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MILANO | GALLERIA GIOVANNI BONELLI e Lis10 Gallery | 2 dicembre 2021 – 29 gennaio 2022 

di REBECCA DELMENICO

Procede, a Milano, la collaborazione fra la Galleria Giovanni Bonelli e Lis10 Gallery con la doppia personale Shapes of Humanity, a cura di Alessandro Romanini, che mette in dialogo le sculture di Aron Demetz e le pitture del camerunense Ajarb Bernard Ategwa. Questa esposizione è il proseguimento di un progetto che mette in confronto artisti contemporanei italiani e africani.

Due visioni a confronto, due mondi iconograficamente ed espressivamente diversi, da un lato le grandi tele colorate di Ajarb Bernard Ategwa che ci trasportano nel caos e nella brulicante esistenza della sua città, Douala, evidenziandone aspetti sociali e culturali, dall’altro le sculture di Aron Demetz, tra i più acclamati scultori contemporanei, che presenta per l’occasione una nuova serie di lavori dove sperimenta su legno e metalli, anteponendo l’intervento umano all’azione della natura sulla materia, avvalendosi in alcune sculture della tecnologia digitale. Queste figure, contraddistinte da colori più tenui rispetto all’esplosione cromatica che vediamo nelle tele di Ajarb Bernard Ategwa, travalicano la dimensione corporea per ascendere a una dimensione esistenziale, resa dall’artista con una scelta stilistica dove i contorni sono interrotti da linee e sfilacciature eppure restituiscono la forma originaria, quella di corpi umani in un gioco di pieni e vuoti che catturano la luce. Figure anonime accomunano le opere dei due artisti, anonime e perciò emblematiche di un’intera umanità.

Shapes of Humanity, Ajarb Bernard Ategwa – Aron Demetz, installation view. Foto Nicola Gnesi Studio. Courtesy Galleria Giovanni Bonelli

Ajarb Bernard Ategwa si ispira a scene di vita quotidiana nella sua città, Douala, cristallizzandole in grandi tele che ci portano in un contesto frenetico e colorato. Il colore è molto importante nella poetica di Ajarb Bernard Ategwa che ne conferma la forte valenza simbolica nei dipinti dove risaltano il giallo, il blu, il rosso, il marrone e altri colori che richiamano la sua terra, come afferma lo stesso artista “I colori hanno un forte significato nelle mie opere, ad esempio moltissimi paesi africani sono identificati da un colore, così per me unire molti colori è come unire l’Africa”. Nelle tele siamo posti frontalmente a scene tratte dal palcoscenico della vita comune, dai mercati per le strade pullulanti di una folla variegata di figure che si affastellano come in The Kololo market e Central Market ai commercianti che, in attesa di clienti, espongono le loro merci, o sono intenti in una trattativa come si evince da Buy Garie. Blue, invece, allude alla pandemia da covid 19, le persone indossano le ormai necessarie mascherine e altrettanto irrinunciabile è il cellulare, in Two good friends, i due amici sono seduti ognuno col proprio cellulare che ormai sembra vitale per sancire la propria presenza, il proprio esserci legato anche agli scatti postati in rete che rappresentano uno spunto per parlare dell’autorappresentazione al tempo dei social.

Ajarb Bernard Ategwa, Blue, acrilic on canvas, 2020, 215×260.5 cm. Courtesy Galleria Giovanni Bonelli

L’estetica vede sfondi movimentati da geometrie e colori che strizzano l’occhio alla pop art. Nei dipinti di Ajarb Bernard Ategwa i protagonisti sono privi di tratti somatici e la pelle è una variegazione di colori, un cromatismo particolare per cui la razza si annulla, solo gli abiti, le acconciature e i gioielli riportano ad un determinato contesto etnico e culturale. Le cromie sono stese in campiture sature che sono alternate con zone acquerellate, i contorni sono accentuati da un segno deciso e definito. Le tele catturano il tumulto di un momento di festa, un istante di vita familiare, un scorcio nella giornata che viene immortalato, l’artista narra gli avvenimenti quotidiani nel suo Paese in opere che diventano una documentazione del proprio tempo.

