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Frittelli Arte Contemporanea, Firenze
Museo Marino Marini, Firenze

Lucio Pozzi a Firenze
(di Matilde Puleo)

Lucio Pozzi si nutre di dubbi e quindi sa «di non poter contare che sulle condizioni specifiche, ogni volta diverse», degli eventi che crea. Caleidoscopico e tuttavia coerente, egli fa dell’arte una presenza, una testimonianza. Mite e vulcanico al tempo stesso, Lucio Pozzi è sempre in procinto di partire tra New York e l’Italia, in un’altalena che lo ha reso fertile straniero da tutto. Più che di veri e propri indirizzi di ricerca è creatore di “situazioni” entro le quali l’artista si trova immerso e a cui reagisce con calore umano e attenta osservazione. Firenze rende visibile questo vagabondare in tre sedi distinte, dotate di tre situazioni diverse: la mostra presso la galleria Frittelli, l’azione all’Accademia di Belle Arti e la presentazione del volume fotografico sia di quella azione sia della mostra al Museo Marino Marini, con testo a cura di Pier Luigi Tazzi…



Matilde Puleo: Cominciamo a parlare un po’ di te. Nel comunicato stampa di Frittelli, si dice che il filo conduttore della mostra è il rifiuto sistematico del principio di unicità dello stile. Sembra un’operazione concettuale!
Lucio Pozzi:
L’arte concettuale non è stata per me un punto d’arrivo, ma una piattaforma di partenza. L’arte è un’impresa in continua espansione. Si concentra ogni volta in situazioni disparate legate tra loro dalle semplici strategie della pratica e non da stilismi formali. Parecchi anni fa ho scoperto che non esistevano regole per stabilire cosa poteva chiamarsi arte e cosa no. Da allora mi nutro di dubbi e di sospensioni. A ciò aggiungo un forte scetticismo nei confronti di concetti quali “originalità” “novità” o “coerenza”.
Un artista, secondo me, dovrebbe guardarsi dal ricercare il proprio stile e ribellarsi a chi chiede una produzione riconoscibile. Il dubbio e il meccanismo dell’“E // E ANCHE” invece di quello che impone l’“aut aut” mi convincono a prestare l’attenzione al sentimento e al pensiero sia miei che degli spettatori, lasciando che l’opera si esprima da sé, attraverso il suo esistere ed il suo essere lì. L’opera singola non è e non può essere autoreferenziale. Ho spesso combattuto contro l’arte preconfezionata pronta ad un consumo veloce e distratto. L’arte non ha protocolli né linee guida, quindi il compito è quello di tuffarsi dentro senza paura. Il Concettuale in questo senso è stata una griglia troppo stretta per me.

Pittura e Concettuale infatti sono ormai dimensioni antitetiche, eppure hai rintracciato il collegamento: il tuo modus operandi sembra essere quello di riflettere concettualmente sulla pittura per poi darne conto sullo stesso terreno.
La passione per la pittura non mi ha impedito di sperimentare nel corso degli anni altri generi e tecniche: dal video alla fotografia, dalla performance alla scultura ho sperimentato linguaggi per parlare d’arte. Mosso sempre più spesso dal desiderio di non avere tracciati mentali stabiliti e di rompere i limiti spaziali imposti dalla tela, non ho mai voluto impedire al lavoro alcuna via. La volontà di mettere in discussione i risultati raggiunti diversifica senz’altro la mia produzione, ma poi mi convinco che l’istinto, l’intuizione e l’urgenza di confrontarsi con il colore e le forme costruiscano le strade che mi permettono di cimentarmi sia in un paesaggio tradizionale che in una composizione astratta. La pittura non ha compiti e forse non serve nemmeno a molto, ma ha la capacità di canalizzare tutta la mia passione ed il mio intelletto. D’altro canto, sono profondamente convinto che viviamo già un’epoca nuova. Un’epoca privata dalla possibilità di discernere questo da quello solo avvalendosi del nome o delle categorie. Sono convinto che il legame tra le persone si configuri secondo parametri che non hanno più nulla a che vedere con i ruoli. È nata un’era in cui la comunicazione quella vera non ha strategie fumose. L’incanto quando c’è si vede! Non abbiamo più tempo per le categorie. Non c’è più spazio per le divisioni.

