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LUCCA | Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, Complesso Monumentale di San Micheletto | 3 ottobre 2020 – 6 gennaio 2021

Intervista ad ANGELA MADESANI e PAOLO EMILIO ANTOGNOLI di Matteo Galbiati

Con questa doppia intervista ai curatori delle due mostre rendiamo doveroso omaggio all’impegno che sempre caratterizzano la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca e il suo direttore Paolo Bolpagni nella diffusione e nell’approfondimento della cultura artistica contemporanea che, in questo caso, attraverso l’ampia e ricca selezione di opere, con prestiti importanti ed esclusivi, promuove L’avventura dell’arte nuova | anni 60-80. Sotto osservazione sono tre decenni decisivi e fondamentali, tra i più intensi e caratterizzanti il XX secolo e che vedono l’Italia in pieno fermento culturale con moltissimi artisti attivi e capaci di sviluppare i nuovi linguaggi, le espressività e i temi al centro del dibattito di quel periodo. Questa doppia proposta espositiva (qui fruibile con la visita virtuale) prende in esame, nelle sale del Complesso Monumentale di San Micheletto, due artisti simili ma diversi, di due generazioni differenti ma che hanno saputo promuovere una visione peculiare ed esclusiva dell’arte nei confini temporali di cui abbiamo fatto cenno: Cioni Carpi (Milano, 1923-2011) e Gianni Melotti (Firenze, 1953). Configurate come antologiche, raffinate e analitiche, dal loro percorso espositivo trasfigura un impegno e una indipendenza che hanno permesso ai due autori di sviluppare – pur con legami, connessioni e confronti con altri artisti – uno sguardo trasversale, indipendente e singolarmente autonomo.
La parola ai due curatori Angela Madesani (della mostra di Cioni Carpi) e Paolo Emilio Antognoli (della mostra di Gianni Melotti):

Le due mostre presentano i tratti distintivi di due importanti artisti che hanno caratterizzato con il contributo importante delle loro ricerche e sperimentazioni l’arte contemporanea italiana – e non solo – della seconda metà del secolo scorso. In cosa si distinguono le loro visioni?
Angela Madesani: Sono due artisti generazionalmente distanti che hanno vissuto, per questo, due periodi diversi: Carpi, nato nel 1923, ha visto la Seconda Guerra Mondiale e il relativo dopoguerra. L’ambiente famigliare favorevole – il nonno architetto e il padre pittore – lo avevano stimolato fin da piccolo, inserendolo in un contesto culturalmente attivo e aggiornato. Il padre, in modo particolare, sarà per lui un punto di riferimento, ma allo stesso tempo un modello da cui rendersi indipendente scegliendo di allontanarsi dalla sua Milano per vivere prima in Francia, poi ad Haiti e quindi in Canada. La scelta definitiva di dedicarsi all’arte incomincia negli anni Cinquanta. A Milano, nel 1954, tiene la sua prima personale. I successivi due decenni – gli anni Sessanta e Settanta, punto centrale della mostra di Lucca – sono determinanti per lo sviluppo del suo atteggiamento sperimentale. La sua ricerca, al di là del medium scelto, si fonda sempre sul suo vissuto personale, i temi esistenziali caratterizzano il suo sguardo e la sua analisi, che si esprime con linguaggi diversi: dalla pittura al cinema, dal video alla fotografia, dalla performance all’installazione. I temi del linguaggio, dell’ambiente o i contenuti politici e sociali hanno sempre il filtro della sua esperienza personale. È stato molto segnato dalla prigionia paterna e dalla morte del fratello in un campo di concentramento nazista.

Cioni Carpi, Abbiamo creato anticipi sistemi, 5/15, 1963-1974 Foto credit Alessandro Zambianchi – Simply.it, Milano, Panza Collection, Mendrisio

Paolo Emilio Antognoli – Melotti, nasce nel 1953, appartiene alla generazione successiva a quella di Cioni Carpi. Ci sono fra loro 30 anni di differenza. Lo stesso Melotti ha riscontrato che aveva la stessa età di suo padre, con esperienze e vicissitudini molto diverse fra loro. Il primo ha attraversato in modo drammatico il regime e la guerra, il secondo nasce nell’Italia del boom economico con un atteggiamento ironico e sostanzialmente positivo verso il mondo circostante. Tuttavia, Melotti, inizia la propria attività artistica molto precocemente e dalla metà degli anni Settanta il suo percorso si incrocia cronologicamente con quello di Carpi, benché nella realtà non si siano mai incontrati. Proprio grazie a questa mostra, nonostante le tante differenze, si possono cogliere fili sottili e vicinanze finora celate, quali ad esempio l’atteggiamento sperimentale che li accomuna, e che è il dato più evidente, fino al legame con il medium fotografico alternato ad altre diverse tecniche.

