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Intervista a Sylvain Bellenger di Antonio D’Amico

Spesso accade in Italia che scrigni strabordanti di tesori inesauribili rimangano nascosti e che il grande pubblico non abbia conoscenza della loro esistenza e non li consideri come realmente andrebbero apprezzati, ahimè!
A Napoli il Museo Nazionale di Capodimonte tra le sue sale conserva capolavori assoluti di Simone Martini, Masaccio, Botticelli, Tiziano, Raffaello, Annibale Caracci, Caravaggio, Reni, Ribera, solo per fare alcuni nomi di grandi maestri che con facilità ed entusiasmo ci soffermiamo a guardare quando andiamo all’estero e non sappiamo di averli a casa nostra! Del resto, è persino difficile trovare a Napoli la segnaletica che indica la strada che conduce al Museo e i visitatori nel 2015, complessivamente, non arrivano a 150 mila.
Capodimonte, come è giusto che sia, è entrato a far parte dei musei statali “autonomi” designati dalla riforma Franceschini e a dirigerlo è arrivato uno storico dell’arte “manager” francese, Sylvain Bellenger. A lui abbiamo rivolto alcune domande per capire quali sono le strategie che intende mettere in campo per fare in modo che Capodimonte torni a risplendere di luce propria insieme ai più grandi musei del mondo.

Museo di Capodimonte, esterno. Foto: Alessio Cuccaro

Museo di Capodimonte, esterno. Foto: Alessio Cuccaro

Dal suo insediamento, sono passati circa quattro mesi. Qual è la difficoltà maggiore che sta incontrando nella gestione del Museo?
Le maggiori difficoltà che ho incontrato riguardano l’organizzazione del personale. Non c’è mai stato un organigramma: le fasi del lavoro e la catena delle responsabilità non esistono, in quanto non ci sono le figure intermediarie tra la direzione e i dipendenti che consentono una giusta esecuzione e sorveglianza dei lavori decisi. Quindi mi sono ritrovato a controllare quotidianamente se i bagni erano puliti, se c’erano luci da sostituire nelle sale, se il guardaroba aveva gli spazi per le borse dei visitatori. Una parte del mio lavoro è fare l’idraulico! Poco a poco sto creando uno staff di fiducia che mi coadiuva a raggiungere la normalità che ci si aspetta da un luogo del genere.

Uno dei problemi che ha ereditato dal vecchio sistema è legato alla scarsa affluenza di pubblico. Che strategie sta mettendo in campo per risolvere questa situazione?
Il paradosso di Capodimonte è di essere probabilmente tra i primi musei d’Italia, con una collezione di livello internazionale, una reggia splendida e un bosco che è un favoloso giardino storico, luogo di caccia reale e arboretum, ciò nonostante sembra invisibile e questo si ripercuote nello scarso numero di visitatori. Capodimonte è invisibile nella stessa città di Napoli che non ha nessun tipo di segnaletica. Addirittura dal cancello del bosco fino alla biglietteria del museo non c’è un’indicazione che orienti il visitatore e lo conduca all’interno di una tra le più importanti pinacoteche del mondo. Sulle mappe turistiche distribuite ai visitatori della città sono segnate le chiese e le catacombe, l’osservatorio di Capodimonte ma mai il museo che, tra l’altro, non ha mai avuto un logo identificativo. È come se prima d’ora fosse stato organizzato un piano anti-promozione meticoloso e determinato. Quindi la mia risposta è semplice: poco dopo il periodo pasquale partirà una navetta che collegherà il centro storico, Piazza del Plebiscito, il Museo Archeologico e il Museo di Capodimonte. La navetta sarà immediatamente identificabile perché sulle fiancate ci sarà la stampa di alcuni dettagli della reggia e del quadro di Caravaggio. Il biglietto includerà l’autobus (andata e ritorno) e l’ingresso al museo. Il mondo contemporaneo è quello delle tecnologie, della comunicazione e dei social network, infatti in pochi mesi la nostra pagina facebook ha totalizzato decine di migliaia di like. Nei prossimi mesi il sito internet del museo sarà completamente rinnovato in una veste più accattivante. Inoltre prevediamo una campagna di promozione con dépliant, conferenze stampa, pubblicità, eventi culturali e mostre, comunicati con largo anticipo diretti sia alla stampa nazionale che internazionale. Sto cercando un press agent e una compagnia di comunicazione e design per aiutarci a mettere Capodimonte sulla mappa dei musei mondiali. Già la RAI sta facendo un documentario nel programma Camera con vista sulla reggia borbonica e le sue immense collezioni.

