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INTERVISTA DI FRANCESCA DI GIORGIO

Cosa significa costruire? Tradurre un pensiero in struttura (architettonica)? Quale forma e funzione avrebbe? E ancora… Se e quando la poesia può divenire progetto? La natura organica del lavoro di Loris Cecchini ci spinge a sondare gli ambiti stratificati della conoscenza, tra scultura e architettura, immagine e materia, sogno e ossessione. Alla Loggia degli Abati di Palazzo Ducale a Genova, l’artista, ancora una volta, supera il concetto di site specific perché il suo lavoro è di già di per sé luogo e spazio in cui l’insieme degli elementi forma una dimensione che tende ad una visione architettonica senza farne mai il verso.
Di Loris Cecchini ci piace quello che fa, come lo fa e quello che dice…

Francesca Di Giorgio: La mostra è realizzata in collaborazione con la Fondazione Garrone di Genova che da anni promuove la ricerca in ambito contemporaneo. In quale direzione hai deciso di lavorare con gli spazi della Loggia degli Abati?
Loris Cecchini:
La mostra nasce da un incontro con Filippo Garrone da tempo interessato al mio lavoro – anche grazie alla galleria Photology di Milano e Continua di San Gimignano – a seguito del quale Filippo mi ha proposto una collaborazione con la Fondazione. Per quanto riguarda lo spazio della Loggia, all’interno di Palazzo Ducale, devo dire che è piuttosto suggestivo: soffitti a volte e colonne di pietra lo caratterizzano in modo abbastanza forte – del resto è una prerogativa di molti spazi italiani ed europei – e in questo senso ho cercato di progettare una mostra che dialogasse con il contesto, lasciandomi un margine ampio di libertà nella narrativa del percorso espositivo. In questo senso non ci sono lavori necessariamente site specific, ma piuttosto elementi che si rapportano alle caratteristiche dell’architettura che li ospita, cercando un dialogo tra passato e presente fatto di immagini e materie.

Tra i lavori esposti alcuni di recente produzione…
Ci sono diverse tipologie di lavori, ma molti di loro sono legati a delle suggestioni che in qualche modo li accomunano. In questo senso forse il fatto che lo spazio sia un interno interrato, senza aperture che danno all’esterno, me lo ha fatto percepire come una sorta di sotterraneo, di caveau, di luogo concentrato. I lavori presenti sono un tentativo di dialogo con questa cornice; all’ingresso una sorta di struttura – architettura piuttosto minimale, ma anche un “oggetto”, dato il punto di vista soprelevato; è costituita di centinaia di stratificazioni e toni di sabbia e pigmento puro incapsulati orizzontalmente in grandi pannelli di policarbonato alveolare. Il titolo è The Polychromesandsessions (layers of landscape), ed in questo senso la relazione diretta è quella con la morfologia del paesaggio, l’idea di stratificazione e sedimentazione, ma al tempo stesso è una sorta di dialogo con la storia della pittura e del colore in un infinito indice tonale. Playing origami morphogenesis è un’altra istallazione fatta di tre elementi scultorei in acciaio e materiale prismatico e trasparente: sono dei poliedri irregolari luminosi di dimensione diversa, che si collocano nello spazio oscurato in modo piuttosto misterioso. Sono come grandi elementi minerali che dialogano con le pareti in pietra scura, come elementi preziosi nel ventre della roccia. Al tempo stesso la “pelle” prismatica di cui sono caratterizzati, li alleggerisce e disvela altre infinite forme all’interno, molto similmente alla geometria e alla riflessione complessa dei minerali in una sorta di effetto caleidoscopico.

Da cosa nasce la serie Radiances?
Come dicevo prima, il fatto dell’“abitare” sotterraneo mi ha portato all’idea dei minerali: da qui anche la serie Radiances, fotografie macro di varie tipologie di rocce minerali, caratterizzate da complessità geometrica, matematica, cromatica, che si trasformano in sorta di luogo abitabile nella distanza fisica e poetica. Ogni fotografia ha in superficie un intervento scultoreo in rilievo, in forma di piccole strutture architettoniche precarie e incerte, più caratterizzate da un’idea di scultura che non di modello architettonico. L’idea della “radianza” emessa dal minerale che diventa nell’insieme come una roccia eremitica, trae spunto dalla lunga storia delle forze naturali a cui siamo sottoposti e dalla fascinazione continua che provo per l’infinita complessità della natura.
Naturalmente nel lavoro cerco di trasfigurare poeticamente l’insieme di questi elementi e, al tempo stesso, una collezione vera e propria che forse prenderà altra forma in futuro.
Ci sono poi altre serie di lavori che ruotano tutte intorno all’idea di organico e di “organizzazione”, elementi modulari che si sviluppano come diagrammi o piante, strumenti da disegno rielaborati e distorti, fusioni in bronzo di elementi naturali, un pozzo interattivo…