Come si legano e inseriscono – pensando, nello specifico, anche alle città in cui rispettivamente lavoravano, Milano (per Cioni Carpi) e Firenze (per Melotti) – al coevo contesto culturale? Quali legami o riferimenti hanno?
AM – Quando si trasferisce definitivamente a Milano, a metà degli anni Sessanta, comincia a collaborare con i suoi film con il Piccolo Teatro, dove realizza le scene per L’Istruttoria di Peter Weiss, la Piccola Scala e con altre realtà italiane, quali il Teatro Comunale di Firenze in cui crea la “scenografia” per Lulu di Alban Berg. Lavora con musicisti del calibro di Bruno Maderna, di Giacomo Manzoni, giusto per fare un paio di esempi fra gli altri. Negli anni Settanta inizia a lavorare con gallerie quali lo Studio Marconi, Luciano Inga Pin, che nel suo spazio promuoveva ricerche sperimentali e vanguardia, vero e proprio laboratorio dei nuovi talenti. Aveva anche legami con critici e storici dell’arte che stimavano il suo lavoro: ad esempio con Vittorio Fagone o con Lea Vergine che lo aveva inserito nel suo saggio sulla Body Art.
Nonostante questi intensi rapporti, Carpi rimane, tuttavia, defilato rispetto alla mondanità dell’arte. Ha avuto un intenso rapporto di amicizia, con i suoi più importanti collezionisti di quegli anni, Giuseppe e Pupa Panza di Biumo. Molte delle opere in mostra arrivano, infatti, dalla loro prestigiosa collezione.  

Gianni Melotti, Come as you are / Jacket and, 1981, film super8 colore muto esemplare unico, Archivio Gianni Melotti

PEA – Melotti studia all’Istituto d’arte di Firenze, ma acquisisce dall’infanzia un interesse quasi maniacale per le tecniche fotografiche e il lavoro in camera oscura. Giovanissimo, dal 1974, si trova a lavorare all’interno di art/tapes/22, fra i centri italiani più importanti per la produzione di video per gli artisti, fondato da Maria Gloria Conti e Giancarlo Bicocchi a Firenze. In questo laboratorio pionieristico, in cui Melotti lavora come direttore della fotografia e dove incontra Bill Viola, all’epoca direttore tecnico di art/tapes, conosce e collabora con i più diversi artisti della scena internazionale (Chris Burden, Daniel Buren, Pier Paolo Calzolari, Giuseppe Chiari, Douglas Davis, Terry Fox, Peter Hutchinson, Takahiko Iimura, Ketty La Rocca, Alvin Lucier, Urs Lüthi, Charlemagne Palestine, Giulio Paolini, Joan Jonas, Arnulf Rainer, e moltissimi altri). E in questa sorta di palestra artistica Melotti elabora il suo rapido passaggio dal linguaggio giovanile al lavoro più maturo, avendo modo di riflettere sulla tecnica fotografica a confronto con il video (allora considerato un medium più avanzato della fotografia analogica) che inizia a elaborare come una sorta di circuito o di apparato unitario intermediale (come appare evidente nella sua mostra d’esordio del ’75), mentre nel frattempo sia il campo artistico che quello fotografico si stavano rapidamente trasformando. Parallelamente, si stava formando a Firenze un circuito  culturale molto vivace dove le tendenze più attuali internazionali (in primis le tendenze minimal-concettualiste) trovavano un fertile terreno di accoglienza, favorevole alla sperimentazione, ai confronti e agli attraversamenti interdisciplinari. Un circuito, formato da gallerie, spazi privati per l’arte, da artisti, architetti radicali, curatori, teorici, operatori, editori quali Centro Di, musicisti legati alla sperimentazione elettronica o a Fluxus…
Melotti collabora con molti artisti di questo ambiente apportando il proprio contributo originale e diversificandosi al suo interno fin dall’inizio. Durante la ricerca è anche emerso un contesto inaspettato all’interno di questo ambiente: un giro di amicizie più circoscritto, legato a Le Catese, una sorta di comune artistica dominata dalle personalità di Pier Luigi Tazzi e Roberto Cerbai e di cui anche Melotti, come Lanfranco Baldi, Luciano Bartolini e diversi altri, facevano parte.

