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NAPOLI | Museo Madre | fino al 19 dicembre 2017
ROMA | Magazzino | fino al 9 novembre 2017

Intervista a JAN FABRE di Beatrice Salvatore

Un interessante “esperimento”, voluto da Laura Trisorio in collaborazione con Napoli Teatro Festival: le opere di Jan Fabre ─ artista poliedrico che utilizza differenti linguaggi visivi, dal teatro alla danza alla performance e alle installazioni ─ sono presenti in tre luoghi differenti di Napoli, simboli culturali del passato e del futuro della città, il Museo di Capodimonte, con Naturalia e Mirabilia, a cura di Sylvain Bellenger e Laura Trisorio, dove in una sala raccolta, tra i preziosissimi quadri della pinacoteca, Fabre ha riesposto in teche contemporanee, alcuni oggetti scelti della Wunderkammer; il Madre | Museo d’arte contemporanea Donna Regina, con l’installazione, quasi un’apparizione, The Man Measuring the Clouds (American Version, 18 years older) – L’uomo che misura le nuvole (versione americana, 18 anni in più) 1998/2016 – a cura di Melania Rossi, Laura Trisorio e Andrea Viliani e visibile sulla terrazza del museo fino al 19 dicembre 2017) e lo Studio Trisorio, quartier generale della gallerista (da sempre molto attiva sulla scena napoletana e ideatrice di Arte Cinema, rassegna di film e documentari sull’arte contemporanea), che ospita le installazioni (e un video) di My Only Nation is Imagination, a cura di Melania Rossi.

Jan Fabre. Naturalia e Mirabilia, 2017 Courtesy Museo di Capodimonte e Studio Trisorio, Napoli Foto di Luciano Romano

Jan Fabre. Naturalia e Mirabilia, 2017 Courtesy Museo di Capodimonte e Studio Trisorio, Napoli Foto di Luciano Romano

Tre esposizioni in contemporanea, che entrano a fare parte, amalgamandosi, con la storia e il tessuto della città. Una sorta di ponte immaginario tra il Belgio, terra di origine fiamminga di Fabre e Napoli, entrambi luoghi dove da sempre si sono incrociate diverse culture, uniti dal potere dell’immaginazione, che abita dentro di noi, ovunque. Il progetto si è completato con lo spettacolo, tenutosi in luglio, Belgian Rules/Belgium Rules, titolo che gioca con l’ambiguità tra la parola “regole” e “regna”, un omaggio ma anche una critica agli stereotipi culturali. Dal 28 settembre, inaugurata pochi giorni prima dello spettacolo tenutosi al Teatro Argentina (30 settembre, 1 ottobre), è possibile visitare Maskers, sempre a cura di Melania Rossi, al Magazzino di Roma, una interessante mostra di opere dedicate al tema dell’autoritratto (e della maschera) come specchio di possibili identità (fino al 9 novembre). Le opere di Fabre hanno una forza contemporanea e, allo stesso tempo, un’atmosfera antica ed elegantissima fatta di assonanze barocche e di minuzie fiamminghe. Partendo dal progetto napoletano, cerchiamo in questa intervista di tratteggiare ancora meglio l’artista Jan Fabre e gli echi del suo lavoro.

Jan Fabre, Punaise varken // Thumb-tack pig // Porc-punaises, 2012, bronzo Courtesy Magazzino, Roma

Jan Fabre, Punaise varken // Thumb-tack pig // Porc-punaises, 2012, bronzo Courtesy Magazzino, Roma

Pensando all’Uomo che misura le nuvole, cos’è per te l’immaginazione e quale è il suo valore in un mondo sempre più tecnologico?
L’immaginazione è qualcosa che ti permette di trascendere spazio e tempo. Penso che tutte le mie sculture, i disegni, gli scritti, contengano l’idea della storia e della memoria e che si possano considerare sempre in uno stato di preparazione per continuare nel futuro. Credo che la mia arte visiva e gli scritti siano più forti e migliori persino di me stesso e che sopravvivranno con i loro enigmi e regole e riusciranno ad influenzare nel futuro lo spettatore. L’esperienza estetica nell’arte rimane collegata al corpo e al suo tempo fisiologico. Disegno e scrivo continuamente, notte e giorno, e quello che mi piace è proprio la fisicità di questi gesti. Perciò l’immaginazione influenza il corpo e viceversa. Quando non c’è immaginazione non c’è erezione. Lascia andare la tua mente e il tuo corpo seguirà e tu danzerai fra le stelle.

