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di LAURA PUGNO

Perdita è una di quelle parole che associamo il più delle volte a situazioni negative, convinti che il processo in atto terminerà lasciandoci con una mancanza. Ma esistono anche perdite che conducono a territori non ancora esplorati. La neve, ad esempio, è un elemento che per sua natura è destinato a fondere (almeno alle nostre latitudini). Rimane in equilibrio allo stato solido, per poi perdere questa sua condizione e restituire magicamente la riserva d’acqua alla quale sempre più aneleremo.

Fino ad un recente passato il suo consolidarsi da neve a ghiaccio era la garanzia di avere una riserva d’acqua sicura per l’agricoltura, ma ormai la neve invernale che dovrebbe compattarsi sui ghiacciai per almeno quattro anni, fonde già nei primi mesi dell’estate, non resistendo più alle alte temperature. Quindi non solo non si trasforma in ghiaccio, ma si disperde subito verso le pianure ad alimentare la terra.
Questi processi alterati da un clima a sua volta in costante mutazione, possono però portare anche ad esiti creativi. Il processo della fusione della neve ad esempio può essere studiato con la tecnica del calco.

Futura memoria, A futura memoria 02, 2018, Jesmonite, 20,5x19x14 cm

Le sculture1 che ne derivano, nascono necessariamente in alta montagna, per poi venire trasportate in pianura verso temperature più miti, per accelerare la fusione della neve. Ciò porta allo svelamento di forme scultoree inaspettate: più che a cristalli di neve, assomigliano a coralli, una morfologia che difficilmente potrebbe essere associata all’ambiente montano.
Viene spontaneo pensare alla definizione francese di Mer de Glace, data da chi vide per la prima volta un immenso ghiacciaio. Impaurito, ma attratto dalla sua maestosità, costui sentì il bisogno di etichettarlo con un nome familiare, forse perché facesse meno paura: un mare di ghiaccio.

A futura memoria, 2018 legno, pvt, jesmonite, 150x 0x50 cm

Comunemente, però, la dimensione del ghiaccio è meno epica e decisamente più intima. È la materia che diventa a noi famigliare, soprattutto d’estate, per rinfrescare le nostre bevande. E spesso non badiamo neanche al suo ritorno allo stato liquido, così veloce e inafferrabile. Ma cosa succederebbe se la quantità di questo elemento fosse tale da occupare gran parte di una stanza? E se non si facesse altro che attendere il suo dissolversi?

Nel 2020 a Colle di Val d’Elsa un capannone è stato riempito di ghiaccio2. Circa duemila litri di acqua suddivisi in cinquantaquattro blocchi, cioè l’equivalente del 20% della superficie calpestabile, a memoria di ciò che resta oggi dei nostri ghiacciai alpini, da quando a fine ottocento si è iniziato il monitoraggio.

Dopo la posa del ghiaccio nel luogo predestinato, avvengono molte cose. La prima è la sorpresa di vedere la formazione di una patina di brina su tutta la superficie del ghiaccio, quasi come se fosse un meccanismo di protezione dalla temperatura ambientale. Poi il ghiaccio torna gradatamente alla sua lucidità superficiale e poi alla sua trasparenza, che è l’anticamera della sua fusione. L’aria intrappolata al suo interno comincia a muoversi lungo le vene che man mano si allargano sotto traccia. Sul piano superiore del ghiaccio si può così seguire l’andamento delle bolle d’aria che cercano la via d’uscita verso l’alto, scavando a loro volta dall’interno. Fino a quando la massa compatta non comincia a separarsi. A quel punto il processo accelera e, dopo cinque giorni di attesa, quel che rimane sono solo dei piccoli residui salini, quelle sostanze che rendono l’acqua nutriente per il terreno.