Dipingere quadri figurativi e astratti, elaborare immagini fotografiche e nel contempo progettare installazioni e video e tuttavia non rifiutare il contatto reale col pubblico, significa produrre azioni come I LIKE PAINTING AND PAINTING LIKES ME. Cosa è successo durante queste tre settimane di lavoro?
È successo che pur sapendo che la facciata dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, in Piazza San Marco, fosse occupata da un ampio loggiato separato dalla strada da una grande grata, non mi aspettavo che fosse così immersa negli sciami di turisti e di traffico. Le mie giornate sono state regolate da un orario severo che mi ha visto per tre settimane in una sorta di teatro, dove sperimentavo l’ambiente e la città e viceversa. Ho vissuto lì, dipingendo in pubblico una tela di m3x25, e ho mangiato e riposato in una brandina, cercando una meditazione più profonda e generale sulla vita.

Di questo corpo a corpo con la pittura ciò che m’interessa è il viavai di gente invitata ad interagire con te e con il lavoro, potresti dire che le tue attese siano state deluse oppure hai trovato una qualche conferma?
Non avevo alcuna ipotesi da smentire o sconfessare né tesi da confermare. Dal punto di vista strettamente spirituale, mi sono preparato molto e pur avendo fatto anche qualche bozza di progetto, alla fine ho gettato tutto e mi sono lasciato coinvolgere nel gioco dei pieni e dei vuoti, delle forme più o meno ingombranti e della loro reciproca visibilità. Anche al pubblico non chiedevo nulla e tutto ciò che ne è venuto fuori è stato una condivisione che mi ha ricordato l’esperienza della “pittura su ordinazione” che feci a Milano (per la galleria dell’Ariete) nel 1971.

Il titolo si riferisce alla famosissima azione di Beuys del ’74 I Like America And America Likes Me, per il quale tra uomo e coyote si realizza la riconciliazione tra uomo e natura. Il compito che Beuys assegnava agli spettatori era quello di prendere coscienza e di utilizzare il potenziale energetico dell’azione. In questa tua azione chi interpreta il coyote?
Il ruolo del coyote è affidato proprio alla pittura! Il mio non è tanto un omaggio a Beuys quanto un parallelo al suo contesto e messaggio. Avendo perso i suoi doveri e non essendo più a servizio di qualcuno (situazione nella quale si è trovata a vivere per millenni), la pittura ora può solo trasformarsi in un ponte di collegamento. È un ponte fra il corporeo e lo spirituale. È divenuta una tecnica che nella sua versatilità come nessun’altra offre la possibilità di segnare il tempo, le emozioni e il pensiero con il sigillo concreto dell’esistenza. M’interessa il processo di dipingere, proprio perché, nella sua liberazione la mente si esercita in uno stato di costante allerta critica e si rende disponibile a cambiare direzione in qualsiasi momento.

La mostra in breve:
Lucio Pozzi a Firenze
a cura di Pier Luigi Tazzi
Un’azione, una mostra, una conferenza
organizzazione e coordinamento Frittelli Arte Contemporanea
in collaborazione con Accademia di Belle Arti e Museo Marino Marini di Firenze


Endless
Frittelli Arte Contemporanea
via Val di Marina 15, Firenze
Info: +39 055 410153
www.frittelliarte.it
Fino al 27 novembre 2010

Crowd
presentazione del volume I like painting and painting likes me
Museo Marino Marini – Il Teatro di Marino
18 novembre ore 19.00

I Like Painting And Painting Likes Me
finissage 21 ottobre ore 17.00
Accademia di Belle Arti di Firenze
via Ricasoli 66, Firenze
Info: +39 055 215449
www.accademia.firenze.it

In alto:
Lucio Pozzi in “I Like Painting and Painting Likes Me”, ottobre 2010, azione pittorica presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Courtesy Frittelli Arte Contemporanea. Foto di Maurizio Berlincioni
In basso:
Veduta della mostra “Endless”, presso Frittelli Arte Contemporanea, Firenze, ottobre 2010. Foto di Maria Costantina Seri

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