Quali opere avete selezionato per la mostra e come sono organizzate nel percorso espositivo?

AM – Il percorso espositivo è un vero e proprio cammino di conoscenza dentro ogni aspetto della ricerca di Cioni Carpi. Si inizia dalle opere con i cartoni neri sui quali sono poste carte veline bianche, piegate, che  formano delle geometrie piane. Con la pittura realizza dei lavori sulla memoria come Ulysses as memory Palimpseste Partiel. Giunge, quindi, ai Palinsesti. In mostra sono molte opere di Narrative Art, in cui fotografia e scrittura sono poste in relazione. Il perfomer delle sue opere è Cioni stesso, che aveva studiato mimo, recitazione e che interpreta veri e propri ruoli. Il tema della maggior parte dei lavori è il rapporto fra presenza e assenza, comparsa e scomparsa del sé. In opere come Cadendo mi spezzai le braccia e le gambe mentre saltavo di palo in frasca, l’artista è al centro del lavoro. Attraverso sovrapposizioni fotografiche, si registrano presenze in tempi diversi che raccontano momenti di vita differenti: si racconta e, al contempo, si ritrae negandosi alla vista. Quelle in mostra sono opere indicative del suo pensiero che costituiscono un’importante occasione di studio con la speculazione artistica di Cioni Carpi, troppo poco vista. Purtroppo in mostra non è stato possibile ricostruire la grande installazione con sei proiettori che aveva realizzato per la Biennale di Venezia, alla quale partecipa nel 1980.
Dieci anni dopo Carpi si sarebbe ritirato dal panorama artistico dedicandosi in particolare allo studio, alla musica, alla scrittura, sua grande passione. 

L’avventura dell’arte nuova | anni 60-80. Cioni Carpi, veduta della mostra, Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, Complesso monumentale di San Micheletto, Lucca

PEA – La ricerca ricostruisce il primo decennio del lavoro di Melotti come artista. Il lavoro prescelto è riemerso inaspettatamente indagando nel suo vasto archivio fiorentino, e che ospita anche altri fondi archivistici (art/tapes e il fondo Baldi). La selezione raccoglie una trentina di opere, dal 1974, il periodo di art/tapes/22 e del suo esordio come artista a Zona (in cui viene invitato per una personale assieme a Bill Viola), fino al 1984. Il primo decennio del suo lavoro è rimasto da allora pressoché inedito nell’archivio. Un ritrovamento che appare quasi come una capsula temporale.
Una mostra, dunque, che attraversa un decennio chiave per la storia europea e un tempo che racchiude il passaggio dell’età dell’artista dai venti ai trent’anni.
La mostra segue un percorso cronologico abbastanza rigoroso, dalla sua opera esordiale – un lavoro più strettamente tautologico e concettualista – verso l’apertura postconcettuale poco più tarda, in cui hanno largo spazio le ricerche cameraless (ossia senza l’uso della macchina fotografica) e un originale approccio che si articola in modo dialettico e non restaurativo alla estetiche postmoderne di quegli anni.
Le opere, benché siano diversificate fra loro, seguono un filo rosso. Un posto centrale è stato riservato a L’iconografia e l’iconoclasta, un lavoro che sembra avvicinarsi alla Narrative art (di cui Cioni Carpi ha fatto parte), ma che in verità mantiene una propria differenza. Una sequenza fotografica, stampata dal retro e strappata, che inizia da una visione dello studio dell’artista e prosegue con una veduta del fuori della finestra e che si conclude con un autoritratto dell’artista, il quale si volge di nuovo all’interno della stanza e scopre la sua ombra riflessa in uno specchio. Ognuna della 9 foto si accompagna a un testo scritto a quattro mani con P.L. Tazzi il cui manoscritto è rimasto finora inedito (in archivio da più di 40 anni) e che elenca ogni elemento presente in ciascuna delle foto.