Museo di Capodimonte, Salone delle feste. Foto: Giuseppe Salviati

Museo di Capodimonte, Salone delle feste. Foto: Giuseppe Salviati

A lei è affidata la direzione di una galleria che raccoglie una serie infinita di capolavori che legano il Museo al territorio ma anche e soprattutto alla storia dell’arte italiana e non solo. Molti napoletani e altrettanti turisti non conoscono queste opere capitali, nonostante soprintendenti avveduti ed esperti come il compianto Raffaello Causa e il caro Nicola Spinosa hanno organizzato iniziative e in particolare mostre di altissima qualità. In che modo pensa di avvicinare il museo alla gente e, quindi, di far conoscere con più dinamismo e innovazione il patrimonio di Capodimonte?
È vero che le collezioni di Capodimonte sono conosciute solo dal 2% della popolazione. Una élite culturale che gode nel visitare un museo con le sale vuote. È vero anche che il museo ha organizzato alcune mostre molto importanti, specialmente la serie sulla civiltà napoletana. Invece, mi sembra che la collezione permanente non abbia beneficiato dello stesso trattamento. L’accesso alla collezione non è abbastanza considerato per un pubblico non necessariamente abituato al linguaggio museale. Qui il senso è soprattutto legato alla provenienza (collezione Farnese, Borbone, L’arte territoriale ecc…) ma il percorso è confuso e tutte le opere sono presentate allo stesso livello. Il pubblico non è aiutato a entrare nella storia dell’arte e, ovviamente, neanche nella storia delle stesse opere. Capisco bene che per tante persone arrivare in questo oceano di pittura senza indicazioni per navigare, senza chiavi per entrare nelle opere, senza aiuto per giudicare o capire, significa sentirsi persi o intimiditi e non coinvolti. Le mostre temporanee hanno un successo maggiore perché raccontano una storia. C’è un inizio e una fine racchiuso in un numero preciso di opere d’arte e il pubblico ha la sensazione di imparare qualcosa. Noi dobbiamo fare in modo che la collezione permanente, così ricca e diversa, sia come una serie di racconti con opere “star” in ogni sala. Il museo deve avvicinarsi alla vita e i curatori devono ricordare che prima di raccontare la storia dell’arte, l’arte racconta la vita, i suoi abbagliamenti, incanti e miserie. Un museo deve essere anche un luogo di vita, con un ristorante gradevole, un bar dove si incontrano gli amici e un posto dove passeggiare e ascoltare musica. Ho fatto un accordo con il conservatorio di San Pietro a Majella per invitare gli studenti-musicisti a suonare nelle sale e, per l’anno delle celebrazioni di Giovanni Paisiello, i concerti del venerdì al conservatorio saranno riproposti di domenica al museo col programma “Musica alla Reggia”. Prossimamente il venerdì sera inizierà il programma “L’arte al cinema”. L’aggiunta del bosco di Capodimonte alla direzione del museo è una decisione fondamentale. Stiamo lavorando alla creazione di una scuola per giardinieri, a una di cucina legata al territorio e alla dieta mediterranea e, con l’Università del Texas e La Sorbonne, ad un centro di ricerca sulla cultura dei grandi porti. Faremo un festival dei giardini e una fiera delle piante mediterranee e inviteremo a Capodimonte artisti. Siamo lavorando con la manifattura di Porcellana di Capodimonte per creare un’alta scuola di porcellana.
Mettendo il pubblico e la didattica al centro del museo, ho anche chiesto agli studenti in storia dell’arte di dare la loro interpretazione della pittura facendo visite guidate nei giorni di apertura serale.

