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Intervista ad ALESSANDRO MENDINI di Matteo Galbiati*

Alessandro Mendini è una tra le figure più eclettiche e significative del panorama artistico e culturale italiano. Protagonista della creatività degli ultimi quarant’anni, risulta per lui poco adatta la semplice definizione di architetto, designer o progettista: è un artista totale. Versatile per il particolare approccio, originale per la dimensione viva del pensiero e della critica, Mendini ha, rispetto ad ogni suo intervento, un carattere che esula dall’arido tecnicismo e sfocia sempre in una creatività viva e attenta.
Lasciato maturare nel tempo – attraverso passaggi ben precisi – uno stile e un linguaggio oggi inconfondibili, Mendini, attraverso le sue più differenti creazioni, ha spinto intellettualmente la sua azione sempre nella direzione di un superamento dell’oggettualità concreta e spicciola per rendere ciascuna cosa e forma strumento intellettivo e cognitivo.
Tramite una caratterizzante libertà fantasiosa, riesce sempre a porre un accento particolare proprio sull’ordinario di cui sovverte, in via esclusiva, i presupposti e i principi fino a spingere il destinatario finale ad una sua riconsiderazione e riconfigurazione del tutto inaspettate. Un quartiere, un museo, una sedia, un apribottiglie, la fermata della metropolitana – per fare alcuni esempi – sono sempre sé stessi pur rigenerati in formulazioni anticonvenzionali ma mai decentrate nel senso o decontestualizzate nella finalità e nello scopo.
Il dialogo stretto con il tempo, presente e/o passato, non è mai venuto meno, e ha svolto un ruolo fondamentale nel portare la quotidianità ordinaria ad essere sapientemente reinterpretata. Il suo segno caratterizzante non si rende così mai una novità assoluta e isolata, ma intimamente conserva e cerca sempre un legame stretto con il ricordo, con la storia. L’agire di Mendini si configura quindi come una personale vocazione al progetto ma poggiato saldamente sempre sulle radici della propria memoria.
Mendini opera criticamente su quello che già è storicizzato in una poliedrica sfida alla logiche abituali e si pone come assemblatore di stili, come contaminatore di idee rivendicando in ciò il suo aspetto più eclettico e per questo vitale.
In questo connubio di caleidoscopica fantasia di colori, di presenze, di significati, Mendini insiste nella ricerca continua ed assidua dell’anima delle cose, esplorando la materia sopita e nascosta dello spirituale di cui l’uomo è, e resta, il protagonista indiscusso.

Si è laureato in Architettura nel 1959. È vero che non avrebbe voluto fare l’architetto?
Sono sempre stato dispersivo, mi piace fare tante cose assieme. Ai tempi dei miei studi di architettura avrei preferito fare il cartoonist. Mi interessavano molto Steinberg e Disney.

Alessandro Mendini, cavatappi Anna G. e macinapepe Anna Pepper per Alessi, 1996.

Nel 1970 abbandona la progettazione e si dedica al giornalismo specializzato. Dirige prima Casabella fino al 1976 e poi nel 1979 – chiamato da Gio Ponti – la rivista Domus fino al 1985 (alla guida della quale è ritornato nel 2010): cosa le ha dato questa impegnativa attività giornalistica?
Fra le suddette “dispersioni” mi è indifferente disegnare o scrivere. Le riviste di architettura però sono sempre state una specie di miscela di tutto quanto mi coinvolge. Anche perché un approccio critico-storico sottende a tutto il mio lavoro.

Cos’è l’Atelier Mendini, nato nel 1989?
L’Atelier Mendini innanzitutto è un magico sodalizio professionale fra me e mio fratello architetto Francesco. Poi è un luogo dove, con un gruppo molto affiatato, si progetta in molte discipline visive e in una misura artigianale.