L’attesa, 2020, ghiaccio, 450x300x20 > 0 cm. Foto: Agathe Rosa)

E a proposito di sale. Quante volte, mangiando neve non siamo riusciti a dissetarci? Il motivo è dovuto al fatto che le prime sostanze che la neve rilascia nel terreno, o su un ghiacciaio, sono proprio i minerali. Ma non credo che, se anche fossimo consapevoli di bere acqua “distillata”, questo ci potrebbe privare del piacere, anche un po’ giocoso, di assaggiare la neve. Forse potrebbe dissuaderci invece la consapevolezza che insieme alla neve, stiamo ingerendo anche microplastiche, che ormai compaiono comunemente sulle nostre montagne, perfino a 3000 m di altitudine. Ad esempio al Passo dei Salati, sotto il Monte Rosa, sipario perfetto e consueto per le ricerche del nivologo Michele Freppaz, che nel 2021, complice l’assenza di turisti, ha potuto per la prima volta raccogliere campioni di neve “perfettamente puliti”, trovando anche in questo caso, la presenza di particelle microscopiche di plastica3.

Over Time, 2021, installazione, video 4k (tre canali) 15’. Foto: Nadia Pugliese

Questi risultati scientifici sono sconsolanti e contribuiscono a generare sentimenti di solastalgia, termine coniato da Glenn Albrecht per indicare il sentimento di nostalgia che si prova per un luogo che non si riconosce più, mutato per cause legate al cambiamento climatico.

Ritorniamo così al punto di partenza: la perdita. Immaginiamo un camminatore solitario in un fitto bosco innevato, che sembra procedere inarrestabile la sua marcia. Se in un futuro prossimo, non ci saranno pause, la rottura dell’equilibrio tra uomo e natura sarà incurabile e sarà quest’ultima a prevalere, mutando, rinascendo e generando nuovi cicli di vita.


1 A futura memoria, 2018
2 L’attesa, 2020
3 Over Time, 2021


Laura Pugno esplora da molti anni il tema del paesaggio, letto in relazione ai meccanismi della visione e della percezione, con una prospettiva al tempo stesso sensibile alle tematiche ambientali ed ecologiche, e alla sua natura di costruzione sociale. La sua ricerca si sviluppa in chiave processuale, con linguaggi che spaziano dal disegno alla fotografia, alla scultura, al video. Ha tenuto mostre personali, tra le altre, al Palazzo delle Albere a Trento; alla Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, Biella; alla Fondazione Zegna, Trivero; al MAN, Nuoro; alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino e al MART, Rovereto. Ha esposto in numerose collettive presso istituzioni quali la Fondazione Zegna, Trivero; Casa Masaccio Arte Contemporanea, San Giovanni Valdarno; la Fondazione del Monte, Bologna; il Museo della Montagna, Torino e in gallerie e spazi non profit quali Spazio Instabile, Colle Val d’Elsa; Alberto Peola, Torino; Renata Fabbri, Milano; Studio la Città, Verona. All’estero ha esposto in istituzioni quali, tra altre, il MAGASIN, Grenoble; Deutsche Bank Wealth Management, Londra; Nida Art Colony, Lithuania; e al Forum Stadtpark di Graz, con il quale ha vinto il premio Q-International Spring de La Quadriennale di Roma. Nel 2020 ha vinto l’Italian Council (IX edizione), e nel 2013 ha vinto il Premio Cairo. Tra le principali residenze alle quali ha preso parte: MH ART PROJECT, Cognac; Öres Residency Programme, Finlandia; Dolomiti Contemporanee, Belluno; Fondazione Spinola Banna, Poirino; CARS, Omegna. Ha co-fondato, nel 2007, il Progetto Diogene, del quale ha fatto parte fino al 2017. La sua installazione site-specific Primati, 2018, è esposta in permanenza nel Giardino Botanico Saussure a Courmayeur. Dal 2013 insegna all’Istituto Europeo di Design (IED) di Torino, dove vive. https://laurapugno.info/

 

Leggi qui i contributi delle artiste invitate in Open Dialogue: www.espoarte.net/tag/open-dialogue/

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