Museo di Capodimonte, Caravaggio, Flagellazione. Foto: Giuseppe Salviati

Museo di Capodimonte, Caravaggio, Flagellazione. Foto: Giuseppe Salviati

Nei musei stranieri è importante la progettualità a media e lunga scadenza. Che obiettivi si è prefissato per quest’anno e per i prossimi?
È vero che noi, musei italiani, siamo famosi per fare le cose all’ultimo momento. Quando il ministero ci chiede qualcosa per la fine del mese, l’amministrazione ha il sincero sentimento di un tempo infinito per reagire. Ho mancato tanti appuntamenti o riunioni perché le informazioni sono state comunicate due giorni in anticipo. Ho anche ricevuto una richiesta di prestito tre settimane dopo l’inaugurazione della mostra. È un fatto culturale. Anche tra amici non si prende un appuntamento in anticipo. Si organizza un’uscita il giorno stesso per la sera. Sicuramente l’Italia non ha un gran gusto per l’organizzazione ma dall’altro lato c’è un grande senso dell’improvvisazione. Anticipare, programmare, progettare non è nel DNA latino! Quando ero a Chicago, già lavoravo sulle mostre del 2020. Oggi sono fortunato quando il progetto è formulato per la settimana successiva. Sono arrivato quattro mesi fa e ho trovato un museo senza progetti importanti. Sicuramente faremo passi significativi nei mesi che verranno e che saranno comunicati al momento giusto.

Ci può raccontare il suo punto di vista sulla politica dei prestiti alle mostre temporanee?
La politica dei prestiti è semplice:
A. Se le istituzioni che fanno richiesta e il progetto presentato sono di importanza significativa e portano a Capodimonte o all’opera nuove informazioni e visibilità, il prestito è concesso.
B. Se l’istituzione che fa richiesta possiede collezioni importanti diverse da quelle di Capodimonte e quindi c’è la possibilità di ricevere in prestito opere in cambio, il prestito viene accordato.
C. Se l’istituzione che fa la richiesta è rispettata ma non ha una collezione ed è finanziariamente potente, si accorda, anche perché la reciprocità può essere finanziaria.
Capodimonte è un grande prestatore di opere d’arte. I nostri interlocutori sono il Metropolitan Museum di New York, il Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery di Londra o di Washinghton DC, e i musei di Berlino, Parigi ecc… Nel futuro i nostri prestiti saranno consentiti con reciprocità e visibilità di ritorno.

Museo di Capodimonte, Collezione Farnese. Foto: Giuseppe Salviati

Museo di Capodimonte, Collezione Farnese. Foto: Giuseppe Salviati

Da nuovo direttore, qual è la prima cosa che ha fatto? E, se posso chiederle, quale quella che avrebbe voluto fare ma che non le è stata concessa dal sistema?
La prima cosa che ho fatto è stata quella di incontrare tutti i custodi e lo staff per ascoltarli e presentarmi e raccontare loro la mia visione del nostro mestiere. Il giorno dopo i curatori mi hanno portato a colazione.
Non ho potuto cambiare gli orari d’apertura, 11 ore al giorno, anche se questa decisione mi costringe a chiudere quasi la metà delle gallerie.

Cosa si augura per Capodimonte?
Che possa collocarsi, tra i primi posti, nella mappa dei musei mondiali, e che il bosco diventi un altro Central Park e una super Villa Medici.

Intervista tratta dallo speciale “BENI CULTURALI: i nuovi direttori della riforma Franceschini” su Espoarte #92.

Museo di Capodimonte
via Miano 2, Napoli
Info: +39 081 7499111
www.museocapodimonte.beniculturali.it

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