Nelle sue opere possiamo trovare innumerevoli richiami agli artisti del ‘900, quali, tra questi, hanno per lei un’importanza più significativa?
Il mio mondo interiore è legato alla pittura, a certi autori del Novecento. Savinio, i futuristi, Signac, Morandi, Kandinskij e molti altri ancora. Non posso dimenticare gli scrittori, come ad esempio Proust. Considero i progetti come fossero dei romanzi.

Alessandro Mendini, Mobili per Uomo, photo Alberto Ferrero, Fondazione Bisazza, Vicenza

Nel tempo ha avuto modo, inoltre, di collaborare con molti altri grandi maestri, dell’arte e dell’architettura, che, come lei, hanno dato un contributo fondamentale alla nostra storia. Chi tra loro ricorda maggiormente?
Ho sempre avuto bisogno di lavorare assieme ad altri, noti o ignoti. Il colloquio mi è essenziale. Mi piace anche coordinare dei gruppi. Le persone note che sul piano umano mi hanno dato molto sono Rogers e Gio Ponti. Ci sono anche molte altre persone, meno conosciute, ma per me importanti.

Al centro dei suoi progetti ritroviamo spesso la dimensione antropomorfa: perché l’uomo riveste un ruolo così importante nella sua ricerca?
Penso che le opere che si presentano come figure antropomorfe possano entrare in un più intimo contatto con le persone.

Anche il colore diventa un protagonista caratterizzante la sua espressività. A cosa si deve questa spiccata vocazione cromatica? Che valore e ruolo hanno, secondo lei, l’arte, l’architettura e il design, o più in generale ogni altra disciplina artistica, oggi?
Anche nel colore sono stato influenzato dalla pittura moderna, specialmente quella ad olio. Per me le superfici degli oggetti e delle architetture sono come dei dipinti. Il senso di tutte le arti, maggiori o minori, è quello di una presenza di spiritualità nel mondo.

Alessandro Mendini, Groninger Museum, Paesi Bassi, 1994. (Courtesy Groninger Museum)

Mi ha molto colpito una sua riflessione in cui rivendica all’oggetto la prioritaria missione di produrre un pensiero prima della propria funzione. Cosa intende esattamente?
L’umanità è superficiale, le persone pensano poco. Obbiettivo primario dei miei oggetti è quello di suscitare una reazione emotiva o intellettuale. Faccio in modo che l’uso dei miei oggetti, o anche lo sguardo su di essi, induca alla compostezza di un rito.

Perché alcuni prodotti di design sono destinati ad entrare nella storia e a diventare oggetti di culto? Cosa li differenzia da quelli comuni dello stesso genere? Del resto – ovviamente lo diciamo in modo provocatorio – una sedia resta sempre una sedia e questo vale per ogni altro oggetto…
Succede che certi oggetti, in un certo senso, cambino il loro status e divengano dei simboli. Evidentemente contengono dei messaggi forti ed esprimono degli scenari interessanti. Sono degli oggetti a tesi, dove forma e contenuto superano la funzione.

Alessandro Mendini, Poltrona di Proust Monumentale, photo Alberto Ferrero, Fondazione Bisazza, Vicenza

Cosa significa essere e fare il creativo nel mondo contemporaneo? Cosa cambia, se cambia, tra la dimensione di oggi e quella di qualche decennio fa? Anche la creatività rischia di spegnersi nel cieco consumismo?
Capisco che la creatività sia importante, ma la parola “creativo” sa troppo di marketing. Creare, ideare sono doti nascoste dentro ciascuno, ma molte persone non sono in grado di coltivarle. Poter usare la fantasia in ogni tipo di lavoro, questo sarebbe davvero un gran obbiettivo. Sì è vero, il lavoro del creativo oggi viene spesso svilito e trasformato in consumo.

Sappiamo che la contraddistingue un’infaticabile dedizione al lavoro: a quali progetti sta lavorando? Ci può anticipare qualcosa?
Sì, quello di lavorare sempre (ma anche di meditare e “giocare a lavorare”) è il mio piacevole (e anche faticoso) destino.

Alessandro Mendini 1931 – 2019

*Intervista tratta da Espoarte #67

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