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A distanza di due anni dalla precedente, il 5 marzo Dep Art inaugura la personale dedicata a Salvo. Dagli anni ’70/’80 fino ad opere recenti il Ritorno alla pittura dell’artista siciliano è sintetizzato in un trentennio intenso che invita a comprendere l’evoluzione del suo lavoro dalle “Lapidi” ai “Notturni”, “Primavere”, “Minareti”, “Città”, “Interni con funzioni straordinarie”. Volume, superficie, spazio, luce e colore sono i veri protagonisti di queste sue Creazioni idealizzate, in cui regna una calma sovrana che è memoria (storica) ma anche poesia (del tempo passato).
Récits è il titolo scelto da Alberto Zanchetta per questa mostra che si fa, appunto, narrazione…


Francesca Di Giorgio: Partiamo da Récits, il titolo di questa personale è ispirato all’incipit del tuo testo critico pubblicato in catalogo. Quando hai iniziato la “conversazione” con Salvo?

Alberto Zanchetta: In un suo racconto Balzac scriveva che «i pittori devono meditare coi pennelli in mano». Salvo è tra i pochi artisti italiani capaci di sintetizzare concezione ed esecuzione, dimostrando che il pensiero e il fare, la riflessione e il mestiere, sono assolutamente complementari. Ogni sua opera è una storia (silente), un récit – come direbbero i francesi – che si rivolge all’occhio e non già all’orecchio. Salvo è un artista affabile, che ama parlare di arte e di pittura, ma ogni suo quadro parla da sé, in totale autonomia… Lo spettatore non abbisogna di altro che non sia l’opera stessa. La scelta del titolo è conforme all’approccio critico da me scelto: attraverso la disamina delle opere è stato possibile comporre il ritratto/racconto di un artista che in oltre trent’anni di intensa attività ha sempre saputo infondere grazia e ingegno nel suo lavoro.

Dagli anni ’70/’80 ad oggi. Puoi tratteggiare per noi le linee principali di questa personale?

La mostra raccoglie un corpo di opere che intende tracciare una breve ma esemplificativa cronistoria dell’artista, resa ovviamente più esaustiva dal ricco repertorio iconografico del catalogo. L’esposizione si svilupperà a partire da alcune Lapidi degli anni ’70 per poi passare attraverso il Ritorno alla pittura degli anni ’80, di cui l’artista è stato un precursore, fino ad arrivare ai soggetti più recenti e conosciuti, vale a dire i “Notturni”, le “Primavere”, i “Minareti”, le “Città”, etc.

L’opera di Salvo colpisce l’occhio, senza interposizioni con il «piacere del colore». Quali altri elementi “classici” approfondisce nel suo lavoro?

Salvo è classico (parola che terrei a precisare essere altra cosa da “accademico”) quasi in tutto. Nella scelta dei soggetti, che attingono alla grande stagione del paesaggio, della natura morta e dei d’après. È classico nella trattazione dei volumi, della superficie, dello spazio, nella scelta dei punti di vista, degli scorci, delle fughe prospettiche, che alla fin fine sono i veri protagonisti di queste sue Creazioni idealizzate in cui regna una calma sovrana che è memoria storica ma anche poesia del tempo passato. È classico nelle forme – semplici, asciutte – che si rifanno a un malinconico arcaismo. La luce e il colore stanno invece in bilico tra la classicità (per l’uso graduato delle cromie) e la modernità (che trasfigura la realtà in un vero e proprio artificio). È proprio grazie al colore che Salvo raggiunge la massima libertà espressiva.

Soffermiamoci sui soggetti ritratti. Quale credi sia la “responsabilità” dell’artista nei confronti della tradizione pittorica?

La “responsabilità” è verso la forma. Per spiegare la questione potrei rifarmi alle parole di Salvo allorquando dice: «Il mio unico problema è quello di riuscire a fare il quadro in modo originale, per rispecchiare la mia unicità di individuo, la mia originalità. Borges dice che in letteratura si scrive sempre lo stesso libro. In pittura è la stessa cosa: ciò che cambia è la capacità di innovare, di essere se stessi attraverso il soggetto».

Ritornando al tuo testo critico e al parallelismo letterario di cui ti sei magistralmente servito (Moby Dick, n.d.r.): «Per dipingere serve tanto olio quanto odio»?

Paragonando l’artista ad Achab, mettendo cioè in parallelo l’odio che il vecchio ramponiere nutre nei riguardi della balena bianca con l’agone che impegna Salvo di fronte alla tela bianca, ne è emersa una volontà di sfidare l’enormità del monstrum (mostro/meraviglia che in questo caso è la pittura) per reagire al peso opprimente delle epoche precedenti, pressione culturale che più spesso riduce gli artisti all’impotenza. Dipingere è un atto eroico, e per riuscire a imporsi sul “nemico” (la tradizione) è necessario combatterlo anziché fraternizzare con esso. Solo così l’artista potrà imporre se stesso attraverso il soggetto.

La mostra in breve:
Salvo. Récits
a cura di Alberto Zanchetta
Dep Art
Via Mario Giuriati 9, Milano
Info: +39 02 36535620
www.depart.it
6 marzo – 30 aprile 2010
Inaugurazione venerdì 5 marzo 2010 ore 18.00

In alto da sinistra:
Il villaggio, 2009, olio su cartone, cm 34×49
Ciminiere, 1987, olio su tela, cm 70×50
La città, 1985, olio su tela, cm 50×35

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