Ajarb Bernard Ategwa, Buy garie, 2021, acrilic on canvas, 135×122 cm. Courtesy Galleria Giovanni Bonelli

L’indagine di Aron Demetz è rivolta verso l’uomo e il suo rapporto con la natura che viene sfidata e plasmata in opere che restituiscono un senso di unione con la natura e, allo stesso tempo, lo scontro che viviamo, il nostro esserci alienati da essa. Aron Demetz considera i materiali come un archetipo da cui sfociano molteplici possibilità creative, dove alla base di tutto c’è la materia sottoposta all’usura del tempo, legata alle proprietà del materiale stesso, a cui si aggiunge l’intervento umano e, ora, anche l’intervento di un programma in cui viene fatta la scansione 3D di alcuni corpi umani con post-elaborazione al computer e quindi una fresatura robotizzata delle sculture per ottenere le sfrangiature volute dall’artista che, infine, esegue una modificazione in alcune parti.

Aron Demetz, Senza titolo, 2020, legno di faggio, 212x78x76 cm. Foto Egon Dejori

Demetz usa diversi materiali, oltre al legno anche metalli come il bronzo, che vengono lavorati in vari interventi dove l’azione umana implementa ma non surclassa la naturale trasformazione della materia. Ogni materiale, per l’artista, contiene un pathos esistenzialistico e afferma “Alla fine tutti i mezzi che utilizzo per realizzare le mie sculture sono comunque i miei attrezzi, ognuno di loro mi offre la possibilità di creare superfici differenti, un linguaggio comunicativo con diverse sfaccettature. Nel tempo i materiali mutano, è questo che affascina perché rappresenta una sfida continua con la materia, il troppo controllo blocca la ricerca creativa”. In mostra possiamo ammirare i lavori realizzati con l’ausilio di una fresa 3D, come le figure che sono poste frontalmente realizzate in legno di faggio, in cui, grazie all’intervento digitale su cui l’artista non ha il totale controllo, la fresa 3D va a intervenire su un materiale naturale come il legno, in una opposizione tra naturale e artificiale, in cui poi l’artista modifica il programma e, sfruttando l’hardware in modo singolare, riesce a far compiere alla macchina delle azioni che vanno a favore dell’idea finale. Si forma come una seconda pelle che crea una sorta di incomunicabilità tra le due figure, lasciando però intendere che sotto la lanugine si nasconde un corpo molto dettagliato e definito. Anche per opere come Alessia o Advanced minorities, l’artista ha sviluppato un sistema per irruvidire la superficie del legno, così che la peluria derivata dalla lavorazione della fresa diventasse sempre più lunga.

Aron Demetz, O.T., 2021, legno intagliato, 106x42x33 cm. Foto Egon Dejori

La serie di nuovi lavori in legno come O.T dove vediamo, tra gli altri, una evocativa figura femminile, sembrano a prima vista realizzati con la modalità 3D ma non è così, sorprendentemente gli interventi seguono solo gli anelli dell’albero, per cui in parte sono vicini alla logica delle lavorazioni al computer, quando invece è tutta natura e, con il dissolvere della scultura fino all’estremo punto di fragilità, Demetz riesce a mantenere la forma con gli anelli dell’albero che ne scandiscono il tempo di crescita.
Le opere che ne risultano hanno una forte presenza fisica interrotta da interventi che rimandano a una sfera oltre quella tangibile, per passare a una dimensione esistenziale che coinvolge a livello spirituale ed emozionale.
Pittura e scultura sono il mezzo d’espressione per indagare l’essere umano, il paradigma della vita nella nostra epoca, afferrandone lo spirito “che si cela nelle crepe che si insinuano fra il sublime e il grottesco dell’esistenza”.

Shapes of Humanity, Ajarb Bernard Ategwa – Aron Demetz, installation view. Foto Nicola Gnesi Studio. Courtesy Galleria Giovanni Bonelli

Shapes of Humanity
Ajarb Bernard Ategwa – Aron Demetz
a cura di Alessandro Romanini

2 dicembre 2021 – 29 gennaio 2022 

Galleria Giovanni Bonelli e Lis10 Gallery
Via L.P. Lambertenghi 6, Milano

Orari: dal martedì al sabato, dalle 11 alle 19

Info:
www.galleriagiovannibonelli.com | www.lis10gallery.com
info@galleriagiovannibonelli.it | info@lis10gallery.com

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