Il lavoro di Cioni Carpi presenta aspetti poliedrici che toccano diversi linguaggi, come ritrovano una specifica autonomia e, allo stesso tempo, come si legano alla coerenza della visione del loro autore?

AM – Nel lavoro di Cioni Carpi c’è una coerenza speculativa, di atteggiamento nei confronti dei fenomeni. Modulor di tutta la sua ricerca è l’artista stesso, che troviamo in ogni momento della sua opera con la sua presenza e con i riferimenti continui alla sua storia personale.

Per Melotti si è parlato di linguaggio originale e quasi trasgressivo, come si sottolinea questo nella sua prolifica interazione tra arti differenti?

L’avventura dell’arte nuova | anni 60-80. Gianni Melotti, veduta della mostra, Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, Complesso monumentale di San Micheletto, Lucca

PEA – Nel caso di Melotti non si tratta semplicemente di un fotografo che sceglie la fotografia come proprio campo autonomo o che lavora per altri artisti, ma del caso precoce e direi molto raro (se pensiamo a Firenze e all’Italia centro-occidentale) di un artista dal grande bagaglio fotografico che sceglie coscientemente di operare con una propria riflessione sulla fotografia, ma all’interno del mondo dell’arte.
Per quanto riguarda la trasgressione, questa assume diversi aspetti, a partire da quello linguistico: di fatto, Melotti, trasgredisce le regole convenzionali e anche spesso la terminologia del linguaggio fotografico (ad esempio con l’ingranditore riduce le immagini, ecc.); poi, trasgressione rispetto al contesto artistico esterno, dei generi e delle barriere disciplinari, poi trasgressione e ironia verso il mondo circostante e la morale in sintonia con l’emersione dei movimenti minoritari di quegli anni. Trasgressione e sperimentazione sono spesso integrati, nel caso di Melotti tuttavia è anche forte un legame diciamo naturale con la comunità degli amici di cui fa parte, quasi distante e incurante di quanto accade all’esterno, verso cui non si pone mai in termini negativi o competitivi.

La mostra è accompagnata da due monografie: quali sono i contenuti e come le avete strutturate rispetto l’approfondimento scientifico di questi due artisti?

AM – Studio il lavoro di Cioni Carpi da molto tempo. Con lui ho avuto uno stretto legame di amicizia e di intesa. Grazie all’occasione, offertami dalla Fondazione Ragghianti, nella persona del suo direttore Paolo Bolpagni, ho potuto approfondire due decenni della sua ricerca, dando vita a un saggio che analizza in profondità il suo complesso cammino artistico ed esistenziale. La sua sin dall’inizio è stata una voce fuori dal coro. Nel saggio ho citato spesso la sua scrittura, momento fondamentale per cogliere la grandezza del suo lavoro. 

PEA – Trattandosi molto spesso di tecniche complesse legate al processo fotografico e a contesti inediti o non troppo noti, si è optato per un catalogo in cui chiunque abbia modo di essere introdotto esaustivamente anche ex novo verso le opere e i fenomeni trattati. Quindi, si tratta più di un catalogo del tutto diverso dalla solita impostazione. Segue un percorso cronologico dettagliato, con immagini e trascrizioni di documenti rimasti a lungo inediti.
Il catalogo sarà integrato da un saggio che sarà pubblicato sulla rivista della Fondazione Ragghianti, LUK, nel quale si provvederà ad integrare la ricerca, presentata nella mostra, con maggiori informazioni sul contesto specifico in cui queste opere hanno visto la luce.

L’avventura dell’arte nuova | anni 60-80. Cioni Carpi
a cura di Angela Madesani 

L’avventura dell’arte nuova | anni 60-80. Gianni Melotti
a cura di Paolo Emilio Antognoli

3 ottobre 2020 – 6 gennaio 2021

Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti
Complesso Monumentale di San Micheletto
Via San Micheletto 3, Lucca

Orari: tutti i giorni 10.00-13.00 e 15.00-19.00; chiuso il lunedì
Ingresso €3.00

APERTURE E INGRESSI REGOLATI SECONDO LE NORME VIGENTI IN MATERIA DI COVID-19

Per il tour virtuale della mostra clicca qui

Info: +39 0583 467205
info@fondazioneragghianti.it
www.fondazioneragghianti.it

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