Leggere la didascalia di un tuo lavoro è, spesso, già di per sé un’opera ermeneutica, elementi naturali e artificiali si uniscono senza mai confondersi…
Il titolo è un’apertura ulteriore, un’altra “forma” messa in relazione diretta con il lavoro.
In questo senso l’immagine e il titolo diventano una sorta di narrazione che apre a piani semantici differenti; il titolo può fornire una “direzione” nella lettura e percezione di un lavoro. Mi piacciono molto le parole e spesso i titoli (soprattutto i sottotitoli alle serie) raccontano cose diverse, a volte provengono dalla lettura di saggi su altre discipline spostando il confine estetico su un paesaggio più vasto, in una sorta di indicizzazione dei saperi. I titoli possono essere a volte dei lavori in sé…

Come concili l’aspetto manuale con quello più propriamente “tecnologico”? Riconosci un lato “caldo” e uno “freddo” nel tuo modo di operare?
L’ambivalenza è una cosa che mi serve a tradurre il modo con cui approccio le cose. Entrambe le caratteristiche, le qualità che hai citato, fanno parte di un tipo di attitudine all’elaborazione di realtà diverse.
Credo di partire generalmente da un approccio molto semplice con gli elementi; mi viene immediato farmi delle domande sulle cose, indagandone motivi fenomenologici diversi.
In questo senso, restituisco nel progetto di lavoro una serie di risposte a degli input che mi sono proposto, banalmente sono delle “ossessioni” che girano intorno a qualcosa.
E chiaramente non è mai una risposta definitiva, so che ci sono elementi e progetti che torneranno… Per quanto riguarda “manuale” e “tecnologico”, “caldo” e “freddo”, sono aspetti complementari, l’uno non esclude l’altro, in continuo scambio dialettico. Forse è l’equilibrio più difficile da trovare, sempre rimanendo sul piano dell’espressione.

Opere come studi tridimensionali, come architetture “(in)compiute” o ancora in via di (possibile) formazione e definizione… Cosa significa per te costruire?
Tensione simbolica. È quella che muove tutto un contesto di lavori, seppur tecnicamente diversi. Penso che tutti noi siamo materia progettuale – nel senso della materia dei sogni – e costruire qualcosa è un movimento che ci porta su piani semantici diversi, punti di vista alternati, progettualità temporali differenti. Costruire, o anche il solo accennare alla costruzione, mi da modo di tradurre una serie di forze che trovo nei soggetti, che osservo nei comportamenti delle materie. Forse è la possibilità di reagire ad una realtà complessiva così inafferrabile e così favolosamente vasta… Ed è anche una risposta ai linguaggi che mi circondano, in senso quasi biologico.

Il tuo interesse per l’architettura abbraccia moltissimi aspetti della progettualità, dalla metodologia, alla tecnica, dai modelli e ai materiali. Qual è la tua personale visione di forma e funzione?
Tutti gli elementi che hai citato sono una forma di indicizzazione delle mie curiosità: in questo senso la conoscenza e la pratica delle materie mi rende progettualmente mobile rispetto agli stimoli che mi propongo. Non credo si possa parlare di “funzione” nel mio lavoro, se c’è, è quasi sempre in direzione poetica, cercando nel mondo per poi allontanarmi da questo. Cerco un esito finale del lavoro che parli di elaborazione e distanza, passando per terminologie materiche che sono esse stesse le parole di un testo più ampio, che si fanno peculiari ad una posizione artistica. Certo, la possibilità di organizzare la natura e l’artificio, oppure l’artificio e la natura, specialmente in un contesto culturale come il nostro, ci hanno obbligato da tempo a superare le teorie meccanicistiche della derivazione formale. E comunque qualcuno ha detto di recente che cerco di “progettare poesia”. Questo mi piace molto.

La mostra in breve:
Loris Cecchini
promossa e realizzata dalla Fondazione Edoardo Garrone con la collaborazione della Fondazione per la Cultura Genova Palazzo Ducale
Loggia degli Abati di Palazzo Ducale
Piazza Matteotti 9, Genova
Info: +30 010 5574064/5
www.fondazionegarrone.it
www.palazzoducale.genova.it
Inaugurazione giovedì 26 maggio
27 maggio – 17 luglio 2011

In alto, da sinistra:
Loris Cecchini, “Crystal engineering”, in self assembly networks
Loris Cecchini, “Gaps (quanta canticum)”, 2009
In basso:

Loris Cecchini, “Radiances”, 2011

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