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Intervista a Sandra Tomboloni di Matilde Puleo

Nuovo palcoscenico e supporto dell’immaginazione, la recente scoperta della ceramica è per Sandra Tomboloni un altro modo per dare alla scultura il carattere del trapasso e del mutamento. Passaggi liquidi dai quali è possibile cogliere lo stato d’animo dell’artista, sempre attenta e sensibile ai momenti di transizione. La terracotta, il colore e il soggetto rappresentato acquistano forza ancora una volta grazie alla loro potenziale creazione d’immaterialità. Attraverso ondate di colore, processi lavorativi sapienti e nuove ricerche materiche – visibili anche nelle tele – l’artista continua a sviluppare la sua personale archeologia dell’infanzia senza dimenticare l’oggi. Tele, disegni e ceramiche sospese fra plasticità e pienezza cromatica raccontano una storia che in questa personale dal titolo Trasmigrazioni, presso la galleria Biagiotti a Firenze, sembrano fare riferimento al libro illustrato. Il bisogno di fissare nell’instabilità e nella precaria sostanza delle cose una modalità di sentire il mondo in bilico tra la concretezza della materia e la sua continua negazione, fa ridiventare la ceramica una tecnica primitiva da cui erompe una nuova volontà d’esserci.

Matilde Puleo: La migrazione cui fa riferimento il titolo di questa mostra ha a che fare con lo sconfinamento verso una dimensione interiore, manifestata oggi con più evidenza che in passato. A quale nomadismo ti riferisci?
Sandra Tomboloni:
Per il mio lavoro e per la mia vita, il fondamento di tutto è la migrazione. Il nomadismo, così come il “cercare oltre”, è spinto da una necessità primaria mai soddisfatta. Sento da sempre, per me, una forte assenza di collocazione: non c’era posto e continua a non essercene in un luogo “normale”. Da lì ho sentito troppo spesso d’essere emarginata fino a sentirmi proprio come un pesce fuor d’acqua! Allora ho cominciato a cercare e a creare un universo totalmente differente da quello che mi aveva rigettato. Cerco un mondo dove le diversità siano un valore e non un problema. Io, nella vita come nel lavoro, invento una casa; un porto franco dove tutti i colori, i corpi, le materie e soprattutto le anime, hanno diritto di cittadinanza. Essi sono uguali nelle differenze!

La tua è una ricerca di collocazione spirituale e materiale, che cerca come suo tramite una forma di scultura per te del tutto nuova…
Questa ricerca prima espressa con il pongo o la plastilina, quindi effettivamente fragile, rendeva palese la difficoltà della ricerca. Quella ricerca attraverso la vita, la mia vita, così fragile, volatile e da buttare. Ho cercato di sottolinearne la drammaticità nell’apparente gioco infantile dei colori. In realtà il pongo, era ME! Ero dentro quella materia. La mia vita che si creava e si distruggeva insieme. Insomma, mai come allora ho sentito la mia vita e la mia morte in mano! Ora come allora avverto questa urgenza. Anzi, direi ora più che mai! Anche se il pongo è stato sostituito dalla creta (che è senz’altro fragilissima!), il fondamento rimane lo stesso: io sono la materia, quella materia in cerca, che migra per cercare il suo diritto di cittadinanza. A differenza del pongo o della plastilina la ceramica per me rappresenta anche un ribadire con più forza il senso della fragilità della vita. Della mia vita.

Inconscio e sogno sono dimensioni che anche il tuo recente lavoro evoca. Ci racconti il bianco e nero e, quindi, l’inizio e la fine di questa mostra pensata come se fosse un libro illustrato?
Come ho già detto e ribadito, io sono la materia che uso. Il colore per me è la materia. Ho bisogno di esso perché mi rappresenta. Il colore per me è come la musica. Spesso faccio riferimento alla teoria dei colori e della musica di Kandinsky: ogni colore ha un suono, uno strumento, un’anima. Ognuno di essi ha diritto di cittadinanza. Nomade o clandestino ma con il diritto di stare in armonia con gli altri alla pari. In particolare mi ha sempre interessato quando Kandinsky parla del Bianco e del Nero paragonando il primo alla pausa tra nota e nota in un concerto o brano musicale. Il tramite cioè fra colore e colore in pittura. Ma ciò che più mi interessa è che il Nero è prima della fine di un concerto. Il silenzio prima dell’applauso. Tutto è perché finisce e tutto è perché comincia. Per me quindi, il nero è il tutto: la nascita e la distruzione; la morte, la materia, l’anima. Il nero (penso) sono io. Notoriamente mi vesto sempre (o quasi) di nero!

Nella serie dei disegni e nelle tele compaiono svariati animali. Cosa racconta la complessità e il calore del gatto nero, dei pesci e degli uccellini?
I colori, in particolare il nero e la materia sono la mia anima perché il nero è il tutto e il niente. Il bianco e il nero sfuggono a banali catalogazioni, perché sono primari. Vitali, veri e senza sovrastrutture come la forza, il nomadismo e la fragilità delle aquile degli uccellini o dei gatti, che mi accompagnano da sempre ricordandomi che si è perché si è e non perché si ha. Con questa affermazione sulla mia vita e il mio lavoro credo che sia evidente che non mi interessa affatto l’arte per l’arte e quindi come oggetto o qualcosa da possedere. Al contrario, per tutta la mia vita ho cercato di volare via prima di essere inchiodata e presa proprio come un oggetto da qualcosa o qualcuno che non mi apparteneva.

La cottura della materia e quindi la sua solidificazione sembra essere la questione filosofica fondante di questa tua nuova ricerca. Ci dici cosa significa per una maestra del pongo?
La ceramica per me rappresenta anche un ribadire con più forza il senso della fragilità della vita, anche se tutti vedono più solidità nella ceramica che non nel pongo. In realtà, è come un gioco a correre e rincorrere attraverso la luce della ceramica appunto il nomadismo e il carattere volatile dell’anima. Inoltre, la ceramica oltre essere fragilissima ben più del pongo, contiene i 4 elementi vitali, terra, acqua, aria e fuoco. Il fondamento cioè del mio lavoro: la drammaticità della costruzione e distruzione. La forza di questa materia è molto importante. Anche per le mie “tele” presenti in questo progetto alla galleria Biagiotti a Firenze, se ci fai caso, sono trattate più come bassorilievi che come quadri. In realtà, anche loro sono come materia in transito. Come l’idea di un paesaggio fantastico nato per essere distrutto. Come appunto la vita e la materia di cui è composta.

La mostra in breve:
Sandra Tomboloni. Trasmigrazioni
Galleria Biagiotti Progetto Arte
Via Delle Belle Donne 39r, Firenze
Info: +39 055 214757
www.artbiagiotti.com
16 aprile – 4 giugno 2011

In alto:
“Trasmigrazioni” (Prato), dettaglio,
2011, ceramica dipinta, cm 205x87x12
In basso, da sinistra:

“Trasmigrazioni”, 2011, ceramica dipinta, cm 41x26x24
“Trasmigrazioni”, 2011, ceramica dipinta, cm 68x68x18

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