, che poi diventano nient’altro che giocattoli nelle loro mani. Sono oggetti simbolo di una parte bambina delusa in ognuno di noi, un riferimento anche ad un passato in cui l’uomo esplorava il mondo con un senso diverso.

Progetti futuri?
Il mio ultimo lavoro è esposto fino al 4 giugno alla DAC di Genova, con la quale
 sarò anche a The Road to Contemporary Art a Roma, dal 6 all’8 maggio.
 Il 7 maggio inauguro una personale con il precedente lavoro, Hòtel Rèverie, alla galleria PrimoPiano di Napoli, dopodiché la mostra si sposterà in Finlandia.

La mostra in breve:
Silvia Noferi. Sottovetro
DAC – De Simoni Arte Contemporanea
Piazzetta Barisone 2R, Genova
Info: +39 010 8592283
www.galleriadac.com
13 aprile – 4 giugno 2011

In alto:
“Sottovetro#5”, dittico, 2011, stampa inkjet montata su alluminio
In centro:
“Sottovetro#1”, dittico, 2011, stampa inkjet montata su alluminio
In basso:
“Sottovetro#4”, trittico, 2011, stampa inkjet montata su alluminio

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