Jan Fabre, The man measuring the clouds, 2017 Courtesy Museo Madre e Studio Trisorio, Napoli Foto di Luciano Romano

Jan Fabre, The man measuring the clouds, 2017 Courtesy Museo Madre e Studio Trisorio, Napoli Foto di Luciano Romano

Ti occupi anche di linguaggi e produzioni teatrali. Qual è per te il rapporto tra arte contemporanea e Teatro?
Ho imparato molto dai miei scritti; ho imparato molto guardando i miei lavori sul palco. Dall’intelligenza del movimento (cinetica) dei miei attori e danzatori, per le mie sculture ed installazioni. Ed ho imparato molto dalle sculture e installazioni per i lavori a teatro. In questo senso mi considero un “consilience artist”, nel mio lavoro ogni cosa è collegata. Il termine “consilience” descrive il processo che unifica la conoscenza attraverso differenti discipline, fino ad arrivare a conclusioni comuni. Riuscendo a vedere collegamenti fra differenti discipline, si arriva a interpretazioni sorprendenti che conducono a nuovi insights (consapevolezze).

Il titolo della mostra, presentata da Laura Trisorio, My only Nation is Imagination e lo spettacolo dedicato alla tua terra di origine, che guardi con spirito critico e polemico, mi rimanda al tema delle radici. Cos’è l’appartenenza per te e, soprattutto, per un artista?
Sono un artista di provincia, la maggior parte dell’ispirazione viene dalla mia terra, dalla città dove sono nato: Anversa. Essenzialmente sono vicinissimo alle mie origini. Mio padre mi portava nella casa di Rubens e mi faceva copiare i suoi disegni, mi portava anche allo zoo dove mi faceva fare i disegni degli animali. Questa fu la mia educazione e i miei maestri sono i grandi maestri belgi come Rubens, Bosch, Ensor, Van Eyck… Sono un nano nato in una terra di giganti.
Belgian rules/Belgium rules è un omaggio, una dichiarazione d’amore critica al mio Paese e parla dei vari stereotipi che la riguardano e di tutte le contraddizioni che fanno della mia terra il più piccolo e il più assurdo Paese dell’Europa.
Gli artisti fiamminghi provengono da una comunità molto piccola. Storicamente altri popoli ci hanno sempre occupato, spagnoli, olandesi, tedeschi, francesi. Questo si può riscontrare nella tradizione della nostra pittura. In tutti i dipinti fiamminghi del XIII, XIV, XV secolo. Il potere che non ci è stato tolto è l’ironia degli artisti. Perché l’ironia è sempre stato uno strumento con il quale analizzare le cose in modo tagliente. Persino oggi, per questa ragione affermo di essere un artista fiammingo. Non puoi dimenticare le tue origini e non devi farlo. Le tue ali e le tue radici devono essere sempre connesse e, allo stesso tempo, ho creato la mia terra personale ed utopica, perché (cantando una canzone dei Beatles) I’m a real nowhere man sitting in his nowhere land (sono un vero uomo di nessun-luogo, seduto nella sua Terra inesistente).

Jan Fabre, My Only Nation is Imagination, 2017 Courtesy Studio Trisorio, Napoli Foto di Luciano Romano

Jan Fabre, My Only Nation is Imagination, 2017 Courtesy Studio Trisorio, Napoli Foto di Luciano Romano

Natura. Che valore ha oggi nelle culture contemporanee?
Sono sempre umile nei confronti della natura. Credo che gli animali siano i più grandi filosofi e dottori del mondo e molti dei miei lavori trattano della metamorfosi da animale in umano e da umano ad animale. Penso che possiamo imparare ancora molto dalla natura, dai differenti modi con i quali riesce a sopravvivere, nonostante noi la distruggiamo in nome del “progresso”. Sono affascinato dalle forme che la natura può produrre, attraverso i meravigliosi materiali naturali che spesso uso nella mia arte. Mi piace lavorare assieme a ottimi scienziati, come il filosofo, biologo ed entomologo americano Edward O. Wilson e il neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti (lo scopritore dei neuroni a specchio, n.d.r.). Alcuni sono per me dei veri eroi. Cosa collega un buon artista con un buono scienziato? Osano entrambi fare un salto nell’ignoto per formulare e creare nuove ipotesi.

Jan Fabre, My only nation is imagination, 2014, silicon, wood, metal-wire and paint, 27x28.5x30.9 cm Photo Lieven Herreman © Angelos bvba

Jan Fabre, My only nation is imagination, 2014, silicon, wood, metal-wire and paint, 27×28.5×30.9 cm Photo Lieven Herreman © Angelos bvba

Sono curiosa di sapere su cosa si è formato e si forma il tuo immaginario. Hai dei riferimenti visivi o culturali?
Grandi pittori come Rubens, Bruegel, Van Eyck, mi ispirano molto. I maestri belgi sono i miei maestri, sono cresciuto studiando i loro capolavori, che sono molto più all’avanguardia di tanta arte contemporanea. Mio padre aveva l’abitudine di portarmi nella casa di Rubens ad Anversa e allo zoo, per guardare i movimenti degli animali. Da mia madre ho imparato, invece, l’amore per il linguaggio, le canzoni francesi e la poesia. Da lei ho appreso l’amore per le parole. Lui era un comunista belga povero e lei era una borghese cattolica che parlava francese. In un certo senso sono il frutto di un perfetto matrimonio belga: immagini e linguaggio.

Jan Fabre, The brains of my mother and my father, 2006, silicon, textile, metal, oak, 23x15x21 cm (2 brains), base 110x110x50 cm, motors 29x15.3x14.9 cm Photo Attilio Maranzano © Angelos bvba

Jan Fabre, The brains of my mother and my father, 2006, silicon, textile, metal, oak, 23x15x21 cm (2 brains), base 110x110x50 cm, motors 29×15.3×14.9 cm Photo Attilio Maranzano © Angelos bvba

Il tuo lavoro nasce da una scintilla o è frutto di un’intuizione o di un lavoro di ricerca?
Sono sempre guidato dalle “tre grandi I” che sono Intuizione, Istinto ed Intelligenza. Nel mio lavoro collego differenti quesiti e questo mi porta a fare ricerche in differenti campi. Anche per questo, sono un “consilience artist”, il mio scopo è sempre collegare nel mio lavoro, la mia mente, il cuore e le mie palle (istinto erotico verso le bellezza n.d.r.).

Jan Fabre, Brain of incidence = brain of reflection, 2014, HB pencil and colour pencil on photographic paper, 24x30.5 cm Photo Pat Verbruggen © Angelos bvba

Jan Fabre, Brain of incidence = brain of reflection, 2014, HB pencil and colour pencil on photographic paper, 24×30.5 cm Photo Pat Verbruggen © Angelos bvba

Le tue opere sembrano collocarsi su un limen, una frontiera fatta di fragilità, che sembra voler sottolineare la inevitabile e continua trasformazione delle cose. Cos’è per te il cambiamento?
Un buon esempio è la mostra Maskers, che la curatrice italiana Melania Rossi ha allestito alla galleria Magazzino a Roma, inaugurata il 28 settembre, resterà aperta fino al 9 novembre. Le sculture in cera e bronzo in mostra rivelano le differenti identità che posseggo come essere umano e come artista. Ogni autoritratto è come togliersi ogni volta una maschera finché non rimane nulla, ciò che resta è soltanto la vacuità del sé. Tutti questi lavori sono presentati per sparire. Perché questo è ciò che un artista fa. Preparare la sua morte.

Jan Fabre, Brain Legs, 2010, silicon, paint 52 x 16 x 14 cm (been links); 49,5 x 15 x 14 cm (been rechts) Photo Attilio Maranzano © Angelos bvba

Jan Fabre, Brain Legs, 2010, silicon, paint
52 x 16 x 14 cm (been links); 49,5 x 15 x 14 cm (been rechts)
Photo Attilio Maranzano
© Angelos bvba

Interessante l’installazione in mostra allo Studio Trisorio Brain Legs. Sembra quasi cercare un’unità tra mente e fisicità (movimento). Lavorando anche come coreografo, con danzatori, che idea hai del corpo e cosa possiamo imparare da esso?
Dobbiamo onorare questo contenitore fragile e vulnerabile che è il corpo. Da oltre quarant’anni l’oggetto e il soggetto della mia ricerca è il corpo umano. Come sai attraverso i disegni di sangue degli Anni ’70, i miei disegni con le lacrime o con l’urina… Tutti i disegni progettati per molti anni, ho compiuto ricerche sui significati sociali, politici e filosofici degli umori del corpo. Guarda le mie sculture dell’angelo o del monaco, che parlano di un corpo spirituale vuoto, che non può più sanguinare perché è costituito da una sorta di esoscheletro. Così, molti performer, attori e danzatori, dimenticano che tutto parte dai loro piedi. Le piante sono un organo sensibilissimo e io stesso e i miei performer, camminiamo  il più delle volte sul loro cervello…

Jan Fabre. The Man Measuring the Clouds – L’uomo che misura le nuvole
a cura di Melania Rossi, Laura Trisorio e Andrea Viliani
nell’ambito di Per_formare una collezione

29 giugno – 19 dicembre 2017

Madre – museo d’arte contemporanea donnaregina
Via Settembrini 79, Napoli

Info: +39 081 19737254
info@madrenapoli.it
www.madrenapoli.it

Jan Fabre. Maskers
a cura di Melania Rossi

28 settembre – 9 novembre 2017

Magazzino
via dei Prefetti 17, Roma

Info: +39 06 6875951
info@magazzinoartemoderna.com
www.magazzinoartemoderna.com

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